C’è uno stato dell’anima, un vagabondaggio controllato dell’intelletto che si emancipa dai vincoli della logica per farsi pura evocazione poetica. È questa la fantasticheria lirica, dove il sogno e il ricordo si fondono in una narrazione libera e armoniosa, guardando il mondo non per come si presenta, ma per come risuona nelle stanze della memoria profonda.
Fantasticheria lirica prende forma e trae il suo stesso titolo dalle suggestioni di un testo critico di Alan Jones dedicato a David Bowes. La mostra ripercorre vari decenni di una rigorosa e indipendente ricerca pittorica, dalla fine degli anni Novanta fino alla produzione più recente. Per l’artista statunitense si tratta di un ritorno di profondo significato concettuale, volto a consolidare un legame creativo e affettivo con il territorio napoletano, da lui sempre amato, a due anni di distanza dalla sua ultima personale.

Questo intimo viaggio sentimentale e analitico affonda le proprie radici negli anni Ottanta, periodo in cui il pittore ha vissuto a lungo a Napoli, collaborando con il gallerista Lucio Amelio ed entrando a far parte in modo permanente della celebre collezione Terrae Motus alla Reggia di Caserta con un’opera realizzata nel 1986. L’immersione totale nell’archeologia, nei simboli e nelle stratificazioni culturali partenopee ha permesso a Bowes di sviluppare un vocabolario figurativo colto e consapevole, rimasto libero e impermeabile rispetto alle mode e alle correnti della scena contemporanea. La sua formazione artistica, influenzata sin dalla giovinezza dalla grande tradizione della pittura italiana, si è arricchita nel tempo attraverso il dialogo e l’amicizia con figure cardine della scena internazionale e nazionale, da Jean-Michel Basquiat e Keith Haring fino a Luigi Ontani, Nicola De Maria e Mario Schifano.
La capacità tecnica dell’autore si manifesta attraverso un raffinato vocabolario in cui l’acrilico su tela incontra la precisione millimetrica e la delicatezza del disegno a tempera, della matita e del pastello su carta. Il percorso espositivo si apre con i lavori della fine degli anni Novanta, dove emerge una spiccata dimensione bucolica ispirata alla pittura pastorale italiana. In queste composizioni l’immaginazione si trasforma in una colta fantasmagoria, popolata da archetipi immortali della commedia dell’arte, tra i quali spicca la figura di Pulcinella, immersa in uno scenario straniante, dal gusto alpino (“Moving on”, 2009). Mito, racconto e invenzione si fondono in una dimensione sospesa, capace di celebrare l’infanzia come dimensione originaria dello sguardo e chiave interpretativa per decodificare la complessità della realtà.
Il racconto visivo prosegue e si concentra sulla rappresentazione di ampi prati, elementi paesistici centrali nell’iconografia di Bowes. Queste ambientazioni appaiono animate da citazioni pittoriche colte, figure allegoriche e santi con aureole luminose appartenenti ad altri mondi. Le medesime presenze enigmatiche migrano e si trasformano all’interno di contesti marcatamente urbani, innescando una sottile e potente tensione visiva tra l’idillio della natura e l’artificio della città contemporanea. La produzione più recente testimonia invece un’evidente evoluzione concettuale di maggiore sintesi. L’esposizione, aperta fino al 4 luglio, restituisce l’assoluta originalità di un autore che ha attraversato palcoscenici prestigiosi, confermando la forza intatta di una pittura capace di farsi pura evocazione lirica.
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