Alfonso, partiamo dal titolo: Esporre l’abitare. Sembra un paradosso: l’abitare è un atto intimo, privato, mentre l’esposizione riguarda la dimensione pubblica. Com’è nata l’esigenza di indagare questo confine e, guardando alla “più incombente attualità”, quanto ha influito la ridefinizione dei nostri spazi domestici e pubblici nel post-pandemia sulla genesi del libro?

Il titolo del volume presenta sicuramente un sottile e calibrato paradosso, ma si fa anche carico di un’azione concreta, quella appunto di portare in offerta un argomento, per presentarlo prima nudo e poi subitaneamente avvolto dal ritmo del sottotitolo, che introduce senza fraintendimenti l’ambito dei musei. Il gioco reciproco dei due verbi, abitare ed esporre, annoda immagini lontane, ma a parer mio non inconciliabili, perché le dimore da abitare sono molto più vaste dei perimetri chiusi delle nostre abitazioni; lo dimostra un po’ anche la parola abitacolo ad esempio. Queste poi nel loro piccolo sono luoghi di esposizione che, grazie ad una serie di indizi raccolti e ben esibiti, narrano frammenti di storie, di sentimenti e di valori spirituali, non così distanti dopotutto dalle opere allestite in sale ben più altisonanti. Molte di queste un tempo erano per giunta proprio parte di una collezione domestica, indissolubilmente legata a un interno personalissimamente definito.
L’attualità incombe così come sfugge e presto si nasconde travolta dal grido di un nuovo presente. Reputo però cruciale guardarsi intorno, prestare ascolto anche a voci inaspettate oppure flebili, a costo di inerpicarsi per sentieri impervi, senza sapere se condurranno a un suggestivo piazzale panoramico oppure a una accidentata scarpata. I temi della museologia contemporanea sono complessi e in continua ridefinizione, perché la disciplina si intreccia continuamente con nuove urgenze contingenti; tuttavia è impossibile, pur a distanza di alcuni anni, non tenere conto della ferita della pandemia. Questa ha inferto un colpo profondo anche alla percezione del tempo, dello spazio, persino del proprio corpo, in una costrizione non solo fisica appena allentata dall’universo digitale divenuto improvvisamente davvero appagante perché non più alternativo. Questo necessario inganno, animato da infinite interazioni, ha avvicinato mondi e scenari permettendo la costruzione condivisa di ambienti inusitati, quasi dei metamusei, animati da presenze effimere distanti anni luce dal pudore privato così come dalla pubblica compostezza.
Claudio Strinati descrive il tuo lavoro come un’avventura del pensiero dove la tradizione classica e l’indagine antropologica si saldano. In che modo il tuo percorso personale – tra la formazione architettonica a Ferrara e quella storico-artistica a Salerno – ha guidato questa sintesi? È stata questa doppia lente a permetterti di vedere il museo come uno spazio vivo?
Sicuramente la mia formazione ha influito su quanto ho scritto. L’amore per i musei e l’arte, per mia fortuna senza l’inciampo di un periodo storico costituito, è però ancor più lontana. Ricordo che da bambino coglievo con stupore la relazione magnifica, direi quasi un sodalizio, che intercorre tra l’oggetto d’arte e lo spazio che lo accoglie, prima nel vuoto con il suo riverbero di luce e infine con la forma architettonica contesa tra l’atmosfera dell’interno e la sorprendente dimensione dell’esterno. Il museo è stato ed è ancora un banco di prova per il progetto tecnico, ma è soprattutto il quotidiano ambiente della scoperta, per chi studia e indaga le forme artistiche così come per chi esamina aspetti propri della natura e della scienza. Credo mi affascini proprio il fatto che questo sia un territorio senza bandiere, dove ci si incontra per rinvenire tracce passate o i significati sfuggenti del presente e in fondo, nonostante non pochi orpelli, per proteggere qualcosa che va al di là della materia: uno spirito che l’architettura racchiude senza indicare e l’arte mostra senza rispondere.
Il libro si muove lungo il “confine dello spazio altro”, collegando l’universo della casa, il turbinio della città e l’istituzione museale. Potresti illustrarci come si articola questa tripartizione nel volume? In che modo la città stessa diventa, nelle tue pagine, un luogo multiforme dell’esposizione?
Il libro è idealmente diviso in due parti. La prima indaga il significato dell’abitare grazie a un itinerario di ricerca che tenta di collegare tematiche inerenti al linguaggio, alla filosofia, all’antropologia e alla storia dell’architettura. Non mancano digressioni letterarie come misurati momenti dove il museo fa la sua comparsa, ma bisognerà attendere la seconda sezione per lasciarsi alle spalle argomenti più teorici ed entrare nel vivo della materia. Questa organizzazione interna consente di approdare al museo solo al termine dell’esplorazione di altri ambienti e significati. La casa in verità non è il primo luogo del mio pensiero, perché sono partito da una ricerca semantica avvalorata dall’analisi delle pagine di alcuni libri remoti quali la Teogonia di Esiodo e la Bibbia, giusto per fare un esempio. Ho poi incarnato i significati propri dell’abitare nel corpo e nelle relazioni umane, che spazialmente agiscono sin dall’infanzia nel nido di una dimora privata propria delle mura domestiche. La natura umana impone però un sistema di interconnessioni affettive e sociali che, una volta varcata la soglia dello spazio primo della casa, percorrono trame di un ignoto che, salvo luoghi remoti, è già una infrastruttura cittadina al servizio di una collettività.
Il museo non è estraneo a questo scambio, perché è testimone molte volte di una relazione sentimentale intimissima, quella estetica, che agisce non solo con il senso della vista; eppure al contempo esso si lascia attraversare da una folla cosmopolita divenendo una pubblica piazza meticcia e confusa in continuità con i flussi cittadini.
Ciò che poi è esposto con cura, in vetrine e su basamenti, non è qualcosa di alieno al fluire della vita e per questo è opportuno riconoscere i mutui legami propri di tale unione. La città è inoltre il terreno fertile per la sperimentazione e il gioco, offrendo la sua forma a un insieme screziato di pratiche e percezioni che molte volte sono artistiche senza averne consapevolezza.
Una delle tesi più audaci riguarda la “vita nuova” del museo, inteso come un luogo “abitato” autenticamente non solo dai visitatori, ma dalle opere stesse e dai professionisti. Tu che lavori quotidianamente all’interno di un importante museo statale, come vivi questa compenetrazione tra la tua funzione istituzionale e l’atto quasi poetico dell’abitare la bellezza?
La vita per sua natura avanza nella pluralità degli stati e delle sensazioni. Anche il lavoro offre attimi di soddisfazione come momenti di riconsiderazione delle proprie priorità. Questo accade nell’angolo grigio di un ufficio come anche all’interno di un museo monumentale.
Per mia fortuna abito quotidianamente la meraviglia offerta dall’incontro con l’arte, in un confronto apparentemente silenzioso che nella sua varietà assomiglia a un convivio di festa, quando la gioia di conversare fa sì che non vi sia una posizione rigorosa a tavola e ognuno sia libero di muoversi e di esplorare l’incanto di un nuovo sguardo.
Questo privilegio sembra venir meno in alcuni momenti, poiché non si può essere sempre spensieratamente soli e perché il lavoro cattura, quasi spezza la magia con le sue trame e suoi stanchevoli artifici. Eppure una forza magnetica ci sorride e ci trasforma, nonostante il cartellino istituzionale e i dovuti impegni giornalieri, in curiosi visitatori in compagnia promiscua dello stupore dei pubblici, in una unione curiosa che spariglia e rende, pur con le dovute differenze, tutti di casa. Una casa dove le stesse opere sembrano talvolta animarsi per scrutare intorno quando rimangono sole nella penombra al termine di un lavoro che, bizzarro a dirsi, è prioritariamente il loro.
Questa sensazione di uguaglianza illumina, a mio avviso, il senso stesso di patrimonio condiviso, altrimenti derubricabile a scomodo tesoro o a freddo business rampante, lontano dalla tensione meravigliosa tra ciò che, malgrado sia percepito in un istante di solitudine, è pur sempre insieme all’altro, anche durante il settimanale giorno di chiusura.
(SEGUE)
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