Quanto contano i temi nel tuo lavoro? Sbaglio o sono importanti almeno quanto la tua ricerca espressiva?
La pittura, in questo caso, il mezzo espressivo, è la parte principale della mia ricerca. Lavorare sul come riformare un mezzo simile che da millenni è lo specchio della società in cui viviamo. Se un pittore, per esempio, dipinge una vanga e intitola il pezzo: “Vanga”, allora sarebbe stato meglio se lasciava la vanga dove l’aveva trovata in origine!
In questa tua ultima mostra affronti questioni urgenti come la crisi climatica e le dinamiche di potere (penso alla tecnologia LiDAR o alla collaborazione con ricercatori come Nikos Georgopoulos per lo studio degli ecosistemi). Ritieni che l’arte possa ancora “fare la storia” o che debba piuttosto contentarsi di rivelare l’invisibile?
Può fare la storia senza ombra di dubbio. La cultura fa la storia. La vera rivoluzione è quella culturale, abbiamo degli esempi pazzeschi e sotto gli occhi di tutti (scettici inclusi), a proposito. Uno su tutti la considerevole crescita mondiale cinese degli ultimi decenni, ovvero da quando Mao ha guidato il processo di alfabetizzazione di tutto un popolo, nessuno escluso. Attraverso l’arte si possono buttare giù pareti che i carri armati non riusciranno mai a raggiungere. Napoleone Bonaparte, fondatore delle Accademie di Belle Arti in Europa, aprì per la prima volta il museo a tutto il popolo, in un tempo in cui faceva orrore credere al come una massa di analfabeti, persino i più rozzi di questi, potesse entrare liberamente al Louvre per godere da vicino tesori custoditi quali patrimonio mondiale e fonte di ricchezza della Francia intera. Dal quel momento storico in cui, in fine, aprì veramente il Louvre a tutti, cominciarono ad aprire le porte tutti i maggiori musei europei. Pensiamo oltretutto alla ricchezza materiale e immateriale che può acquisire un territorio con i giusti investimenti artistici e quanto di conseguenza si possa creare. L’Italia è un paese molto ricco di arte e cultura, tra i più ricchi in assoluto, che potrebbe spendere a qualsiasi livello, non ultimo quello del mercato.
Avendo vissuto diverse realtà europee, che cosa pensi del sistema dell’arte tedesco, in particolare della scena di Düsseldorf dove operi? Favorisce questo tuo approccio che unisce memoria culturale e urgenza scientifica?
Il sistema dell’arte tedesco, partendo dalla regione in cui vivo, la Westfalia, ancor più della Francia, dove ho vissuto per quattro anni, e che mi aveva positivamente impressionato, poggia le proprie basi (rendendole solide), sull’ABC del saper progettare e strutturare il valore della proposta, partendo dal fatto che l’attenzione principale è innanzitutto: a) rivolta alle Accademie di Belle Arti; b) le gallerie d’arte promuovono gli artisti in tutta la Germania, affiancandosi alle istituzioni (piccole, medie o grandi che siano), in modo tale che la proposta artistica rafforzi la fiducia di chi si avvicina al lavoro realizzato; c) gli artisti rappresentati dalle gallerie sono nella maggior parte dei casi condivisi con altre gallerie. Partendo da questi semplici presupposti, all’arte e agli artisti ci si accosta con molta fiducia. Mi sono trasferito in Germania subito prima del Covid, alla fine del 2018. Durante questi anni ho avuto modo di conoscere diversi artisti italiani che sono stati proposti in Germania: ebbene, nonostante avessero un curriculum invidiabile, i collezionisti tedeschi si sono mostrati molto diffidenti. A loro il sistema dell’arte italiano sembra opaco, poco lineare nelle sue dinamiche. Questa è la pura e semplice realtà dei fatti. Ora, dovremmo cogliere ogni occasione per riflettere a fondo e cominciare seriamente a pensare alle nostre accademie innanzitutto. Le accademie dovrebbero essere centrali nel progetto di un artista, e occorre lavorare sulle migliori soluzioni per incentivarle e sul come creare attorno ad esse la fiducia nel mercato.
C’è qualche opera specifica in questa mostra di cui vorresti parlarci? Mi vengono in mente lavori monumentali come Die Begegnung in Pnyx, dove metti in discussione il rapporto uomo-natura, o a Unsere DNA, dove un diamante millenario sembra osservare le sterili discussioni umane…
Una volta terminata un’opera, amo lasciare lo spettatore libero di avvicinarsi col proprio sguardo ad essa.
Va bene. Facciamo un salto indietro nel tempo per fare il punto sulla tua evoluzione. Nel 2009, il tuo quadro Torso fu scelto da Aldo Busi per un suo romanzo Mondadori. Che ricordo hai di quell’esordio così folgorante e quanto senti cambiata la tua pittura da allora?
Aldo Busi è stato un maestro. L’incontro è stato innanzitutto di tipo epistolare; c’è stato uno scambio che conta centinaia, se non addirittura un migliaio di cartelle centrate su un’impronta socio-pedagogica che parte dall’individuo per arrivare al fondamentale senso civico e sociale, senza il quale non può essere concepita nessuna forma di evoluzione, né del saper stare al mondo. Per stimare la misura in cui questo ha influito sulla mia opera bisogna guardare ad essa. Dipingo, appunto, da quando avevo dodici anni; a sedici anni ho esposto per la prima volta in una grande collettiva in Sicilia, una mostra in onore dei fratelli Taviani: in quella occasione presentai un’opera il cui soggetto principale era una ragazza giovane e palesemente smarrita in periferia, scalza. In mano stringeva con determinazione un grosso lume. La mostra fu pensata in grande, al punto da essere dislocata in tre diverse sedi tra Ragusa, Modica e Comiso e contava oltre cinquanta artisti di livello nazionale, tra i quali alcuni affermati. Ebbene quell’opera fu venduta per prima! E quando il collezionista venne a sapere che il pittore aveva solo sedici anni, rimase di stucco. Così comincio tutto. Arrivai all’inaugurazione in un’atmosfera di stupore nei miei confronti, stupore che coinvolgeva tutti tranne me, consapevole del fatto che una volta che si è deciso di esporre, a contare è solo l’opera, non chi la fa. Tale entusiasmo mi accompagna ancora oggi.
A cosa ti stai dedicando, a cosa ti dedicherai?
Sto guardando con attenzione ai bandi promossi dai vari ministeri europei, comparandone tempi e valenze. Trovo queste opportunità fondamentali per lo sviluppo di tutto ciò che ho appena discusso. Dovremmo interessarcene ancora di più creando un ampio dialogo e sviluppando ulteriori opportunità. Inoltre in questo preciso momento sono sempre in contatto con Nikos Georgopoulos per poter continuare un certo scambio, così come per esempio con il giovane attore tedesco Patrick Ehler che mi ha appena chiesto di esporre alcune mie opere sul set di un film che verrà proposto a Cannes, e si intitola Firewood. Ho accettato! E sono venuti a ritirare le opere nonostante non avessi mai pensato prima ad un’opportunità del genere. Io conto molto sull’incontro, sulle persone. Con Patrick ci siamo incontrati in un ostello situato in Rua das Laranjeras, vicino la piazza dove si tiene uno dei mercati più grossi del centro di Rio de Janeiro. Durante quel primo incontro parlammo per ore; nel pomeriggio scattavo già foto alla Casa des artes de Laranjeras, dove lui teneva dei corsi di teatro in un luogo (un tempio delle arti) straordinario. Questo è stato tipico nella mia vita. Un incontro non è mai casuale. Insomma, bisogna andarselo a cercare! Ecco. Parlo di Rio, di Parigi o della Germania non come il benestante che può fare “tutto quello che vuole nella vita”, ma come una semplice persona, che prova a costruirsi passo passo e lavorando parallelamente anche aldilà del mondo dell’arte: per vivere ho fatto pure il portiere di notte! Tutto è costruttivo e nulla deve fare paura, anzi… un artista deve saper far paura alla paura!
a cura di Andrea Guastella
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