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Fabrizio Sannicandro alla Kyro Art Gallery di Pietrasanta

Nello scenario proposto da Fabrizio Sannicandro con People, la sua prima personale alla Kyro Art Gallery di Pietrasanta, il ricordo è come una nota cromatica, un pigmento versatile o anche una patina che si deposita insistentemente sulla superficie per far apparire figure – volti, corpi, ombre – che portano a ripensare lo spazio circostante, a farsi luogo aperto, misura smisurata del mondo. Tenendosi stretto a una cintura iconografica che reinterpreta alcuni luoghi dell’arte legati ora al Simbolismo storico ora alle ampie contrade della Metafisica (in particolare a quella di Giorgio Morandi), Sannicandro crea, ormai da oltre vent’anni, scenari leggeri e vaporosi dove il corpo sembra quasi sospeso, sorpreso, tracciato con un livello narrativo sfuggente e poetico, in alcuni casi annodato a una parvenza di paesaggio o a un interno domestico di cui si perde, tuttavia, ogni coordinata o riferimento.

Una ragazza che abbraccia il suo fido cane e che forse è intenta a scattare delle foto (Si erano fermati qui, 2026), due donne in un dialogo inevitabilmente mancato (Ancora insieme, 2026), un uomo con il suo cane, appena due ombre che forse giocheranno per sempre in un prato della memoria  (Finché c’era luce, 2026), due ragazze che dormono su cuscini ovattati e quasi connessi ai loro corpi tanto da alterare il campo visivo (Dreams, 2026), una donna seduta a un possibile divano a macchie rosa che lascia risaltare l’azzurro d’una veste accecante (In prima fila, 2026), sono alcune delle immagini che Sannicandro propone per assecondare una grammatica del vedere in cui emergono tutta una serie di regole gestaltiche legate al contrasto di chiarezza, al mascheramento e all’illusione, alla contrazione fenomenica dello spazio, ai rapporti davanti/dietro o anche alla trasparenza paradossale.

Quasi a ricercare costantemente l’eterno nel quotidiano, a far vibrare la materia dall’interno e a giocare con forme essenziali o con colori tenui (per naturalezza polverosi), con questi suoi nuovi lavori l’artista invita a riflettere su un mondo continuamente investito da ricordi, da memorie e rievocazioni che sembrano quasi disfare lo scorrere del tempo, affidando alla pennellata una carica emotiva graffiante, la cui capacità è quella di far risorgere sentimenti sopiti. Non a caso la miriade di persone che costellano l’atlante visivo plasmato da Sannicandro si presentano eternamente come esseri muti, come epifanie legate a un silenzio che varca le soglie del silenzio per innescare dialoghi mentali con lo spettatore, con colui che osserva e registra e partecipa a un preciso momento – a una precisa azione – sentimentale.

Accanto alla metafisica melancolia di Morandi, nella pittura di Sannicandro si intravedono anche tutta una serie di altre sollecitazioni che portano l’artista ad attraversare con disinvoltura vari territori dell’arte e della sua storia: ci sono infatti l’erotica e eroica ferocia di Munch, la violenza cromatica di Matisse, in alcuni casi la monumentalità di Sironi (Appena Prima, 2026), in altri la delicatezza crepuscolare di Pellizza da Volpedo (L’istante che non finisce, 2026).

Ogni singola immagine, ogni gesto, ogni postura o atteggiamento dei corpi raffigurati in questo vasto scenario offerto dall’artista, indica, tra pennellate scarnificanti e velocissime campiture cromatiche, un movimento trattenuto, una storia – in alcuni casi si legge anche un’innocenza pungente – che sembra tratteggiare via via la commedia umana. 

Legato fondamentalmente alla superficie, anche se ampia è la contrada dedicata alla tridimensionalità (Luce, ad esempio, è una preziosa scultura ad edizione limitata del 2025), il lavoro di Sannicandro ha un sapore selvatico in cui si sente la velocità del pensiero che sfoltisce, che sgombra dalla mente il superfluo, che mostra tutta la forza digestiva di una riflessione sempre attenta a pungere, a spingere l’osservatore su gamme cromatiche caricate d’un rivestimento che richiama alla memoria il senso stesso della memoria e che pone al centro dell’attenzione un tempo – quello del dipingere – fatto di morbidezze, di lontananze, di procedure in cui il dimenticare diventa un atto di sintesi emotiva.

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