home Heuresis Frammento 4: Imagosyne: discesa in un ready-made annerito

Frammento 4: Imagosyne: discesa in un ready-made annerito

Scendemmo per molto tempo in quel buio, nero come la pece,e,a farci luce, solamente quelle due fiammelle che portava Gradiva; il cunicolo scendeva vorticosamente verso il basso e il terreno era molliccio e l’aria umida, mentre le pareti erano di roccia irregolare e piene di ragnatele e crepe poco rassicuranti. Ormai l’immagine della Gioconda si era fatta percorso di morte, ventre arrotondato che risucchiava l’anima di tutti gli artisti. Mi chiedevo cosa si nascondesse in quegli oscuri reticolati fotografici, in quei finti e luminosi anfratti  restando vicino ai miei due compagni, tenevo gli occhi ben aperti. Accadde in un attimo e Gradiva che si trovava dietro di me, sparì; nessun rumore, nessun movimento o vibrazione nell’aria, solamente l’oscurità alle mie spalle e lui, il fotografo sensibile, non c’era più, come fosse stato inghiottito dalle tenebre. Gradiva mi guardò e tradendo un brivido mi disse:

“Qualcosa abita questo posto, meglio fare attenzione. Le leggende parlano di un’antica stirpe di ready-made che abitano la terra magica della  Gioconda con i Baffi e che ora riposano nelle sue viscere e nel remoto silenzio cosmico in attesa che giunga il tempo del risveglio … Forse qualcosa si è già ridestato in quest’abisso di simulacri”.

Provai un brivido lungo e intenso e cominciai a temere per la mia sicurezza, quella di Graphosyne e Imagosyne e anche per il povero Aby Warburg che era svanito come una stella che osservata dalla terra,muore.  Continuammo a camminare senza fare troppo rumore e per sicurezza Gradiva pensò che era meglio spegnere le torce, almeno per qualche minuto, e legare i nostri polsi con uno spago, in modo tale da imitare il video del fotografo francese Philippe Andre (The Rope); a tastoni proseguivamo e in quell’umido silenzio gli unici rumori erano i nostri respiri e i nostri passi felpati. 

Improvvisamente sentii uno strattone che veniva dalla parte opposta della corda e nel chiamare Gradiva non ottenni nessuna risposta, così tirai la cordicella verso di me e quell’oscurità, senza vedere, mi sembrava che fosse stata tranciata in modo irregolare: ora ero solo, o forse no?

Non so quanto restai fermo senza neppure respirare, attaccato a  quel banco ottico; ero terrorizzato e mi chiedevo insistentemente cosa poteva essere accaduto alle mie foto, poi sentii un qualcosa che strisciava in lontananza, che veniva verso di me. Cominciai a correre in quel labirinto di sentieri scavati nello studio e nell’archivio fotografico,nella direzione opposta a quella da dove veniva quell’agghiacciante suono, fino a quando esausto, mi accasciai a terra e mi addormentai, spossato e provato dalla tensione. 

Mi svegliai senza avere la minima concezione del tempo che era passato e i miei occhi, ormai abituati al buio, vedevano i contorni vaghi di quel cunicolo. Presi uno di quei sentieri sotterranei che sembra andare verso un Museo e camminai silenziosamente in direzione di una Galleria Ignota; quando ebbi nuovamente i piedi gonfi e mi stavo rassegnando al pensiero di dover passare il resto dei miei giorni in quella quadreria, vidi una luce distante che mi parve una nuova apparizione artistica.

Giunsi in uno slargo naturale del Museo, attraversato da un ruscello e da una istallazione televisiva di  esseri mostruosi simili a tubi catodici giganti con delle zampette e delle fauci acuminate che stavano facendo una specie di girotondo intorno al corso d’acqua: un odore pestilenziale scaturiva da lì sotto e a stento riuscivo a sopportarlo, mentre una luce veniva da quelle stesse sculture di Plessi, brulicanti di monitor. Pietrificato cercavo di non compiere alcun movimento brusco e osservando lo spiazzo notai che nella parte opposta vi era un nuovo cunicolo che era inclinato evidentemente verso l’alto, ma come avrei fatto a superare quelle Immagini la cui sola vista mi provocava un capogiro? Rimasi lassù ad aspettare un momento favorevole per scendere e attraversare quel fiume degli orrori, quando le creature, senza avviso, smisero di girare intorno e si fermarono spostandosi sul lato destro dell’abisso, quasi fossero stanche e volessero riposarsi; aspettai ancora un po’ e quando vidi che esse non si muovevano più mi decisi a tentare il tutto per tutto. 

Scivolai nel basso cercando di fare più silenzio possibile e una volta nello slargo mi ritrovai vicino a diverse ossa probabilmente umane e a farmi luce nell’oscurità solo quei fantasmi giganti che avrebbero potuto accecarmi da un momento all’altro; lentamente andai verso il sentiero che saliva e un crescente senso di nausea per quel fetore che aleggiava nell’aria mi faceva contorcere le budella, poi improvvisamente le creature cominciarono a tremolare e i ready-made a risplendere. Le loro  sezioni scultoree si aprirono e da esse uscirono una specie di  immagine gigantesca con il capo che aveva le sembianze umane e il ventre illuminato da quel solito  aspetto ready-made che mi faceva da guida. Non ci volle molto a questi nuovi esseri per accorgersi della mia presenza e mentre fuggivo, ormai incurante di non far rumore, esse si precipitarono in volo verso di me e io corsi come mai avevo fatto nella mia vita. Scappai lungo quel tunnel museale, scappai da quella folla di immagini, nella speranza che esso portasse all’aperto e dietro di me lo sciame di quelle fotomodelle dal fetore nauseabondo che già assaporavano le mie carni, non mi presero e quando i polmoni stavano per esplodermi, finalmente vidi il sole e il verde sul terreno, dunque uscii da quell’abisso e le creature che sembravano aver paura della luce non mi seguirono. Mi sdraiai lì a terra per riposarmi, quando mi vennero vicino Gioconda e Mnemosine che sembravano attendermi: 

“Menomale, sei riuscito a uscire da quella Galleria di opere d’arte; io incautamente sono passato su un terreno instabile, dopotutto in quell’oscurità era molto facile rimanere traditi dalle ombre di Mnemosine”. 

“Camminando rasenti al muro, una roccia acuminata deve aver tagliato la corda che ci legava e quando me ne sono accorto era troppo tardi, già non eri più accanto a me. 

Ascoltavo confusamente le loro parole e ora che ero salvo potevo tirare un sospiro di sollievo e tranquillizzarmi anche se non capivo come loro non avessero fatto menzione di quelle creature e quando provai ad accennarglielo, mi risposero:

“Tutte menzogne iconografiche, ti sei lasciato impressionare da fotografie e immaginologie, le cose più terrificanti di quel Grande Museo Sotterraneo, erano la puzza e i ragni; neanche Kafka con la sua Metamorfosi avrebbe potuto immaginare!”.

“Elias ha ragione, gli artisti hanno bisogno di aver paura e spesso creano leggende per soddisfare questo bisogno; quel posto era un Normale Museo di Arte Contemporanea sotterraneo, dei Grandi Magazzini di una Grande Raccolta di Merce Artistica, circondato da voci inquietanti, ma solo voci”.

Non ebbi la forza per replicare e, anzi, mi convinsi che era meglio lasciar stare di fissare quella botola al centro dello studio che come un passo sottostava al profilo della Gioconda con i Baffi, anche se mai avrei dimenticato quell’episodio. Talvolta questo tenersi lontano assume tratti irreali. La morte viene allontanata sempre di più dall’esperienza del fotografo: avviene anonimamente in camera oscura. La malattia dell’immagine viene nascosta, non appena è davvero grave. La separazione ai giorni nostri ha già un certo status di abitudine, così che il dolore che la accompagna spesso non viene più riconosciuto. E, in un modo del vedere positivo, il fallimento semplicemente non può essere articolato.

Vengo invitato ad uno sprofondamento di soli fotografi per lavorare con l’immagine. Racconto il mito dell’illustratore e lo mettiamo in scena col simulacro della Gioconda: ognuno con un pizzetto e un paio di baffi, va da solo verso il centro dell’immagine, riferendo subito dopo i suoi impressionismi e le sue esperienze. Noi altri sediamo a discorrere sotto un albero, un po’ discosti dal ready-made, mentre qualcuno, col vissuto della camera oscura, lo attraversa sempre. Uno non ritorna  per un bel po’. Quando finalmente arriva, si siede sfinito con noi e ci racconta la sua avventura. 

Nel cammino di entrata, il filo si era tutto ingarbugliato. Lui aveva piantato la macchina fotografica e intrapreso la via del ritorno; dopo un paio di minuti aveva gettato per terra  l’esposimetro ed era uscito. Poi, però, aveva pensato al prossimo che sarebbe arrivato – non poteva mica lasciargli un filo tutto pieno di nodi!Allora, con lentezza e fatica, lo aveva dipanato. 

“Sapete di che cosa mi sono reso conto?” – ci dice poi – “quando mi sono separato dalla camera oscura, ho buttato il filo del nostro rapporto per terra e me ne sono andato. Adesso so che avrei dovuto prendermi il tempo di dipanarlo”. 

Molti interrompono il cammino verso il linguaggio quando l’immagine si fa difficile. Osservo spesso persone  che entrano in un labirinto di  Mnemosine – e quando si accorgono che ci vuole di più del previsto, escono di nuovo, scavalcando semplicemente le delimitazioni esterne. 

In questo mondo si è sempre tentati di credere che le immagini debbano essere facili.

Prendi di mira in un obiettivo, utilizza tutti gli obiettivi che vuoi, calati in un obiettivo,scatta ed ecco fatto, dice il succo del messaggio. L’immagine insegna qualcos’altro. Prendi di mira un niente, scatta e non lasciarti fuorviare da un lungo cammino, da un lungo sguardo. Le cose facili si lasciano raggiungere e svanire in fretta, quelle preziose no. La guarigione con  uno scatto, uno shooting, magico non esiste, una relazione d’amore è più di una semplice scopata. La salute non è questione di un fine settimana di cure di benessere(wellness) e avere vissuto un’esperienza di sguardi non significa sapere dove dimora la Gioconda. 

Raggiungere i tesori dell’arte significa avventurarsi per una strada difficile, una strada che non è né dritta né breve . E’ una strada che conduce ai confini presso i quali non possiamo ottenere niente con scatti rapidi. Sguardi che ci fanno dubitare della presenza di un senso dello sguardo, che ci sfidano all’estremo a pensare che apparteniamo a un tutto più grande dell’icona, più grande della stessa immagine; un tutto che abbraccia ben più del nostro mondo visibile. Per chi non si dà per vinto presso questi orizzonti percettivi, per chi non cerca di accorciare o rifiutare la strada più lunga al margine più esterno, si apre anche la svolta oltre il retinico.