Varcare la soglia di BASE Milano per la mostra A Day in the Life — Young Palestinian Artists in Gaza Now, curata da Yasmine Aljarba (Gaza, 1989), significa immergersi in un organismo vivente che va ben oltre la semplice esposizione di opere d’arte. L’intero progetto è stato inquadrato dagli studenti e dalle studentesse del biennio di Visual Cultures e Pratiche Curatoriali, dell’Accademia di Belle Arti di Brera, che hanno collaborato attivamente come ufficio mostra, strutturando la ricerca e coordinando un public program particolarmente denso di interviste, attivazioni e workshop. Fin dall’ingresso, tra i lavori dei dodici artisti palestinesi (Fatima Hassouna, Yara Zohud, Sohail Salem, Shareef Sarhan, Mohamed Abusal, Salman Nawati, Maisara Baroud, Mohammed Al Hawajri, Raed Issa, Basel El Maosari, Mahmoud Al-Haj e Maram Al-Dayah) si avverte l’urgenza di una narrazione che non cerca spettatori ma testimoni.
Il silenzio della sala non è un’assenza di suono ma una densità etica che impone una lente di attenzione profonda, dove l’occhio deve imparare a misurare il proprio respiro. La curatela sceglie la prossimità come principio cardine: un allestimento orizzontale e l’assenza di piedistalli che scardinano la distanza tra l’osservatore e il dramma, mettendo in scena una sfida intellettuale necessaria: come parlare di Gaza senza cadere nel western gaze? Questa riflessione sulla natura dello sguardo occidentale, spesso predatore o pietistico, diventa qui una pratica concreta. La mostra non fornisce risposte, ma costruisce le condizioni per un guardare che riconosce i propri limiti e la propria complicità, costringendo il pubblico a decostruire i filtri mediatici con cui abitualmente consuma il dolore altrui.
In questo spazio di resistenza visiva, le opere si spogliano della loro natura di oggetti per farsi “volto”. Richiamando la filosofia di Emmanuel Levinas, il volto dell’altro è ciò che ci chiama a una responsabilità illimitata, un’epifania che vieta l’indifferenza. Le fotografie, i filmati e gli oggetti funzionano come tessere di un archivio affettivo che restituisce dignità all’umano. Le immagini di Fatima Hassouna, nella serie Memories (2023–25), colpiscono per la loro straordinaria misura: la foto di una donna che cammina osservando un palazzo in macerie rifiuta la spettacolarizzazione del disastro. In Hassouna, non è la rovina a dominare la scena, ma il soggetto che la attraversa; è la differenza tra vedere la guerra come un evento astratto e riconoscerla come il contesto brutale di vite che non smettono di insistere.
La performance di Yara Zohud dal titolo War Banquet, tenuta il giorno dell’opening, sposta poi il discorso sul piano del corpo e del gusto. L’atto di tagliare e mangiare un cactus traduce il concetto di Sabr – la pazienza resiliente della cultura palestinese – in una memoria fisica e condivisa. Offrire questo gesto ai visitatori significa abbattere la barriera dell’immagine per entrare nel dominio del sapore e del dolore, rendendo il pubblico partecipe di una verità che non può essere archiviata con un semplice sguardo.
Il cuore pensante dell’esposizione si riflette nel dispositivo delle letture, concepito come un ponte tra generazioni e saperi. È stato allestito un tappeto letture per i bambini, uno spazio morbido dove l’immaginario può trovare rifugio e protezione, accanto a un tavolo per gli adulti dove risiedono i testi fondamentali della coscienza decoloniale: dalla questione palestinese analizzata da Edward Said alla voce corale di Gaza Writes Back curata da Refaat Alareer, fino alla testimonianza di Aldo Nicosia in Ho ancora le mani per scrivere. Questi libri non sono elementi decorativi ma strumenti di lotta intellettuale. Il giorno 2 maggio, entrambi questi spazi verranno attivati attraverso la lettura collettiva di alcuni passi scelti: un rito necessario per trasformare la sosta in formazione e la commozione in pensiero critico.
Resta l’interrogativo sul ruolo delle istituzioni: accogliere opere nate dalla violenza rischia sempre di anestetizzare il conflitto attraverso l’estetica. La forza di questa mostra sta nell’abitare tale contraddizione con onestà, dimostrando che la cultura è resistenza, non decoro. Mentre uno spazio indipendente dà corpo a dodici artisti che portano l’odore della cenere, il silenzio delle grandi diplomazie dell’arte si fa assordante. Fa riflettere come l’archivio vivo di Gaza trovi asilo qui, mentre i palcoscenici internazionali, a partire da una Biennale di Venezia trincerata dietro l’assenza di un Padiglione ufficiale, scelgono la cautela del vuoto alla scomodità della testimonianza.
Uscire da BASE significa portarsi addosso una domanda che non si dissolve: riconosciuto il peso di quegli sguardi, quale responsabilità siamo disposti ad assumerci? Guardare non è più un gesto neutro, ma l’atto di una consapevolezza che non chiede il permesso per esistere.
Leggi l’intero articolo su segnonline.it