Guttuso e Forma 1. Un conflitto ragionato

Immaginate Roma nel 1947. Siamo in Via Margutta. Uno studio frequentato da artisti giovani e meno giovani: si entra, si discute, si litiga anche. Si parla di politica, di pittura, di futuro.
È nello studio di Renato Guttuso che queste discussioni prendono forma. Il problema è uno solo: come rinnovare il linguaggio dell’arte dopo la guerra.
Da questo clima nasce, nel 1947, Forma 1. Non tanto da un luogo preciso quanto da una presa di posizione condivisa, che si concretizza nel manifesto pubblicato sull’omonima rivista.
I protagonisti sono giovani destinati a lasciare il segno: Carla Accardi, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mino Guerrini, Achille Perilli, insieme a Ugo Attardi, Antonio Sanfilippo e Giulio Turcato.
Si dichiarano marxisti, ma rifiutano il realismo socialista sostenuto da Palmiro Togliatti. Non vogliono un’arte didascalica. Vogliono libertà, astrazione, modernità. Vogliono una rivoluzione del linguaggio pittorico.
E Renato Guttuso?

Guttuso ascolta, discute, partecipa a quel clima. Ma sceglie un’altra strada: il realismo sociale. Una pittura che comunica, che prende posizione, che resta leggibile.
Dietro questa scelta non c’è soltanto una questione teorica o politica. C’è anche una spinta personale profonda. La rottura del rapporto con Topazia Alliata, dovuta anche alla distanza sociale tra i due mondi di appartenenza, è uno degli elementi che incidono sul suo percorso.
In Guttuso esiste un’urgenza: affermarsi, emergere, conquistare un ruolo nella società. Non solo come artista, ma anche come uomo. E questa, probabilmente, gli appare la strada migliore.
Non sarà l’unica chiave per leggere Guttuso, ma è una lettura che regge.
Negli stessi anni Giulio Carlo Argan difende invece l’astrazione: innovare il linguaggio, sostiene, significa già fare rivoluzione.

Forma 1 durerà poco — dal 1947 al 1951 — ma lascerà un segno profondo. Nel breve periodo gli astrattisti restano ai margini. Col tempo, però, la loro ricerca entrerà nella storia.
E Renato Guttuso?

Resta centrale proprio perché non li segue. Non è dentro il gruppo, ma è pienamente dentro il dibattito.
È lì, in quella tensione tra confronto reale, scelte artistiche e motivazioni personali, che si gioca la complessità del maestro di Bagheria: una complessità che, ancora oggi, a quasi quarant’anni dalla sua morte, continua a interrogare storici e critici.

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Guttuso e Forma 1. Un conflitto ragionato

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