La mostra Home Sweet Home di Gianfranco D’Alonzo Garibaldi, a cura di Sabato Angiero, si configura come la riattivazione differita di un dispositivo già presentato nella mostra Alone del 2016, realizzata presso la Galleria Gallerati di Roma.
Non si tratta di una replica, ma della riapertura di un lavoro in cui e materia ritorna senza coincidere con se stessa, una permanenza che si altera nel momento stesso in cui appare.
Il riferimento ad Alone (2016) non stabilisce una successione cronologica, ma la presenza di una memoria incorporata che continua a operare deformando il presente. Si tratta, pertanto, di riconoscere una simultaneità instabile in cui il passato persiste come forza latente. L’opera, dunque, non viene riproposta: viene riabitata.



Il dispositivo installativo — una costruzione modulare in mattoni grezzi — è costruito con una grammatica apparentemente elementare che utilizza la simmetria come ipotesi iniziale. Questa è però subito diversificata da distanze, sovrapposizioni, micro variazioni, che impediscono ogni stabilizzazione percettiva. Nella tensione tra ordine e irregolarità si innesca e palesa il significato intrinseco del lavoro: lo spazio non è dato, ma continuamente negoziato.
L’idea stessa di “abitare” viene qui radicalmente problematizzata. Le sei opere al suo interno, disposte ad altezza leggermente variabili, creano una discontinuità rispetto alla configurazione originaria della mostra del 2016, che insieme alla presenza del tappeto, funzionano come marcatori di una memoria spaziale: tracce di un gesto manuale già compiuto che tuttavia non si lascia mai ricostruire pienamente. Il visitatore non si muove nello spazio perché esso non è orientato: lo vive perché lo contempla.
In questo senso, l’opera è costitutivamente differita. Non coincide con la propria forma, ma si dà come processo di slittamento continuo. Il “dopo” che essa istituisce non è una fase successiva, bensì un regime di apparizione instabile, in cui ogni elemento resta aperto e irrisolto. La forma si comporta come una ferita semiotica: non chiude, ma espone.
Lo spazio dell’installazione – 4,80 × 3,80 metri – è progettato come una camera percettiva che non contiene l’opera, ma la rende possibile. Il vano centrale si configura come dispositivo liminale: un varco che non conduce altrove, in cui la direzione perde consistenza, ma intensifica l’esperienza del passaggio, innesca una vertigine controllata.
In tale contesto, il corpo dello spettatore viene assorbito nella logica installativa. Viene meno la distinzione tra osservatore e opera: ogni movimento diventa atto interpretativo, ogni pausa produzione di senso.
L’esperienza estetica si trasforma così in pratica conoscitiva, in cui il vedere implica una messa in crisi delle proprie certezze.
Le superfici grezze dei mattoni, lungi dall’essere riconducibili a un’estetica minimalista, si presentano come residui di una sottrazione più radicale. Non sono forme ridotte, ma resti attivi: ciò che permane quando il linguaggio non riesce più a garantire stabilità al significato. In esse si avverte una densità trattenuta, un’eccedenza inespressa che carica la materia di una tensione dell’invisibile.
L’intero progetto può essere letto come una meditazione sulla temporalità non lineare dell’opera. “Il 2016 non rappresenta un’origine, ma una condizione ancora operante; il 2026 non è un approdo, ma una riattivazione”. Si delinea così una temporalità topologica, fatta di ritorni, pieghe e interferenze: l’opera non si sviluppa nel tempo, ma lo complica.
Il titolo Home Sweet Home introduce un ulteriore livello di tensione, attivando un processo mentale destabilizzante. Da un lato richiama un immaginario affettivo fatto di accoglienza, intimità e ritorno; dall’altro, l’esperienza dell’opera ne smentisce la promessa, rendendo quel ritorno impossibile. La casa non è più un luogo stabile, ma una costruzione simbolica fragile, esposta alla propria dissoluzione.
Questo scarto genera un cortocircuito mentale: aspettative e percezioni entrano in conflitto; il pensiero è costretto a riorganizzarsi di fronte a qualcosa che non torna, ad attivarsi per riconsiderare le proprie coordinate.
A ciò si affianca un cortocircuito semantico: termini come “casa”, “intimità”, “protezione” vengono destabilizzati e messi in contraddizione. Ne deriva uno slittamento di senso in cui l’elemento affettivo si rovescia in inquietudine e l’intimità in distanza, generando un campo ambiguo e aperto.


Il lavoro di D’Alonzo Garibaldi assume pertanto una dimensione radicale. L’opera non rappresenta, ma interroga le condizioni della rappresentazione. Non offre immagini, ma produce uno spazio in cui il vedere diventa problematico. Si apre così una zona interstiziale, sospesa tra percezione e pensiero, in cui l’esperienza estetica coincide con una perdita di certezza.
La galleria, da semplice contenitore, si trasforma in dispositivo critico: una macchina di disorientamento che opera per sottrazione. Non accumula forme, ma le espone alla loro instabilità. Ogni elemento funziona come soglia, ogni soglia come interrogazione.
Home Sweet Home si configura, in ultima analisi, come un’architettura dell’instabilità: non accoglie, ma espone; non protegge, ma disarma; non conclude, ma riapre. L’opera non si dà come risposta, ma come permanenza interrogativa.
Abitare, allora, non significa più possedere uno spazio, ma attraversarlo senza stabilizzarlo. In questa prospettiva, ogni “casa” è già altrove: una costruzione in divenire, una soglia che rimanda incessantemente a ciò che eccede ogni possibilità
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