Il segno della medusa

Questa è ancora una inattesa azione urbana di Vanessa di Lodovico che grazie al cielo potremmo dire, o forse grazie alla stessa necessità di chiudere l’acqua, non smette di considerare il ruolo dell’artista, dell’operatore culturale come un osservatore sociale, un notista di paradossi, un visionario alla ricerca di dar forma visibile alle sue percezioni, nel mondo e nella società. In fondo, l’artista non è diverso da tutte le altre persone ma la sua attenzione a ciò che accade lo impegna a sottolineare, commentare, destabilizzare lo spazio urbano, la realtà dei contesti e delle situazioni per darne significati e suggestioni diverse.

Oggi troppi artisti, intellettuali o presunti tali, si sono accomodati nelle forme autocompiaciute dell’esclusivismo salottiero, soddisfatti dei propri ruoli nei sistemi comunicativi o relazionali del mondo dell’arte di una provincia “mentale” più che logistica e spaziale. Pochissimi oggi hanno il coraggio di rischiare di coinvolgersi dentro lo spazio del quotidiano portando in esso un disequilibrio significativo di senso: a volte è un puro esercizio di stile esprimere azioni artistiche metaforizzando sulla realtà piuttosto che attuarle davvero nella realtà .

In questa azione vediamo una fila di parrucche con cuffia in testa, a metà tra esseri marini cangianti e volti possibili: ma i volti non si vedono, e in realtà, non ci sono. Nello spazio dove vengono disposte queste figure pongono “solo” (?) un segno imprevedibile capace di introdurre metaforicamente un “discorso” concretissimo o forse meglio dire, una suggestione specifica, sul nostro rapporto con l’elemento primario della nostra esistenza: l’acqua.

L’azione complessiva ha un ordine spaziale e cronologico: si comincia dal mare e si prosegue “a ritroso”, verso le colline. Il mare è elemento in cui sappiamo essere nata la vita, elemento a cui ritornano tutti i rivoli metaforici e reali dell’acqua. Il luogo della città, scelto per queste presenze enigmatiche poste di fronte al mare, non smette di generare simboli: la fontana della Nave di Cascella, a Pescara, uno dei pochi elementi qualitativamente artistici dell’arredo urbano della nostra città, punta simbolicamente verso il mare lontano portando con sé e dentro di sé, il caos decostruito di una “tecnologia” che siamo noi e i nostri sogni. Le strane meduse vengono poste tra essa e il mare, in un punto di osservazione, verso l’origine o il destino di ogni cosa che fluisce: il movimento del vento rende queste figure vive e sembrano interporsi tra la rotta simbolica della nave e la lontananza.

Secondo punto: il fiume Pescara verso la sua foce. In questo periodo nella nostra città in quel luogo, fervono lavori mentre il fiume scorre incessante grigio, gonfio da giorni di pioggia. Le “meduse” guardano da dietro le transenne, le grate o i graticci delle costruzioni, tra materiali edili mal riposti. Oppure si abbarbicano ai muri per scorgere ciò che dalla terra va verso il mare, il destino, il flusso, l’origine, in realtà poco visibili o percepibili poiché letteralmente violentati dai lavori in corso, ma che continuano a scorrere. Qui la presenza della dimensione tecnologica del nostro fare e costruire, snatura tutto ciò che è ambiente. L’acqua è imbrigliata, il cemento circonda e controlla, la natura è manipolata. Le meduse perse nel gigantismo invadente dei materiali ,appaiono come domande ed elementi estranei. Il loro orizzonte si chiude, si intrappola nella necessità materiale del dominio dei flussi naturali.

Terzo punto: le meduse sul ciglio di una strada, tra erba selvatica di una ristretta porzione di prato circondata di asfalto. I movimenti dei loro capelli / tentacoli grazie al vento, si uniscono a quello dei rami e dell’erba; fluttuano di nuovo nella natura, guardando enigmaticamente l’origine della vita, adesso lì intrappolata, ordinata, gestita in immensi serbatoi, circondati da palazzine dirigenziali, sedi dell’economica gestione dell’origine del nostro vivere e dei nostri “agi” privati: gli scarichi, le docce, i fiori da innaffiare, il riscaldamento.

Il viaggio a ritroso svela il possesso e il controllo che abbiamo o che crediamo di aver raggiunto su ciò che è naturale. L’acqua è una cosa che ci serve, va gestita e questo non può essere cambiato perché è l’ordine delle cose che i nostri interessi hanno stabilito. Le “meduse” fuori posto, come stendardi muti stanno lì a vedere e ad evidenziare l’origine tradita, il flusso della vita economizzato, usato, distribuito. Sono segni che ci ricordano uso e abuso del bene primario, spreco e necessità, indifferenza e natura. Ma non c’è moralismo in questa “azione”: siamo come siamo, ma dobbiamo imparare a prenderne coscienza e consapevolezza.

L’operazione di evidenziazione proposta da Vanessa di Lodovico è propria ed essenziale di un’idea sociale dell’arte, di una essenzialità primaria dell’arte stessa che spesso annulliamo nella celebrazione autoreferenziale del nostro gioco privato di compiacimento estetico, nel chiuso di fighissime gallerie, presi a parlare di intense sensazioni emotive e a sorseggiare calici di vino compiacendoci di quanto siamo colti e raffinati.

Perché abbiamo tolto alla creatività la possibilità di aprirci gli occhi sul mondo reale? Perché l’abbiamo rimossa da ciò che sarebbe davvero necessario affrontare?

Queste azioni sono svolte senza autocompiacimenti e sono fatte senza pubblicizzarle prima, e smontate dall’artista appena realizzate e documentate proprio perché non sono lì per celebrare ma solo per “segnare”. Cosa resta di questo segno? Nell’artista, la realizzazione di una urgenza necessaria, nella memoria di chi incrocerà il racconto in foto immagini o parole, la suggestione, la curiosità, l’ipotesi, la domanda. Tutte cose molto più utili e vive della spiegazione, del compiacimento, del discorso forbito o del sensazionalismo di un solo istante. Le spiegazioni sono spesso un modo per neutralizzare le provocazioni: chiarire, pretendere di farlo, è a volte, un modo per togliere vividezza al problema posto.

Un’ultima considerazione: perche la Di Lodovico ha proposto queste strane forme umanoidi di meduse come segnali di questo ragionare, o forse potremmo dire, meditare, riflettere sul ciclo di consumo dell’acqua? Non lo so esattamente e nemmeno l’artista le ha scelte razionalizzando ma provo a fare un’ipotesi sul perché dal suo immaginario sono scaturite proprio quelle forme, proprio quelle suggestioni.

Cos’è una “medusa”? E’ un organismo marino invertebrato con corpo gelatinoso costituito al 95% di acqua, una creature planctonica che si lascia trasportare dalle correnti. Non possiede cervello, cuore o sistema nervoso centrale ma solo una rete neurale diffusa ed esistono da 500 milioni di anni, da prima dei dinosauri.

Le “meduse” disposte da Vanessa di Lodovico assomigliano molto alla nostra indifferenza al nostro essere diventati una sorta di invertebrati planctonici che osservano inebetiti la loro origine, il proprio fluire, il proprio destino, trasportati dalla corrente dell’abitudine. Una rete neurale ormai senza coscienza, senza volto,testimone passivo di ciò che avviene.

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Il segno della medusa

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