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Il senso del dis-velare nell’opera di Giovanni Leto

Il viaggio di un’artista è contrassegnato dalla continua ricerca di dare alla propria creatività un’espressione capace di mostrare una realtà nascosta, dapprima colta attraverso l’intuito e in seguito analizzata, per poi diventare materia su una tela, presenza attiva e vitale nel tempo. Lo scorrere dell’esistenza ne asseconda, quasi, l’ineluttabilità, o la fugacità di momenti resi immortali dall’Arte, ma nel contempo afferma la concretezza di un presente in perenne divenire. In tale sospensione si narrano, a Bagheria, alla galleria Adalberto Catanzaro , i “Racconti di carte”, la retrospettiva, in corso, di Giovanni Leto. Un allestimento sobrio, ma essenziale, in cui si coglie con estrema visione d’insieme, l’evoluzione stilistica, del maestro siciliano, dalla metà degli anni ’80 sino alle ultime opere del 2015.

Un percorso artistico basato su una profonda indagine nella composizione, accompagnata da un rigore mentale che si espleta nel “fare” dell’arte, nel senso della manualità e del movimento degli elementi, e nel loro distinguersi danno corpo all’opera, evidenziandone influenze e rimandi all’Arte del secondo novecento.

La carta, il giornale assunto a dato tecnico ed estetico di un linguaggio che costituisce il mezzo per rivelare la propria visione del mondo e dell’uomo. Infatti, “le opere di Leto sono determinate- come scrive , nel testo in catalogo, Valentino Catricalà – in primis dall’attorcigliamento: dall’atto, dall’azione ripetuta dell’attorcigliare. Leto attorciglia continuamente fogli, la sua è una performance quotidiana ripetutamente vissuta nel suo studio”. E’ l’azione determina la potenza comunicativa, ed è nel gesto dell’arrotolare il materiale cartaceo, che si cela quella realtà in attesa di essere dis-velata dall’osservatore.

Se , per un attimo, provassimo ad aprire i salsicciotti di carta, cosa scopriremmo? Se, ancora, provassimo a scomporre l’intera struttura del quadro, cosa rimarrebbe se ne sconvolgessimo l’equilibrio? Ci ritroveremmo una superficie nuda, interamente spogliata dei suoi abiti, ma ne troveremmo, forse l’essenza, l’anima dell’opera ossia il colore. Nello specifico, la pennellata o la spatolata, la quale racchiude ed esprime l’atto della creazione in sé. Un passato da pittore che ritorna per dare stabilità e funge da contrappeso per equilibrare l’opera.

Quindi, l’elemento informale con il suo carico di energia, lascia anche spazio a quelle schegge dai toni policromi, rinviando a sollecitazioni mentali o psicologiche orientate ad aprire nuovi circuiti nell’arte di Giovanni Leto.

Una mostra personale ove si palesa la capacità critica e le scelte culturali dell’artista, fatte in piena aderenza col proprio bagaglio esperenziale, in connubio con un sentire pacato e sensibile, volto a rappresentare orizzonti “altri” ed esterni di una coscienza, rivolta a scrutarne limiti e confini.

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