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Kaleidoscope

Nella gerarchia delle istituzioni artistiche i musei troneggiano per ampiezza degli edifici che talvolta appaiono come dei labirinti temporali, trascinando gli spettatori in un viaggio negli anni passati. Spesso sono disorientanti e ci rendono saturi per l’immensità delle informazioni che ci circonda, ma siamo sempre capaci di riattivare l’attenzione quando ci troviamo di fronte ai famosi old masters oppure ad opere che ormai sono riconosciute globalmente e forse anche commercialmente. Questa breve digressione, mi serve per introdurre gli spazi della Saatchi Gallery londinese, in quanto la collocano a metà tra una galleria – qual è – e un museo, poiché all’interno dei numerosi ambienti espositivi è possibile fruire diversi nuclei tematici corrispondenti ad altrettante mostre permanenti. Il metodo scelto pone però una duplice questione: da un lato, dà la possibilità di proporre contemporaneamente diverse proposte; ma dall’altro rischia di disorientare lo spettatore, nonostante la mini-guida sia esaustiva sulla differenziazione delle varie zone. 

La mostra che ci interessa in questa sede è Kaleidoscope, visibile nelle “gallerie” 1-5. Essa appare come una collettiva di nove artisti contemporanei, scelti per la loro capacità di sfruttare diverse tecniche nel medesimo lavoro. Il fil rouge che corre tra le opere esposte determina una continuità tematica che esamina la “distorsione della percezione umana” ambientata in spazi domestici, in situazioni nautiche turbolente oppure in totale astrazione. La frase posta alla fine della prima pagina della guida mi sembra esaustiva e necessaria da riportare per la corretta fruizione delle opere: “Kaleidoscope è una tempestiva esplorazione del nostro rapporto con ciò che ci circonda, che domanda allo spettatore di riconsiderare il modo in cui ci poniamo nei confronti dell’ambiente – e di conseguenza con l’arte”. 

La parola “caleidoscopio” contiene in sé una caratteristica rifrangente, in grado di mutare continuamente ciò che vediamo. Ponendola su un piano figurativo e non più meccanico – proprio del sostantivo – gli artisti ragionano sul significato intrinseco della parola e cercano di restituirlo artisticamente. Ogni personalità lo elabora in modo proprio e lo traspone nella propria poetica attraverso strumenti differenti. L’opera centrale e più significativa è “Fata Morgana” (2012) di Laura Buckley, la quale realizza un effettivo caleidoscopio a dimensioni umane, permettendo al pubblico di interagire attivamente entrando e uscendo nell/dall’installazione, sulla quale sono proiettate immagini accompagnate da un sottofondo audio in perenne mutamento. Whitney Bedford, invece, preferisce indagare il medium tradizionale della pittura, ritraendo una serie di naufragi di navi a metà tra il realismo del relitto e l’astrattismo del mare. Pierre Carreau, dal canto suo, fotografa le onde del mare, concentrando l’attenzione sull’aspetto riflettente e rifrangente dell’acqua, che crea forme sempre nuove. L’italiano Benedetto Pietromarchi riconduce il tema del cambiamento sulla molteplicità dei materiali che si possono utilizzare nella realizzazione di un’opera d’arte: Pelican Bay (2012) esemplifica in modo empirico questa varietà, proponendo degli “assemblaggi” che incentivano la scoperta di nuove arene per la creatività. Sulle tele della giovanissima Florence Hutchings è possibile entrare nell’analisi di oggetti ingigantiti, proposti in situazioni sempre innovative, usando colori, fantasie e forme che talvolta appaiono ambigui. Tom Howse, al contrario, interpreta ambienti domestici quotidiani attraverso il filtro della propria personale visione. Peter Linde Busk dipinge figure totemiche che simulano uno specchio in cui lo spettatore è invitato a riconoscersi e riconoscere la “materia” di cui è fatto, creando corpi scavati fino a lasciare intravedere le ossa, intendendo esporre senza mediazioni la fatalità della vita, in cui ognuno di noi è destinato a morire. Mia Feuer presenta in galleria un’installazione – “Dog Sled” (2013) – costruita con gli scarti del petrolio raccolto sulle rive di Artic Fijords, al fine di stimolare lo spettatore a riflettere sul tempo in cui sta vivendo e suoi cambiamenti e problemi ambientali che ormai da un po’ segnano il nostro presente. Tillman Kaiser, ultima, ma non per minore importanza, racconta sulla tela “City of the Weak Heart” (2007)un percorso simmetrico popolato da disegni sovrapposti che ritiene creino un ritmo paragonabile a quello della musica.

Una riflessione sull’attualità, sul tempo, sulle situazioni. Una riflessione sulla fragilità delle nostre convinzioni e sulla nostra quotidianità, sottoposta a continui stimoli che rischiano di rompere l’equilibrio a cui siamo abituati, come un caleidoscopio che in un momento ti mostra un determinato pattern, ma che il momento successivo non è già più lo stesso.

Photo Credits Saatchi Gallery

Saatchi Gallery

Duke of York’s HQ, Kings Road – Londra, SW3 4RY

Kaleidoscope

Conclusa 11 giugno 2019