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La Biennale e il cocktail italiano

Finora, in merito alle ultime notizie dalla Biennale, sembrano concordare tutti: il cambio, o lo svecchiamento, è stato effettuato! E si esulta, stanchi delle “ideologie” antiche.

Ora, non sappiamo se il metodo sia stato appositamente ricercato -forse sì-, oppure abbia seguito quello vincente -e così, gli facciamo anche un giusto tributo- di Mirko Stocchetto, recentemente scomparso, inventore dello “Sbagliato”.

Qualunque sia la verità -e in fatto di eventi talmente grandi vai a saperla- di certo vi è che qualcosa, in Laguna, sta mutando. La critica (cioè il pensiero) sarà assente, il gusto più o meno in amalgama, gli artisti in linea con la cultura dell’austerità, le esigenze estetiche poco giustificate e affidate ai comunicati stampa tipo briciole con effetto suspence.

Riguardo ai selezionati del padiglione Italia nessuna novità; se non che, per i prossimi anni, almeno ne ricorderemo i nomi e probabilmente le opere (sono soltanto tre ragazzi, non un esercito stipato in collettiva come gli anni passati… dunque, dovrebbe essere più facile).

I giornalisti-veggenti, appresa la notizia, simili a lumache dopo la pioggia, hanno tirato fuori le antennine dal guscio, affermando che, di queste partecipazioni alla Biennale, sapevano i particolari ben prima che i giovani artisti nascessero (non me lo sto inventando: ci sono innumerevoli articoli che lo testimoniano).

E qui nasce un dubbio personale: l’Italia è -soprattutto politicamente- un campo per il pascolo di cui sappiamo con certezza scientifica che fine faccia l’erbetta ruminata. Il problema è: perché non vengono evitati tali scivoloni? Sarebbe confortante, penso.

Andiamo alla “squadra” Italia. Curatrice e artisti (tranne uno) sono la più grande dimostrazione dell’espressione latina “nemo propheta in patria” e la più misera sottolineatura di quanto sia inefficiente la cultura italiana dentro la Penisola (inefficiente è un eufemismo).

Il lavoro e le produzioni con cui li abbiamo apprezzati, invece, sono innegabilmente fascinosissimi, e, altrettanto innegabilmente, risentono nello stile della colonizzazione artistica delle forze anglogermaniche, le più influenti all’interno dell’incubo economico della globalizzazione. Grandi installazioni da slogarsi le mascelle, concetti imponenti rivestiti da materiali disparati e altro blatericcio presente in qualsiasi galleria nordeuropea…

Sia chiaro: questa non è una critica (mi appiattisco anche io alla decisione della Macel), ma il tentativo eziologico di comprendere di quale patologia sia affetta l’arte contemporanea. Che adesso curerei con un altro cocktail, mentre è di scena il solito Trump Trump del mondo.

Meglio che niente (e lo dicevo che non era una critica).

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