Mentre a Venezia si restaura un murales di Banksy, fatto apposta per consumarsi con l’acqua, nel lembo opposto d’Italia, nella bella Ragusa, Bitume, installazione site specific realizzata da decine di artisti in un luogo storico della città, uno stabilimento minerario, viene distrutta insieme al grosso della fabbrica e alla memoria di tutte le persone che hanno trascorso in quel luogo buona parte della vita. Ne discutiamo con
Vincenzo Cascone, curatore di Bitume.
Vincenzo, la distruzione fisica dell’ex fabbrica Ancione coi lavori di Bitume sembra la cronaca di una morte annunciata: che cosa si prova a veder cancellati tanti anni di lavoro?
Se per anni di lavoro intendi i miei, provo un sentimento che assomiglia alla catarsi, un progetto che ho visto crescere gradualmente, evolversi e infine chiudersi in se stesso, distrutto da un’economia ottusa che non riconosce il valore dei luoghi ma si muove solo secondo logiche di profitto. Se invece per anni di lavoro intendi quelli che dalla seconda metà dell’800 hanno attraversato quell’area, allora il sentimento che prevale è la rabbia. Quel sito di archeologia industriale rappresentava un monumento al duro lavoro dei nostri antenati che cavavano la roccia asfaltica per pavimentare le prime strade delle capitali del mondo. Cancellarlo è un disastro irreparabile.

In un paese che sovente discute di rigenerazione urbana, e talvolta la pratica, pensi che questa demolizione sia il sintomo di una cecità istituzionale o rifletta piuttosto un’incapacità collettiva di riconoscere un valore storico ed estetico in ciò che appare “vecchio”, “sporco” o “consumato”?
Cecità istituzionale assoluta. Aggiungerei anche un ritardo culturale forse dovuto al provincialismo che caratterizza l’attuale amministrazione, nel sud del sud dei santi avrebbe detto Carmelo Bene. La collettività invece ha manifestato il proprio dissenso alla scellerata scelta di demolirlo, e lo ha fatto in maniera netta. A parte qualche voce isolata che blaterava di ferri arrugginiti come unico contenuto dell’area, i ragusani, al contrario, si riconoscevano in quel luogo sia per averci lavorato che per averlo visitato durante i tour guidati organizzati nel 2020. Del valore fondamentale dell’Archeologia industriale in Italia si parla dalla fine degli anni ‘70, un dibattito iniziato con Eugenio Battisti che è germinato portando a diversi esempi di tutela e riuso di queste cattedrali del lavoro che punteggiano l’intero territorio nazionale. Evidentemente Ragusa è ferma agli anni ‘60, quando si demolivano palazzi storici per far posto a brutali edifici in cemento armato di dubbio gusto.
È pur vero però che non tutto si può conservare. Mi pare che la collaborazione con l’ente pubblico – Bitume è stato realizzato col patrocinio del comune e della regione – rientrasse in questa logica: collaborare a un’iniziativa concordata, con tutte le carte in regola – leggi: garanzie – per procedere sulle proprie gambe. Che cosa è andato storto? Ha “tradito” il pubblico o il privato?
Non tutto si può conservare è vero, ma quello non era un luogo qualsiasi. Gli impianti della Ancione e il sottostante labirinto di tunnel scavato dai minatori ragusani rappresentano un lascito incredibile dello sviluppo sociale e industriale del capoluogo Ibleo. Anzi proprio grazie al comparto della “pietra pece” e al suo sfruttamento, Ragusa deve l’elezione a capoluogo di provincia sancita nel 1927 dal regime fascista.
Bitume, come spin off di FestiWall, è un progetto di arte pubblica. Ambedue sono sempre stati sostenuti con contributi pubblici e privati. Così come le opere di FestiWall, ad esempio, si realizzavano su prospetti di privati e di edilizia pubblica, ma questo non ha mai cambiato la libertà di fruirne da parte di tutta la città. Quindi il fatto che l’area sia acquisita da un imprenditore sprovvisto di una sensibilità non avrebbe dovuto comportare la distruzione del sito, laddove il pubblico, cioè l’amministrazione, di concerto con la soprintendenza, avrebbe potuto regolamentare gli interventi delle ruspe applicando il codice dei beni culturali. Quindi no nessun tradimento del privato, non è un interlocutore pertinente, e sì, scellerata distrazione del pubblico che non ha regolamentato l’intervento.

La demolizione della fabbrica aveva ahimè avuto parecchi precedenti… A Ragusa sono stati distrutti una storica latteria, uno storico mulino, e anche alcuni murales di FestiWall, la rassegna da cui è partito Bitume, sono stati coperti, o modificati, senza colpo ferire per rifare le facciate…
Ci tengo a precisare che FestiWall, insieme agli artisti, ha sempre avuto un rapporto laico con le opere realizzate. Queste ultime non sono isolate da quello che accade nella realtà, nella città, anzi ne fanno parte in maniera eclatante. Scherzando dico che uno dei maggiori nemici delle opere murali è stato il 110%, ma è logico che se in gioco è l’efficientamento energetico di uno stabile e quindi la realizzazione di un cappotto, l’opera cede il posto alla sopraggiunta necessità. Così vale per le opere di Bitume, il cui compito è stato quello di segnalare il riconoscimento di un sito di archeologia industriale. A essere irrimediabile è la perdita del luogo di lavoro, del luogo di memoria per dirla con Clorinda Galasso. Detto questo è palese l’uso strumentale del cantiere edilizio come propaganda da buon governo, una pratica che l’attuale amministrazione sembra seguire pedissequamente, cancellando anche edifici di chiaro interesse storico sociale (vedi il recente caso del Mulino Curiale).
Spesso si dice che l’arte urbana contribuisca a riscoprire luoghi dimenticati; non ritieni che, in questo caso, l’aver puntato i riflettori sullo stabilimento Ancione abbia destato appetiti speculativi, rendendo gli artisti complici involontari e inconsapevoli della sua stessa fine?
Accetto la provocazione. Sì, è colpa degli artisti.

Cosa perdiamo, come comunità, quando decidiamo che un centro commerciale o un nuovo complesso residenziale valgano più della stratificazione di decenni di lavoro operaio e di creatività contemporanea?
Intanto trovo paradossale prevedere la costruzione di nuovi complessi residenziali o industriali. Creare nuove case e nuovi capannoni quando è risaputo che siamo in enorme esubero rispetto alle reali esigenze demografiche e logistiche. Case vuote, capannoni vuoti: una Ghost town. Perdiamo l’identità, la storia, la traccia che ci orienta nelle scelte future. Ricoeur in un formidabile saggio dal titolo Ricordare, dimenticare, perdonare (2012), fa riferimento a una doppia e contraria direzione dell’oblio, l’oblio che preserva da quello che distrugge: “quello che da alla memoria la risorsa per combattere l’oblio […] noi diciamo del passato che non è più, ma che è stato. Con la prima espressione ne sottolineiamo la sparizione, l’assenza”. Ecco, seguendo il filosofo francese, da adesso non potremo più dire dell’impianto Ancione che è stato, ma tragicamente che non è più, sparito.
A quanto mi risulta, una parte dello stabilimento sarà salvata, e messa a disposizione della collettività. Non si poteva fare la stessa cosa con alcuni dei lavori di Bitume?
Mi fa sorridere perché su un’area di 148 mila mq si sta salvando un impianto di appena 2000 mq. Per l’altro edificio, non può essere toccato in quanto già vincolato dalla soprintendenza. Questi due ambienti, peraltro distanti, non potranno mai restituire il mosaico completo del ciclo produttivo organizzato all’interno dello stabilimento. Il sindaco era al corrente di una proposta conservativa di altri imprenditori che volevano restituire e mantenere per la città la libera fruizione dell’area, sarebbe bastato. Questo sarebbe stato un modo sostenibile di procedere al riuso della fabbrica, contemperando le esigenze imprenditoriali con l’importanza sociale del luogo.
Se il senso di un luogo risiede nella sua memoria, cosa rimarrà dell’esperienza di Bitume ora che il contenitore fisico si appresta a scomparire: può un archivio digitale o un racconto orale colmare il vuoto lasciato da quel paesaggio industriale?
Sono d’accordo, sopravvive l’archivio e quindi la possibilità di studiare quanto avvenuto in contrada Tabuna. Sono già state scritte diverse tesi di laurea sul progetto e saggi che puntano proprio sulla sopravvivenza dell’operazione oltre la sua distruzione. Ovviamente l’esperienza in presenza non è sostituibile con la sua trascrizione o rielaborazione editoriale. Il volume della Fondazione Federico II del 2023, ad esempio, che raccoglie tutti gli interventi degli artisti e ospita tra gli altri i contributi di scrittori, storici e accademici, poggia proprio su questo presupposto. In cantiere c’è anche il documentario che ho realizzato grazie al Libero Consorzio Comunale di Ragusa e che sarà presentato a breve, dove si restituisce l’enorme valore storico dello sfruttamento della pietra pece, le testimonianze degli ultimi picialuori, i documenti storici, il prezioso lavoro degli artisti, le ricerche scientifiche attorno a questa misteriosa materia che è il bitume.
C’è una domanda che avresti voluto che la città, o i nuovi proprietari, ti avessero fatto prima di procedere con l’abbattimento?
La città non chiede a me, ma a chi li rappresenta e li interroga sulle ragioni di una scelta. Dal privato sì, mi aspettavo che chiedessero a me o a qualcun altro, come poter integrare le emergenze di Bitume e del plesso industriale con la loro visione, Non l’hanno fatto e non sono tenuti a farlo. Di sicuro questa dialettica avrebbe potuto aiutare gli investitori creando anche una promozione potentissima alla loro iniziativa.



Guardando le macerie oggi, ti senti di dire che il progetto Bitume è stato un atto di resistenza fallito o, al contrario, la sua distruzione è la prova definitiva della necessità urgente di nuove leggi sulla tutela del contemporaneo?
Nessun atto di resistenza fallito, anzi il compimento ideale di un progetto che, suo malgrado, ha fatto emergere le contraddizioni di un’economia coi paraocchi a cui la politica non sa o non vuole, o peggio ancora, non può dire di no. È un processo irreversibile in atto in tutti i settori della nostra società, ma che sta dando risultati nefasti in ambiti ben più importanti: penso ai tentativi di privatizzazione della sanità, dell’istruzione. Quanto alla tutela, le linee guida di tutte le governance europee sono tese a promuovere il riuso di questi spazi. Ci sono un’infinità di bandi ministeriali che sollecitano la cosiddetta riqualificazione in chiave contemporanea di luoghi industriali in disuso, finanziando bonifiche, allestimenti ecc. A Ragusa ci piace essere in controtendenza.
Qual è il monito che questa vicenda lancia a chi, in Sicilia e altrove, crede ancora che la bellezza e la memoria possano essere motori di sviluppo alternativi al cemento?
C’è un memento mori che l’artista tedesco Case Ma Claim ha usato in una delle opere realizzate a Bitume mutuandolo dalla celebre Trinità che il Masaccio realizzò in Santa Maria Novella a Firenze. Un dialogo fra la carcassa di un cavallo, mezzo di trasporto dei carrettieri che inizialmente usavano per il trasporto della roccia asfaltica, e una serie di auto da rottamare posizionate nei pressi del prospetto. Recita così: “Io
fu’ già quel che voi sete, e quel che io son, voi anco sarete”. Siamo di passaggio, chi governa dovrebbe ricordarsi che cancellare tracce fondative, identitarie, di una comunità, va in contrasto con il motivo per cui sono stati eletti.
Caso strano, anche il memento mori di Masaccio era stato cancellato: durante la ristrutturazione della basilica guidata intorno al 1570 da Giorgio Vasari, mentre il resto della Trinità fu nascosto mediante uno stratagemma dal direttore dei lavori (che, incaricato di rimuovere l’affresco, ci mise un quadro sopra), la scritta e lo scheletro furono coperti da un altare sino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Solo alla fine si decise di riportare tutta l’opera al suo posto. Chissà – mi sembra improbabile, ma tutto può succedere – che lo stesso destino non tocchi al lavoro di Ma Claim.
a cura di Andrea Guastella
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