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La dimensione intima della collettività: H.H. Lim al Padiglione malesiano a Venezia

Holding up a mirror è il progetto espositivo a cura di Lim Wei-Ling, con cui la Malesia inaugura il primo padiglione nazionale alla 58. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia mettendo in dialogo le ricerche dei quattro artisti Anurendra Jegadeva, H.H. Lim, Ivan Lam e Zulkifli Yusoff. Uno specchio dunque, dello stato della ricerca artistica nazionale attraverso le testimonianze di quattro differenti prospettive, che rappresentano al tempo stesso le principali comunità etniche del paese.

Come si legge nel comunicato stampa, Holding up a mirror prende le mosse dal tema della Biennale per proporre una riflessione sul “concetto di identità visto come lo spazio in cui l’individuale e il pubblico si intersecano, dove mito e storia si scontrano, dove si costruiscono prospettive nazionali e internazionali”. È da questo principio che si sviluppa il progetto di H.H. Lim, artista malese, attivo in Italia dalla metà degli anni ’70. Il titolo Timeframes allude a un’idea di percorso esistenziale individuale che prende forma in un segmento temporale. L’idea di una stratificazione dell’esperienza umana assurge a fil rouge che guida lo spettatore tra i lavori esposti. Timeframes si propone come una narrazione antologica della sua ricerca, entro cui le opere diventano un’esegesi di quella che è la prospettiva artistica di H.H. Lim. L’impiego di diversi media, dalla performance alla pittura, all’installazione, testimonia la lunga esperienza dell’artista. L’utilizzo del singolo medium infatti serve a declinare ed indagare di volta in volta la specificità che esso può restituire a livello linguistico.

I tre video Red Room (2004), Patience (2002) ed Enter The Parallel world (2001-2006) che parlano di equilibrio, tenacia, autocontrollo, sono da considerarsi come i dettami fondanti del fare artistico di Lim: una ricerca costante, guidata dalla continua messa in discussione e dalla verifica degli stessi principi che la guidano.

L’installazione delle Sitting Sculptures, sedie con la seduta d’acciaio su cui sono incise parole in ordine randomico, riempie lo spazio centrale della sala e suggerisce l’idea di una dimensione corale della fruizione. La sedia sulla quale Lim invita il pubblico a sedersi e a interrogarsi diventa quindi unità di misura della collettività dalla quale poter costruire la propria prospettiva.

A questo fa eco idealmente il video dell’happening La via del falò divino (2017), girato a Novoli, in cui le Sitting Sculptures sono al centro del rituale collettivo della Focara. L’installazione rappresenta anche il punto d’osservazione privilegiato di Four Seasons (2019), una tavola lignea della quale lo spettatore è chiamato a decifrare i simboli e le lettere. 

L’ambiguità, la contraddizione, il gioco e l’ironia sono gli strumenti utilizzati per mettere lo spettatore nelle condizioni di individuare un punto di rottura, di elaborare un pensiero critico. Per questo H.H. Lim continua a proporre un’arte lontana dalla compiacenza estetica, che vuole essere spunto di riflessione, dubbio, declinata in una visione intima ma dal respiro profondamente contemporaneo.

La dimensione personale e quella collettiva si contemplano vicendevolmente in un chiasmo di sguardi, come se la realtà e la società fossero uno specchio d’acqua su cui riflettere la propria esperienza.  

Costanza Morera