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Le fragili connessioni della società odierna: corpo, natura, tecnologia e memoria nella nuova edizione di CONNEXXION

Viviamo in un mondo che abbiamo costruito per essere più veloce, efficiente e connesso, eppure ci sentiamo sempre più esposti, vulnerabili e fragili. È da questo paradosso che prende avvio la nuova edizione di CONNEXXION – Festival Diffuso di Arte Contemporanea, dedicata alla fragilità come condizione costitutiva dell’essere umano e possibile punto di partenza per un cambiamento. Il tema prende spunto dalle riflessioni contenute nel libro Teoria della Fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto di Roberto Gramiccia, che invita a considerare la fragilità come una dimensione capace di racchiudere una forza e una possibilità di trasformazione. Il festival indaga le forme che questa fragilità assume nella società contemporanea, tra trasformazioni economiche e culturali, sviluppo tecnologico, ricerca di efficienza e nuove forme di dipendenza e isolamento. Un tema che riguarda il singolo ma anche la collettività, perché ciò che oggi ci rende vulnerabili è spesso parte degli stessi sistemi che abbiamo contribuito a costruire. Attraverso opere, installazioni, performance e incontri, CONNEXXION invita così a osservare la fragilità da prospettive diverse, mettendo in relazione corpo, natura, tempo, memoria, tecnologia e comunità. Un invito a interrogarsi su ciò che può nascere proprio dal riconoscimento dei nostri limiti.

Ad aprire il festival è stata, negli spazi della Pinacoteca Civica di Savona, la performance Ceramoprosthesis di Clarissa Falco. Protesi in ceramica indossate dall’artista hanno trasformato il corpo in una struttura ibrida, modificandone postura, ritmo e movimenti. Il corpo protesico ha instaurato un dialogo tra passato e presente, portando al centro della scena la vulnerabilità del corpo e la possibilità di trasformarlo attraverso la materia. Dalla dimensione individuale del corpo, il percorso è proseguito verso una condizione legata al tempo e all’esperienza umana con Cocoon di Martina Fontana, nato dal workshop Moire, realizzato con un gruppo di ospiti della RSA Santuario di Savona: un grande bozzolo in fibra di tencel, tessuto collettivamente, diventa il risultato di un’esperienza condivisa in cui il filo, sottile ma resistente, assume il valore di metafora della vecchiaia e della trasformazione. Il progetto restituisce agli anziani un ruolo attivo nella costruzione dell’opera, trasformando il limite in occasione di relazione, condivisione e memoria. Da qui il percorso si sposta verso una delle trasformazioni più significative del presente: il rapporto sempre più stretto tra individuo e tecnologia. È questo il terreno su cui si muove The Algorithm Creed di Matteo Mandelli, che attraverso un confessionale storico trasformato in confessionale digitale riflette sulla crescente tendenza ad affidare alle tecnologie pensieri, paure e desideri. L’opera lascia aperta una domanda: cosa accade quando cerchiamo ascolto, conforto e verità in una macchina? La riflessione sul rapporto con il digitale è proseguita con The Contact, la performance di Mandelli che ha concluso la giornata. L’artista ha inciso con una smerigliatrice la superficie di uno schermo acceso, trasformando un gesto apparentemente distruttivo in un momento di rivelazione: dalla frattura sono emersi cristalli e luce. Lo schermo, successivamente donato alla Pinacoteca, diventa così il luogo in cui la solidità apparente della tecnologia mostra la propria vulnerabilità; una rottura che apre la possibilità di vedere ciò che normalmente rimane nascosto.
Matteo Mandelli è stato protagonista, insieme all’artista Max Magaldi, del talk a cura di Stefano Sensi, Il diritto all’oblio. La fragilità di ciò che resta, incentrato sul complesso legame tra memoria e intelligenza artificiale. Il dibattito ha messo in luce l’evoluzione delle IA verso una memoria sempre più persistente e le relative implicazioni giuridiche, evidenziando come smartphone, social network e algoritmi siano ormai diventati protesi indispensabili della nostra quotidianità. Da questa analisi emerge un profondo paradosso: mentre spesso denunciamo l’invadenza di una tecnologia che sembra procedere in modo autonomo, dimentichiamo che è proprio l’essere umano ad averla progettata e a perfezionarla costantemente per renderla sempre più performante. La vulnerabilità, in questo caso digitale, diventa così anche il risultato diretto delle nostre scelte.

Questa contraddizione richiama il cuore concettuale del festival: la fragilità risiede anche nel rapporto di dipendenza che instauriamo con strumenti nati per semplificarci la vita. È proprio su questo snodo che si inserisce il percorso espositivo allestito nell’ex carcere di Savona, dove le opere affrontano il tema da prospettive profondamente diverse, attraversando la materia, il corpo, la natura, la tecnologia, il tempo e la memoria. Ogni artista ne offre una propria interpretazione, mostrando un punto di partenza dal quale possono emergere consapevolezza, trasformazione e nuove possibilità di relazione con il presente.
Riccardo Bandiera guarda alla fragilità attraverso la bellezza effimera della natura con Dell’essenziale fragilità del mondo. E del perché tutto è destinato a finire: le sue fotografie e opere scultoree restituiscono il continuo mutamento delle forme vegetali, le loro ferite e trasformazioni, richiamando il Mono no aware, la partecipazione emotiva alla bellezza proprio perché destinata a cambiare e finire. Il riferimento al kintsugi rafforza questa visione, suggerendo come ciò che si rompe possa essere ricomposto e acquisire un nuovo valore. Un’idea di trasformazione che ritorna anche in Blooming di Camilla Marinoni, dove la crepa diventa metafora di una possibile fioritura. Attraverso un progetto partecipato, le esperienze personali diventano petali, impronte e tracce di un percorso in cui la fragilità può trasformarsi in nuova forma. Dalla natura si passa al rapporto tra organico e artificiale con Fatma Ibrahimi: in Germogli di una natura postuma, l’artista costruisce un universo di specie speculative in cui elementi naturali e materia artificiale convivono in forme ibride. L’alluminio accoglie organismi tratti dal suo archivio di piante immaginarie, mentre il video, realizzato senza l’impiego dell’IA attraverso una sequenza di immagini create dall’artista, ne accompagna l’evoluzione. Ne emerge un ecosistema instabile e mutevole, sospeso tra materia, trasformazione e rigenerazione. È invece il corpo a diventare il luogo della fragilità nei lavori di Stefania Loreto ed Elisabetta Di Sopra. In Le plaisir des yeux, Loreto affronta la riappropriazione del corpo femminile, trasformando la frammentazione e ciò che viene normalmente nascosto in consapevolezza. In Attraversamenti, Di Sopra parte dalla ferita e dal trauma e, attraverso il riferimento al kintsugi, li trasforma in tracce da riconoscere e valorizzare. La cicatrice diventa parte della storia del corpo e della sua possibilità di rinascita.

La fragilità si sposta poi nella dimensione immateriale della parola, della memoria e della tecnologia. Fabio Bix, con WOR(L)DS, riflette sul potere delle parole, capaci di generare conflitto ma anche di aprire alla possibilità di un cambiamento. Luca Carlevarino, in ARCHIVIO (al piano di sotto), indaga invece il rapporto tra memoria personale e accumulo digitale, interrogandosi sulla necessità contemporanea di conservare ogni traccia della nostra esperienza. Il tema della dipendenza digitale emerge anche con Vainglory di Max Magaldi, dove 130 smartphone trasformano il flusso incessante dei social in un unico organismo luminoso e sonoro. All’interno della cappella dell’ex carcere di Savona, gli schermi diventano quasi celle digitali, restituendo l’immagine di una nuova forma di prigionia invisibile: quella di un essere umano costantemente connesso, esposto e bisognoso di essere visto.
Tra i progetti presentati, Tempo di non resistenza di Martina Fontana offre una riflessione significativa sul rapporto con il tempo. Attraverso l’osservazione del ciclo di vita dei Bombyx Mori, l’artista invita a confrontarsi con una dimensione alla quale siamo sempre meno abituati: l’attesa. Viviamo in una società fondata sulla velocità e sull’immediatezza, nella quale siamo abituati a ottenere quasi tutto secondo i nostri tempi. Quando siamo costretti ad aspettare, ci troviamo invece a fare i conti con l’impossibilità di controllare un processo. È proprio questo aspetto a rendere il lavoro di Fontana particolarmente interessante: i bachi, con il loro lento tessere il bozzolo, ci ricordano che alcune trasformazioni hanno bisogno del proprio tempo e che ogni processo segue ritmi che sfuggono alla nostra volontà. La fragilità nasce allora dalla consapevolezza del limite, dall’accettazione di un tempo che non dipende da noi e dalla necessità di sospendere, almeno per un momento, il nostro bisogno di controllo. Questa dimensione di controllo ritorna in Exercise on Foucault di Monica Carrera, che affronta la normalizzazione del corpo attraverso l’esercizio della scrittura con la mano sinistra, trasformando una fragilità imposta in uno strumento di resistenza e riappropriazione. In H₂O₂, Veronica Benedetti indaga invece la vulnerabilità del corpo attraverso le radiografie del padre e processi di alterazione della materia, mettendo in relazione cura e deterioramento, solidità e precarietà. Il percorso si apre infine dalla dimensione di Francesca Catellani, con La stanza di Smeralda: in questo spazio l’artista invita il pubblico a fermarsi e ad ascoltarsi: luce, immagini, parole e suoni sono protagonisti dello spazio. L’artista crea un ambiente che invita chi entra a riflettere sul nostro mondo interiore e sulla possibilità di aprirsi al mistero e alle meraviglie della vita.

Nel loro insieme, questi lavori restituiscono una fragilità multiforme: quella della natura, del corpo, della memoria, delle parole, del tempo, delle relazioni e del rapporto con la tecnologia. Soprattutto, mostrano come essa possa diventare una condizione da attraversare e comprendere, dalla quale può nascere una possibilità di trasformazione. Ed è forse questo il filo conduttore che unisce le diverse opere: riconoscere la propria fragilità significa anche riconoscere i propri limiti e, di conseguenza, la possibilità di agire. Perché se è vero che viviamo in un mondo che spesso sembra sovrastarci, è altrettanto vero che quel mondo è, in larga parte, il risultato delle nostre scelte. Siamo contemporaneamente parte del sistema e responsabili del modo in cui decidiamo di abitarlo. La fragilità può allora rimanere passiva, trasformandosi in impotenza e rassegnazione, oppure diventare consapevolezza, interrogazione e possibilità di cambiamento.

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