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Le Marche tra Hockney e Gillian Ayres: Il paesaggio visionari  di Cinzia Battistel

A Fano, nell’Atelier Otium e Negotium, la mostra Marche, l’equilibrio del panorama di Cinzia Battistel, prorogata fino al 9 luglio, invita a guardare il paesaggio marchigiano non come una veduta, ma come una forma del pensiero. Campi, colline, mare, cieli larghi, orizzonti e frammenti di architettura rurale entrano nella pittura non per essere descritti, ma per essere ricomposti secondo un ordine cromatico. Il paesaggio non è più soltanto ciò che si vede: è ciò che lo sguardo trattiene, trasforma, reinventa.

La mostra, nata nell’ambito di Passaggi Festival, ha il merito di riportare al centro un tema apparentemente antico e, proprio per questo, ancora necessario: la possibilità di dipingere oggi il paesaggio senza cadere nella nostalgia, nel pittoresco o nella semplice illustrazione del territorio. Cinzia Battistel affronta questa sfida attraverso una pittura luminosa, sospesa fra riconoscibilità e astrazione, nella quale il paesaggio marchigiano diventa superficie mentale, ritmo, memoria affettiva.

Le sue colline non sono mai soltanto colline. Si dispongono come campiture morbide, come fasce di colore che sembrano seguire il respiro della terra. Il mare, spesso presente come grande superficie blu, non funziona da sfondo, ma da apertura: è il limite e insieme la promessa dello spazio. I campi si trasformano in tessere cromatiche, in porzioni di una mappa emotiva. Il rosa, il lilla, il turchese, il verde e l’azzurro non restituiscono un dato naturalistico, ma costruiscono una temperatura interiore.

In questa libertà del colore si può aprire un dialogo ideale con David Hockney. Il grande pittore inglese ha dimostrato, lungo una carriera vastissima, che il paesaggio non è un genere esaurito. Al contrario, può diventare uno dei luoghi più vitali della pittura contemporanea, purché sia sottratto alla pura imitazione del reale. Nei suoi paesaggi, dalla California all’East Yorkshire, Hockney usa colori accesi, spesso antinaturalistici: blu intensi, verdi squillanti, gialli netti, rosa e lilla che non copiano la natura, ma la rendono più visibile.

Il confronto con Hockney non serve a indicare una derivazione diretta, ma una consonanza. Anche Battistel guarda al paesaggio come a una costruzione dello sguardo. In entrambi gli artisti il colore non è un ornamento della forma, bensì il principio che organizza l’immagine. Hockney procede spesso per energia grafica, per campiture decise, per composizioni che conservano qualcosa di teatrale e di pop. Battistel, invece, sembra affidarsi a una lirica più morbida: la sua pittura non aggredisce lo spazio, lo accarezza; non lo semplifica soltanto, lo fa respirare.

È soprattutto nel rosa che questa differenza si manifesta con evidenza. In Hockney il rosa può diventare colore artificiale, quasi elettrico, capace di sottrarre il paesaggio a ogni consuetudine naturalistica. In Battistel il rosa ha invece una funzione più atmosferica e affettiva. Non è un colore decorativo, ma una luce dell’anima. Addolcisce la superficie, introduce una nota di sospensione, trasforma il luogo in esperienza emotiva. Accanto al rosa, il lilla apre zone di silenzio, il turchese dilata lo spazio, il blu del mare trattiene profondità e distanza.

Ma il discorso non si esaurisce nel rapporto con Hockney. Per comprendere meglio la pittura di Battistel occorre evocare anche Gillian Ayres, una delle figure più importanti dell’astrazione britannica del secondo Novecento. Se Hockney aiuta a leggere la reinvenzione contemporanea del paesaggio, Ayres permette di comprendere la forza autonoma del colore. Nella sua opera la pittura non ha bisogno di descrivere un oggetto: il colore diventa materia, energia, ritmo, espansione della superficie.

Il riferimento ad Ayres consente anche di cogliere un aspetto decisivo della ricerca di Battistel. Pur restando legata al paesaggio, l’artista non subordina mai il colore alla descrizione. Le sue campiture rosa, verdi, azzurre e turchesi non indicano semplicemente un campo, una collina o un cielo: producono una vibrazione. La superficie pittorica diventa un campo di forze, una partitura visiva nella quale il paesaggio è ancora riconoscibile, ma già trasfigurato. È qui che Battistel si colloca in una zona interessante, fra figurazione e astrazione.

Rispetto ad Ayres, naturalmente, Battistel conserva un rapporto più evidente con il luogo. L’astrazione non cancella la geografia; la rende essenziale. Le Marche rimangono presenti, ma non come cartolina. Sono riconoscibili nella loro alternanza di dolcezza e apertura, di campagna e mare, di misura agricola e orizzonte marino. Il paesaggio marchigiano viene liberato dal dettaglio descrittivo e restituito come armonia profonda, come equilibrio fra natura e costruzione, fra memoria del territorio e linguaggio contemporaneo.

In questo senso il titolo della mostra è particolarmente appropriato. Marche, l’equilibrio del panorama non allude soltanto a una qualità geografica, ma a una condizione dello sguardo. Il panorama, in Battistel, non è una distesa da osservare a distanza; è un organismo da attraversare. Ogni colore stabilisce una relazione con l’altro. Ogni curva risponde a un’altra curva. Ogni fascia cromatica apre un passaggio. Il quadro non riproduce il paesaggio: lo mette in equilibrio.

La formazione dell’artista nel campo dell’illustrazione e della costruzione visiva si avverte nella capacità di sintesi. Le immagini possiedono un ritmo limpido, quasi narrativo. Lo sguardo entra nell’opera e viene guidato da un campo all’altro, da una collina al mare, da una zona chiara a una superficie più intensa. C’è qualcosa di musicale in questa pittura: non una musica drammatica, ma una successione di accordi cromatici, tenuti insieme da un sentimento di misura.

La mostra fanese assume così un valore che supera l’occasione espositiva. In un tempo in cui il paesaggio rischia spesso di essere consumato come immagine turistica o trasformato in puro scenario, Battistel lo restituisce alla pittura come esperienza complessa. Il paesaggio non è evasione, ma conoscenza. Non è decorazione, ma forma del rapporto fra l’uomo e il mondo. Le colline, i campi, il mare e il cielo diventano luoghi nei quali si deposita una memoria collettiva, ma anche una percezione individuale.

Il dialogo ideale fra Hockney, Ayres e Battistel permette allora di collocare questa ricerca entro un orizzonte internazionale. Hockney mostra che il paesaggio può essere contemporaneo se accetta la libertà del colore. Ayres ricorda che il colore può vivere di una forza autonoma, indipendente dal vincolo della rappresentazione. Battistel raccoglie entrambe le possibilità e le riconduce a una sensibilità mediterranea, più lieve e insieme più intima, nella quale la natura marchigiana diventa spazio lirico.

La mostra chiede dunque di essere guardata senza fretta. Non offre una mappa delle Marche, ma una loro trasfigurazione. Non mostra un territorio da riconoscere, ma un paesaggio da abitare con lo sguardo. In questa pittura il rosa, il lilla, il blu, il verde e il turchese non sono semplici colori: sono modi di sentire il mondo. E il paesaggio, finalmente, smette di essere sfondo per diventare visione.

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Le Marche tra Hockney e Gillian Ayres: Il paesaggio visionari  di Cinzia Battistel

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