Milano Art Week 2026, la città si anima di rassegne

Alla Galleria Raffaella Cortese, Gabrielle Goliath presenta Bearing, una mostra che mette in luce un aspetto meno noto della sua ricerca. L’artista sudafricana, al centro di una controversia legale con il governo del suo paese, avrebbe voluto presentare alla Biennale di Venezia un video con la partecipazione di una poetessa di Gaza, progetto poi ostacolato dalle autorità.
L’esposizione milanese si concentra invece sulla sua pratica di pittrice e disegnatrice, con ritratti intimi di persone della sua comunità e autoritratti. Le opere, raccolte e silenziose, spostano l’attenzione dal gesto politico esplicito a una dimensione relazionale e affettiva, in cui il volto, quasi sempre assente nelle opere, diventa spazio di ascolto e testimonianza.

Le geometrie del caos, l’incontro tra Antonio Marras e De Castelli, offre un esempio efficace di dialogo tra discipline. L’allestimento alla De Castelli Gallery mette in scena oggetti metallici tra cui specchiere, cassettiere e superfici riflettenti, sui quali Marras interviene pittoricamente, trasformando il metallo in una superficie espressiva. La dimensione performativa dell’inaugurazione, con giovani performer che attraversano lo spazio indossando abiti firmati Marras, contribuisce a creare una situazione sospesa tra installazione e teatro. Il confine tra arte, moda e design si fa permeabile e suggerisce una concezione dell’opera come ambiente condiviso.

Uno dei momenti più intensi e perturbanti della settimana è stata sicuramente la performance di Regina José Galindo. L’artista rimane per circa due ore distesa su un cubo bianco, immobile, avvolta in un telo di cotone simile a quelli ospedalieri, con il volto coperto da garze che ne accentuano l’aspetto scavato, quasi scheletrico. La scena si costruisce lentamente attorno al gesto minimo del respirare. Il movimento appena percettibile dell’addome rende visibile la fatica del respiro e trasforma il tempo in una materia sensibile, dilatata, che costringe lo spettatore a confrontarsi con la fragilità del corpo e con la durata dell’azione. A rendere l’immagine ancora più drammatica è la presenza del sangue che impregna il tessuto: una parte appartiene all’artista stessa, mentre un’altra proviene da quattro donatori che hanno offerto il proprio sangue nella stessa giornata, all’interno dello spazio espositivo. Si tratta di persone migranti, giunte in Italia dopo percorsi segnati da difficoltà e attraversamenti complessi. Questo elemento introduce una dimensione etica e politica concreta. La vulnerabilità individuale e la storia collettiva si sovrappongono generando una tensione emotiva persistente e un senso di responsabilità che accompagna lo spettatore.

Da BKV Fine Art un doppio progetto espositivo, intitolato Essere e Tempo, intreccia ritratto e paesaggio attraverso due mostre autonome ma complementari, entrambe ispirate al pensiero di Heidegger. Nella sala principale, Vincenzo Agnetti. Le regole del ritratto, a cura di Marco Meneguzzo, quindici feltri, in cui il ritratto non mostra il soggetto ma lo nomina attraverso la parola, sovvertono la tradizione iconografica. I feltri di Agnetti sono messi a confronto con ritratti antichi, da Tintoretto a Boldini a Procaccini: da un lato volti solenni che tentano di fermare il tempo, dall’altro opere che lo mettono in discussione attraverso il linguaggio scritto. In BKV², Il tempo del paesaggio. Calchi, frammenti, fusioni, a cura di Gaspare Luigi Marcone, mette in dialogo quattro artisti della stessa generazione con l’Allegoria del fuoco di Jan Brueghel il Giovane. Le metamorfosi delle polveri di Sophie Ko, i frammenti pittorici di Linda Carrara, le fusioni fluviali di Fabio Roncato e i simulacri in bronzo di Vincenzo Schillaci, costruiscono un paesaggio che si fa traccia del tempo che scorre. Le opere suggeriscono atmosfere e stati percettivi più che luoghi definiti, orientando l’attenzione verso la dimensione mentale dello spazio.

Al CUBO Unipol di Milano il dialogo un’opera storica e abbigliamento ruota attorno al tema del nero. Al centro del progetto si trova un lavoro di Alberto BurriNero con punti del 1958, recentemente restaurato attraverso tecniche tradizionali, tra cui l’uso del funori, materiale impiegato nella conservazione di tessuti e carte. Il confronto con stilisti giapponesi contemporanei genera momenti di dialogo interessanti, anche se non sempre pienamente risolti, e mette in evidenza come il colore nero possa funzionare tanto come elemento unificante quanto come soluzione concettuale immediata. 

Mattia Moreni e Alessandro Pessoli. The Future Will Be Weird. Galleria Bonelli

Sempre durante la Milano Art Week, il nuovo spazio di Bonelli Arte Contemporanea al Corvetto, inaugurato con la mostra The Future Will Be Weird, che mette in dialogo l’opera di Mattia Moreni con una costellazione di artisti contemporanei. L’apertura della sede segna un passaggio significativo non solo per la storia della galleria, ma per la geografia stessa del sistema espositivo milanese. Lo spostamento verso un’area periferica riflette infatti una trasformazione più ampia, legata alla ricerca di condizioni operative sostenibili e di spazi capaci di accogliere pratiche artistiche complesse. In questo senso, l’insediamento al Corvetto appare come una scelta strategica che ridefinisce il rapporto tra produzione artistica e contesto urbano, suggerendo un modello di galleria inteso sempre più come luogo di lavoro e di sperimentazione. 

Tra le iniziative da segnalare, la mostra Secondo Natura. Da Anselmo Bucci a Giovanni Gaggia, ospitata da Le Pleiadi Art Gallery nella sua sede milanese, propone un percorso che attraversa oltre un secolo di storia dell’arte, dai primi del Novecento fino alla contemporaneità. Il progetto, terzo appuntamento della stagione espositiva della galleria, con testo critico di Elena Pontiggia, prende avvio con Anselmo Bucci e si chiude con Giovanni Gaggia. Tra questi due estremi si dispiegano opere di Luisa Albert, Felice Casorati, Filippo De Pisis, Piero Gilardi, Renato Guttuso, Maria Lai, Fausto Melotti, Giorgio Morandi, Ubaldo Oppi, Michelangelo Pistoletto, Gedske Ramløv, Salvo e Giovanni Segantini. La natura viene presentata come terreno di confronto tra armonia e inquietudine. Una tensione che, secondo Elena Pontiggia, attraversa gran parte della natura morta del Novecento. 

A Palazzo Borromeo, l’intervento di Giulia Mangoni si concentra invece sul tema dell’archivio e della memoria personale. L’artista espone centinaia di disegni precedentemente conservati in un cassetto, organizzandoli in una grande installazione che occupa l’intera parete dello spazio. Il gesto di rendere visibili immagini rimaste a lungo nascoste suggerisce un’idea di archivio come organismo dinamico, capace di generare nuove narrazioni e di riattivare materiali sedimentati nel tempo. Al centro della grande parete di disegni, l’opera Transumanza. Un olio di grandi dimensioni che evoca il migrare del pensiero più che del fisico.

Edoardo Cialfi

Tra gli spazi temporanei attivati durante l’Art Week si colloca anche Cytrus Biancamaria, un progetto espositivo ibrido tra arte e design curato da Chiara Guidi e progettato da Garibaldi Architects. Più che una mostra nel senso tradizionale, l’intervento si configura come un ambiente immersivo articolato in più stanze, in cui opere, oggetti e arredi convivono trasformando lo spazio stesso in un elemento attivo. L’intensità cromatica e la dimensione materica contribuiscono a costruire una percezione continua, in cui i confini tra immagine, oggetto e ambiente tendono a dissolversi. La stanza d’ingresso, dipinta di arancione, presenta una parete azzurra con nuvole sulla quale sono disposte le tele di Edoardo Cialfi

Tante le mostre e le iniziative che si susseguono nel corso della settimana dell’arte milanese. Accanto alle istituzioni consolidate, si sviluppa una rete di spazi indipendenti, gallerie e piattaforme espositive che sperimentano formati flessibili e linguaggi ibridi, contribuendo a rendere la città un laboratorio aperto di ricerca artistica. Attraversarli ha significato osservare pratiche diverse e modalità espositive spesso non riconducibili a un’unica direzione. In questo scenario, l’arte continua a configurarsi come uno spazio di confronto, in cui il rapporto tra opera, pubblico e contesto rimane in costante ridefinizione.

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