home Personali, Recensioni PRIMAL: entropia e ordine nell’opera di Alice Padovani

PRIMAL: entropia e ordine nell’opera di Alice Padovani

Gli esiti delle ricerche intraprese da Alice Padovani si muovono con sempre più ricorsività sul sottile filo speculativo dell’interdisciplinarità, dimostrando un’autonoma maturità stilistica. La personale Alice Padovani, PRIMAL | Forme ordinate dal caos che apre l’anno 2019 della Galleria Guidi & Schoen di Genova, assegnata all’artista modenese nell’ambito di ARTEAM Cup 2018 e visibile fino al 7 marzo, porta in esposizione proprio gli ultimi conseguimenti artistici della giovane autrice. L’evento presenta alcune serie afferenti al suo lavoro recente, qui rappresentato da famiglie di opere quali Fracture,Collezione di una gazza ladra,Carte e Cocoon, nonché dall’installazione Solid; pezzo con cui si è aggiudicata nella succitata competizione artistica questo premio speciale.

L’approfondimento linguistico effettuato dell’interprete l’ha portata, negli anni, a strutturare un alfabeto visivo decisamente composito, dove, pur nell’organicità complessiva di ogni singola elaborazione, la molteplicità di elementi impiegati sembra sottendere a un principio di diversità in esse congenito. Difatti, queste sembrano rispettare un’endogena regola costitutiva interna, una sorta di indole frattale che, più o meno apertamente, sembra sovrintendere qualsivoglia creazione dell’artista. Ciò rimanda l’intelletto al mondo organico della biologia e inoltre, con pertinenza, a comprendere come proprio la natura intesa al pari di un universo declinato al plurale dove la differenza è necessariamente correlata alla compresenza, viene spesso impugnata dall’artista come sorgente di pensiero e stimolo della sua pratica. Dunque, l’attitudine classificatoria e la predisposizione a discernere congenita nell’individuo, strumenti imprescindibili per approcciare con cognizione di causa alla simultaneità dell’esperienza esistenziale e all’eterodossia che questa quotidianamente ci pone di fronte, sembra essere il mezzo più idoneo per leggere la produzione della Padovani, insieme ai suoi risvolti emotivi e stilistici. Dalla sua analisi e di riflesso dalla selezione portata in mostra si evince, in primo luogo, una pronunciata componente combinatoria, sinonimo di una tendenza razionalizzante che organizza gli espedienti utilizzati mantenendo sempre, tuttavia, un più o meno esplicito margine di ambiguità derivante dalla loro riconversione in termini estetici. Pertanto un procedere sintropico sembra presiedere la genealogia dei lavori in questione, tentativo meditato di riscattare la varietà delle manifestazioni terrestri che convivono in concomitanza fra loro, dalla flessione caotica del reale che tende, per sua natura, all’entropia. Ebbene, come il taglio critico dell’evento pone in risalto, l’esercizio artistico dell’autrice propende ad armonizzare, con un grado di congruenza mutevole relativamente a ciascun caso, l’infinità delle variabili che, in maniera disallineata, prendono parte alla definizione dell’articolato mosaico della realtà. Non a caso le sue composizioni rispecchiano compiutamente quest’ultimo aspetto, alle volte restituendo una visione d’insieme più rarefatta e eterogenea, altre delineando morfologie maggiormente compatte e prossime a un’unità ideale che è anche, nondimeno, unità di significato, dove la percepibile frammentarietà delle parti istituisce tensioni invisibili.

Perciò, a fronte di quanto considerato e come rilevabile dall’emblematico percorso espositivo, a rendere il registro messo a punto da Alice Padovani depositario di un non trascurabile indice di sperimentazione, è chiaramente la facoltà di raccordare nei confini di una medesima espressività, riconiugandone le singolarità, il respiro del relativo e dell’assoluto.