A Parabita il contemporaneo non arriva come un corpo estraneo. Si insinua nelle pieghe della storia, attraversa il patrimonio, ne interroga le forme e le restituisce a una nuova possibilità di lettura. Dopo il progetto Votiva, che ha trasformato le diciassette edicole votive del paese in una costellazione di opere d’arte contemporanea consultabile anche attraverso un’applicazione, il progetto Parabita per il contemporaneo prosegue con Ipogea, un ciclo di cinque interventi site-specific dedicati alla riscoperta del patrimonio sommerso del territorio.
Il sottosuolo di Parabita conserva infatti le tracce di un’antica economia legata ai frantoi ipogei e alla produzione dell’olio lampante. Vasche, presse e ruote di pietra sono gli elementi di una storia del lavoro che il progetto non intende semplicemente musealizzare, ma riattivare attraverso lo sguardo degli artisti. Se la prima opera di Ipogea, La grotta di Francesco Arena, interveniva sulle vasche in pietra dell’antico frantoio, la seconda, affidata a Rossella Biscotti, prende avvio dalla ruota dell’antica macina.


Il titolo dell’opera, L’uomo che cammina all’indietro, introduce immediatamente una tensione paradossale. Una ruota è per definizione una figura del movimento, del progresso, della trasformazione tecnologica. Qui, tuttavia, giace immobile. Eppure l’intervento dell’artista sembra restituirle un dinamismo inatteso: una successione di parole incise sull’ottone si sviluppa a spirale sulla superficie della pietra, seguendo un movimento continuo e centrifugo. Il testo è però scritto al rovescio, specchiato. La lettura si fa così un gesto fisico, una deviazione, una sorta di inversione dello sguardo.
È in questa contraddizione che l’opera trova la propria forza. La ruota, elemento originario di una tecnologia antica, si offre come immagine di un progresso che non procede necessariamente in linea retta. Il movimento in avanti può implicare un ritorno, una revisione, la necessità di guardare alle proprie spalle. Il titolo nasce da un ricordo familiare dell’artista: «Mio nonno ritirava le funi al porto e per farlo camminava all’indietro». Un gesto concreto, legato al lavoro e alla memoria personale, diventa la matrice di una riflessione più ampia sul rapporto tra corpo, tecnologia e tempo.
Anche la scelta tipografica partecipa a questa stratificazione di significati. Il carattere utilizzato è Arial, il font associato ai primi computer Microsoft: un segno apparentemente neutro e quotidiano, appartenente all’immaginario della tecnologia contemporanea, che viene trasferito sulla pietra e messo in relazione con un manufatto antico. La storia della tecnica si sovrappone così a quella del lavoro manuale. La ruota del frantoio e il carattere digitale appartengono a epoche diverse, ma nell’opera si incontrano come frammenti di una medesima genealogia del progresso.
Biscotti ha definito L’uomo che cammina all’indietro un lavoro «di cuore e di visione», nato direttamente dall’incontro con la ruota e non da una ricerca preesistente. È proprio questo rapporto ravvicinato con l’oggetto a determinare la specificità dell’intervento. L’artista non aggiunge semplicemente un nuovo significato a un reperto: lavora sul processo attraverso il quale un elemento del passato può tornare a produrre senso nel presente.
In questo senso, l’opera è anche uno scavo. Non soltanto perché nasce da un contesto ipogeo, da un patrimonio letteralmente sepolto sotto la città, ma perché interroga i processi che hanno prodotto quella forma e quelli che oggi ne consentono la riattivazione. L’archeologia non è qui una disciplina della conservazione, ma un dispositivo narrativo. La pietra, la ruota, il lavoro dei frantoiani, la memoria familiare dell’artista e la tecnologia informatica si dispongono lungo una linea temporale non progressiva, fatta di ritorni, sovrapposizioni e cortocircuiti.
È questo il senso più profondo di Ipogea, come ha sottolineato il curatore delle prime due opere permanenti, Carmelo Cipriani: una rivalutazione del patrimonio sommerso pugliese e, insieme, delle competenze e dei mestieri che lo hanno prodotto. Il progetto stabilisce un rapporto antico con la storia proprio attraverso la rielaborazione dei materiali, riportando alla luce memorie collettive e valorizzando ciò che è rimasto nascosto. Il passato non viene dunque assunto come un’immagine nostalgica, ma come una materia ancora capace di interrogare il presente.
Se La grotta di Francesco Arena poteva essere letta come un collegamento tra Votiva e Ipogea — l’artista aveva infatti già partecipato anche al precedente progetto — l’intervento di Rossella Biscotti sembra spingere ulteriormente questa relazione. Il suo lavoro guarda al futuro proprio mentre cammina all’indietro. La fiducia nel progresso non viene negata, ma sottoposta a una verifica: verso cosa stiamo andando? E soprattutto, cosa lasciamo indietro mentre procediamo?
La ruota, privata della sua funzione originaria, continua a muoversi soltanto attraverso il testo. La spirale delle parole dona dinamismo a una forma immobile, mentre la scrittura specchiata obbliga il visitatore a rallentare, a cambiare posizione, a cercare un altro punto di vista. Il progresso, suggerisce Biscotti, non è necessariamente una corsa in avanti. Può essere anche la capacità di tornare sui propri passi, di rileggere ciò che è stato, di riconoscere nel passato non un ostacolo ma una riserva di possibilità.
A sostenere questo processo è una precisa politica culturale promossa dall’amministrazione di Parabita e dal sindaco Stefano Prete, con la direzione artistica di Giovanni Lamorgese, già alla guida dei progetti Votiva e Ipogea. L’ambizione è quella di costruire nel tempo una rete di interventi capace di ricucire il rapporto tra arte contemporanea, territorio e comunità. In questa prospettiva si collocano anche i progetti futuri: Urbana, dedicato alla relazione tra centro e periferia; Nidia, pensato per coinvolgere i bambini attraverso una “piccola contemporanea”; Piccola, una sede museale stabile per il Contemporaneo; e Ritiro, che prevede il recupero dei bagni pubblici come luoghi dell’arte.
Il valore dell’esperienza di Parabita sta allora anche nella sua capacità di non esaurirsi nell’evento. Le opere diventano strumenti di una strategia più ampia, fondata sull’idea che il patrimonio non sia una realtà conclusa, ma un organismo in grado di trasformarsi. L’uomo che cammina all’indietro ne è una sintesi particolarmente efficace: una ruota immobile che torna a muoversi, una tecnologia antica che incontra quella digitale, una memoria privata che diventa esperienza collettiva.
E mentre il testo procede a spirale sulla pietra, obbligando lo sguardo a seguirne il movimento, la domanda rimane aperta. Camminare all’indietro non significa necessariamente tornare indietro. Talvolta è l’unico modo per capire davvero dove si sta andando.

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