home Heuresis Si sopravvive o si rivive per mezzo dei trapianti curriculari I fatti (3a parte)

Si sopravvive o si rivive per mezzo dei trapianti curriculari I fatti (3a parte)

Tutto può accadere nei penetrali dove studia un futuro fuffologo o dove si specializza un neonientologo che svolge strategie d’accatto e conduce studi vari, per la compilazione di curriculum vuoti e senza esperienza. Può succedere anche, in un momento di rabbia e di rivalsa dell’uomo col camice d’artista o con quello nero del fotografo stampatore, che un principe della fuffologia come Giovanna Maligna prenda la mano all’esaminatore e si metta a parlargli. 

Accadde infatti in un pomeriggio afoso d’estate che, isolato sul curriculum per il modulo delle supplenze in un liceo artistico di Torino, incominciò a discorrere della sua metamorfosi di identità. Lo stampatore truffaldino era stanco, accaldato, un po’ triste per alcune vicende personali che lo avevano visto prima come Giovanna e poi come Giovanni o Giovannino. E, da travestito, lavorava svogliatamente: isolato Giovannino, interruppe, la falsificazione del curricula, per qualche minuto: 

“Siamo stanchi, eh? – lo apostrofò quella vocina interiore. – Niente paura, sono qua io. Che cosa volete sapere? Chi sono stato prima, chi ero alla luce della mia vecchia formazione da fotografo o pardon fotografa? E adesso ve lo spiego”. 

Insonnolito e un po’ stordito, il Direttore del Liceo rispose, quasi senza accorgersene: 

“A che  genere fotografico appartiene il tuo insegnante o pardon la tua insegnante?”. 

“Perbacco, è presto fatto! Si tratta di una mutazione transgender, un genere fotegmatico, didatticamente, transgenere; ero una fotografa e sono diventato un fotografo” esclamò saccentemente Giovannino. E diede le proprie generalità al direttore del Liceo Artistico. Questi annotò accuratamente, e poi informò il proprio informatore:

“Bene, molti dei tuoi mentori di fuffologia saranno trasferiti. Ti va?”. 

“E’ sempre bello viaggiare, anche perché un tempo simulavi altra forzatura: Penelope in viaggio” sentenziò  la vocina giudicante. 

“Tuttavia devi sapere – proseguì la voce del direttorio fuffologico –  che il corpo dove andrai a divenire anche tu è in cattivo stato, così come lo era quello di Giovanna Malaria, per una perpetuazione fuffologica che non si riesce a individuare. Domani tenterò una cura a base di trasfunzioni e trasfusioni”. 

“Non abbiate preoccupazioni – disse sentenziosamente Giovannino. – Vi darò  tutte le informazioni che vi servonono. Inoculatemi nel fotografo che volete, e dopo due giorni prelevatemi di nuovo. Saprete tutto”. 

“Via, non esagerare! – Il Dirigente Scolastico, divertito. –

Da quando in qua una cellula fotografica può arrestare il suo processo di mediamorfosi? Voi, fictionalisti della fotografia, siete come un libro apocrifo per noi; come la falsificazione dell’Odissea; non sempre vi sappiamo prendere, non sempre sappiamo prendere la vostra verve fuffologica, d’accordo, ma comunque non siete certo voi a spiegarci, ma siamo noi  Direttori fuffologi a carpirvi”. 

Giovannino rise con la sua vocetta gender. 

“Caro ispettore, io sono Giovannino Gender, e sono in grado di darvi tutte le informazioni che volete sulla fuffologia e quant’altro. Voi avete certamente parlato per umana superbia, ma la verità è che un fuffologo del mio rango può nascondere molte cose a uomini come voi. Io non sono un libro aperto, che si lascia leggere passivamente, ma sono un’entità fuffologica. D’altronde poco fa non avete  certo letto le mie generalità, ma le dissi io a voi”.

Ormai il direttore era stanco di discutere. La prosopopea di quella fuffogender lo nauseava, ma doveva stare al gioco con rapidità, nell’interesse del perbenismo integratore queer. Così evitò di rispondere a Giovannino, e lo avvisò che avrebbe preceduto al più presto alla trasfuzione curriculare: quel mascheramento poteva anche servirgli, e gli disse quindi di farsi trovare dopo un giorno nella vena del braccio destro, all’altezza del gomito, per una rideterminazione biologica di identità. Il presuntuoso Giovannino alla fin fine poteva rendersi utile, e comunque tutti avrebbero attribuito al fuffologo la scoperta della causa delle Menzogne identitarie, senza immaginare che forse tale scoperta, dove la scienza del falsificatore non arrivava, era dovuta ad un fonema, che forzosamente, voleva stare a ridosso di una fotografia. 

Giovannino fu quindi trasferito con molti compagni in un altro corpo. I compagni, soggiogati dall’ascendente e dal fare misterioso di Giovannino, che fra di loro burlavano un po’, ma di cui sentivano la superiorità, si sparsero per identità post-biologica ed arterie transgender, alla scoperta di nuovi travestitismi. Giovannino prese a girare per conto suo, informandosi di qua e di là, chiedendo, studiando,indagando. Ma non venne a capo di nulla. 

Avvicinandosi l’ora dell’appuntamento col medico, e pensando di raccontargli qualche frottola, Giovannino si mise in viaggio come se fosse una nuova Penelope. Cammin facendo, una pattuglia di virus bianchi della Societas Espertizzazioni Identitarie lo intercettò, gli chiese i documenti e si offerse di scortarlo. Sdegnato per l’aria protettiva  di quei virus, Giovannino protestò e disse che sapeva viaggiare da solo, rispondendo con tono presuntuoso che un tempo era stato anche Penelope in viaggio. Il capo della pattuglia si offese e lo mandò sulla gogna pubblica. 

Giovannino riprese il cammino: ma, nel suo sdegno per il modo di fare di quei superbi – come definiva quei fotografi incontrati – non rifletté che forse quella pattuglia poteva essergli utile; non si curò di osservare che l’espressione di quei periti espertizzatori lo avevano guardato allontanarsi come uno che va a cacciarsi nella morsa del ready-made. E puntò deciso verso il gomito destro. 

Giunto nei pressi della faccia, si fermò un momento a riposare in una venuzza capillare, e fu raggiunto da un gruppetto di altri virus che si fermarono a convergere con lui. Da costoro, che avevano fretta ma che apparivano male in arnese, il presuntuoso Giovannino seppe che si dirigevano proprio alla parte del cuore, sperando di far sapere all’esterno le vere condizioni del corpo che li ospitava.

“Vi posso condurre io – propose subito Giovannino. –  Tra poco ho appuntamento col direttore del Liceo Artistico, vi presenterò e gli comunicherò a nome vostro l’ambasciata che volete fare e che mi esporrete cammin facendo. Non ha più importanza quello che sono stata; ero una pessima fotografa; ho combattuto per essere una poetessa che ammazzasse i poeti e ci sono riuscita”. 

Quei virus rossi si misero a ridere, squadrando Giovannino. 

“Tu sei da poco in questa città, e non sei in condizioni tali da far sapere in che stato ci troviamo – spiegò il segretario della scuola. – Ma noi ridotti maluccio come ci vedi, mostreremo al Direttore le nostre forze curriculari, e quello capirà. Siamo tutti dotati di ex-corrispondenze con poeti e scrittori rispettabili, abbiamo rubato testi, represso parole, fottuto corpi, criminalizzato estetiche,trasferito identità,manipolato modelli, frustrato archetipi letterari, abbiamo fatto di tutto. Comunque grazie di averci fatto sapere … che il direttore ci aspetta al gomito, magari ci scopiamo anche lui!”. 

Giovannino, sdegnato perché gli sfuggiva il modo di far bella figura col direttore, cercò di spiegare chi era e che cosa si riteneva in grado di far presente all’espertizzatore. Ma gli altri non gli badarono e partirono, desiderando arrivare in tempo nel luogo dei concorsi dove il Direttorio esaminava i curricula. Giovannino li lasciò partire, stette un poco in forse sul da farsi, poi pensò che, essendo in buona salute, avrebbe potuto prendere una scorciatoia, arrivare al luogo della Bacheca del Liceo prima di quei virus mandanti, incontrare il Direttore – sperando che fosse puntuale – e almeno consigliargli di fare un altro prelievo. E si mise in cammino di buon passo, prendendo per una scorciatoia, sicuro che fosse quella giusta. 

Andava speditamente, certo di arrivare dal direttore prima degli altri virus, pensando alle parole che avrebbe detto all’uomo in camice del laboratorio di chimica e di biologia, all’astuzia da usare per fargli credere che lui, con la sua idea di fotografia scientifica era attendibile – Giovannino – sapeva molto, senza essere costretto a spiegarsi troppo; e pensava anche al modo di predisporre l’animo del medico alla severità verso gli altri  virus. 

Spinto dall’orgoglio e dalla presunzione, Giovannino marciava di lena e di lena fuffava, e non si accorse che si inoltrava in una zona infida della fuffa totale. Quando emerse dai pensieri che lo tenevano occupato, non fece in tempo a stupirsi e ad allarmarsi, né a rendersi conto di nulla: da dieci, da venti parole messe insieme, sorse un plotter di falsificazioni che non riuscì nemmeno a definire come il nuovo dizionario della fuffa. E fu la fine del presuntuoso Giovannino, che un tempo fu Giovanna Malaria. Senza alcuna utilità per il suo rispettabile curriculum e per il corpo nel quale si trovava.

Qui ci starebbe bene una morale. Ma lascio che il lettore la tragga da sé (presuntuosamente penso di essere stato esplicito in questo racconto del trapianto del cervello di Malaria in Giovannino Maligna:forse questa è l’unica maniera per divenire perennemente “Penelope!Penelope in viaggio”;non Penelope Cruz di Aliquid, ma una Penelope tutta rifatta o forse quella che era già rifatta e travestita?).

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