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Stairway to heaven | Mochetti, Lisanti e lo straniamento cognitivo

Yes, there are two paths you can go by, but in the long run. There’s still time to change the road you’re on. And it makes me wonder
Si, ci sono due strade che puoi percorrere ma a lungo andare. C’è sempre tempo per cambiare strada. E ciò mi stupisce

(Led Zeppelin)

Che la scienza sia l’asse fondante della nostra vita ormai non v’è alcun dubbio. Piuttosto è generalmente poco esplorato l’immaginario che la scienza produce, e che si deposita negli anfratti luccicanti della costruzione analitica del mondo, un universo specchio rovesciato che conserva i segni per trasformarli in simboli. Nel 1956 l’Urlo di Allen Ginsberg illumina la nascita dei nuovi dei e delle loro mitologia quando scrive: “Solo lo scienziato è vero poeta ci dà la luna, ci promette le stelle, ci farà un nuovo universo, se sarà il caso”. Negli anni degli Sputnik e degli Explorer, la spinta verso lo spazio esterno è il mandala che sostituisce la bomba atomica, ed incarna nella successione delle imprese astronautiche il confine mobile della conoscenza scientifica. Eppure, man mano che questo confine arretra, la sua ombra diventa sempre più lunga e cresce lo straniamento cognitivo (D. Suvin) che l’impresa scientifica produce, ed aumenta la necessità di esprimerlo. Sarà C. G. Jung ad identificare nelle “cose che si vedono nel cielo” (1958) la traccia psichica dei nuovi bisogni, proiezioni, paure e attese di una civiltà in transizione tra catastrofi. L’idea di una descrizione “oggettiva” del mondo produce nuovi schemi di “soggettività”, tensioni dipolari tra la quadratura delle “cose-come-stanno” e il gioco cangiante, ricorsivo, caotico degli spazi interni.
È proprio la risposta a questo straniamento cognitivo a connettere l’arte di Maurizio Mochetti (Roma,1940) e quella di Tommaso Lisanti (Ferrandina, 1956), seppure ai punti estremi di uno spettro continuo di frequenze. Gran parte del lavoro di Mochetti è centrato sulla luce come forma dello spazio e del tempo (intuizione che vale da sola tutti i tentativi di spiegare Einstein!), intesa come fatto fisico, senza alcun retaggio mistico o metafisico. Una connessione sottile con Veermer, che altrove abbiamo definito il primo pittore galileiano; infatti anche nel maestro di Delft c’è un’aura che deriva però non dal “significato” della luce, ma dal suo semplice esserci nella creazione dell’evento. Naturalmente la luce di Mochetti non è più newtoniana. Definisce iperspazi curvi, dirime dimensioni, sovrappone geometrie. L’impatto spettacolare del suo lavoro non va però confuso con l’esaltazione tecnologica. La technè qui è progetto, modello, esplorazione teorica, dimensione mentale. Il bello è la conseguenza del vero, come la propulsione è l’essenza iperbolica e poetica dei suoi aeroplani.
Diverso l’approccio di Lisanti, situato su confini invisibili di rotte stellari a noi proibite. La sua confidenza intima e quotidiana con gli alieni lo mette al riparo da ogni inquisizione “oggettiva”. I suoi alieni infatti non possono essere fotografati, ma soltanto dipinti. All’arte dunque il compito di riappropriarsi continuamente del mondo e rimettere i paletti dell’irriducibilità della coscienza ben lontani dai parametri della misurabilità. In questo senso lo scenario alieno di Lisanti è quanto di più accogliente possa esserci perché è abitato da creature dello spazio interiore radicate nella tradizione antica della fabula. Più che Killers From Space (W. Lee Wilder,1954), accanto alla seduzione delle veneri venusiane di Lisanti troviamo ET (Spielberg, 1982) e Paul (G. Mottola, 2011). E naturalmente anche le leggi fisiche non hanno più che un valore relativo: le velocità dei suoi UFO e cavalli alati raggiunge l’immobilità metafisica in spazi di musiche inudibili.
La scommessa di Pio Monti è come sempre di quelle apparentemente impossibili: far convivere nello stesso luogo due artisti posti idealmente su versanti opposti di un confine fissato da ciò che riconosciamo come l’essenza della modernità. Ma come accade con le osservabili complementari in fisica quantistica, la misurazione li mostra entrambi figli dell’inquietante e seducente indeterminazione della space oddity.

Ignazio Licata

Here am I floating/ round my tin can/Far above the Moon/Planet Earth is blue/
And there’s nothing I can do
(D. Bowie)

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