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Le visioni di Daido

In perfetta connessione con lo spirito delle sua fotografie, ha le sembianze editoriali del romanzo, e anche alquanto poderoso, il catalogo che raccoglie una amplissima (o forse sarebbe meglio dire esaustiva) selezione dei lavori di uno dei più interessanti e graffianti fotografi contemporanei giapponesi. È un romanzo per fotografie quello che racconta Daido Moriyama, per i tipi di Skira Editore, da leggere e rileggere e tenere sul comodino accanto al letto, per essere sbirciato, sbocconcellandolo magari prima di spegnere la luce e addormentarsi e magari sognare quelle strade polverose, bellicose, riottose, ma anche sensuali, come sensuale è la copertina, una scelta in contrappasso ma-nemmeno-poi-tanto rispetto ai registri principali del lavoro di Moriyama.
Lui viaggia da solo, e sempre in un rigoros bianco e nero, preferibilmente sgranato, antiestetizzante, unico modo per restituire la veridicità di quanto si pone di fronte al suo occhio.
Vero, reale, essenziale sin dal titolo, “Visioni del Mondo”, 250 immagini realizzate dagli anni sessanta a oggi impaginate per incastrare il lettore in un flusso continuo, spesso incalzante, a tratti improvvisamente sospeso, che ricalca il ritmo stesso di una vita libera, certamente inquieta, vissuta in cammino sulle strade del mondo.

L’occasione è fornita dalla mostra che porta lo stesso titolo del catalogo, ospitata fino al 25 gennaio dal CIAC di Foligno e curata da quello stesso Filippo Maggia (assieme a Italo Tomassoni) che intervista Moriyama. Corredano il volume anche un testo di Akira Hasegawa e una biografia curata da Francesca Lazzarini, poco scritto, tanta immagine, una scelta anche questa assai azzeccata per rendere preponderante il fotografo con le sue fotografie.

È l’esperienza (sia essa di un luogo, di una persona, di una situazione come di un’atmosfera) il fulcro della fotografia di Moriyama, che prende le distanze tanto dal tradizionale approccio reportagistico, quanto da forme di espressione intimistiche. Tale distacco avviene in modo forte, provocatorio, ben evidente nel processo che adotta, definito dal termine giapponese “Sakka” che vuol dire graffiare, lacerare, grattare via. Le fotografie di Moriyama sono sporche, sfocate, sovraesposte, graffiate, sembrano essere il suo unico mezzo, il più autentico, per avvicinarsi alla realtà, a quell’unica verità possibile che esiste solo nel punto in cui il senso del tempo del fotografo e la natura frammentaria del mondo si incontrano.
È una ricerca quotidiana senza fine quella che spinge Moriyama a realizzare migliaia e migliaia di scatti, per anni, per una vita. Nel suo costante interrogarsi sulla fotografia sembra giungere alla conclusione che tutto ciò che lo sguardo incontra sia degno di essere fotografato. Non è importante il soggetto o l’autore, perché non c’è distinzione tra la realtà vissuta e la realtà nell’immagine (spesso fotografie di fotografie tratte da magazine, poster, pubblicità, televisione si mischiano a quelle scattate dal vivo). Ciò che conta è il frammento di esperienza, parziale e permanente, che la fotografia può trovare.
Daido Moriyama è un fotografo-cacciatore che, libero da legami con un luogo d’origine o da vincoli dettati dalle convenzioni sociali, percorre le strade della vita aperto all’esperienza, pronto a filtrare attraverso i suoi occhi il mondo che incontra. Per questo motivo il suo lavoro, oltre a coinvolgere emotivamente lo spettatore nella narrazione di situazioni specifiche, offre un’immagine estremamente lucida di un paese, della sua storia, delle trasformazioni politiche, economiche, culturali e sociali che hanno dato forma all’attuale società giapponese.

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