IV Concorso Fotografico Premio Matroneo

SUBURBAN: DEGRADO E SPERANZE
SUBURBAN: L’ANIMA DECENTRATATA DELLA CITTÀ

«Amo la periferia più della città. Amo tutte le cose che stanno ai margini», scriveva Carlo Cassola
nella raccolta di racconti giovanili Alla periferia, pubblicata nel 1942. Proprio partendo da questa
considerazione, l’Associazione Pro Loco Andrano, quest’anno, propone tra i vari temi della IV
edizione del Premio Matroneo, il tema della perifericità, dal titolo Suburban. Il concorso
fotografico si terrà nelle giornate del 27, 28 e 29 Dicembre, nelle sale del Castello Spinola-
Caracciolo di Andrano. Obiettivo principale sarà proporre un “focus sulle sfaccettature del tessuto
urbano, sulle parti nascoste e poco evidenti della città”. E raccontare, attraverso le immagini, i
contrasti e le contraddizioni delle periferie, l’apparente marginalità, la povertà culturale, il degrado,
sotto cui si celano grandi fermenti e trasformazioni, sotto cui si nascondono “lampi di vita”.
Etimologicamente il termine deriva dal latino suburbanus, (comp. di sub- e urbs «città»), e si
riferisce al “suburbio”, ossia all’estrema periferia di una città, in particolar modo a zone
residenziali ed  industriali. Legato ai due sinonimi di periferico e metropolitano, il termine
interessa anche vaste regioni geografiche, lontane rispetto ai contesti di grande trasformazione
politica, economica e culturale. E così case popolari, ferrovie, industrie, lamiere, ma anche vicoli
nascosti, botteghe d’altri tempi, muretti a secco, case diroccate e abbandonate diventano il cuore di
una realtà umana “altra”, talvolta contraddistinta da degrado edilizio e sociale, ma palpitante di
vita e forza.
La periferia e i suoi cieli malconci diventano simbolo di un disagio generazionale preciso, di
incertezze ricoperte di cemento, «tetti di eternit» e pubblicità. Una sorta di non-luogo imprecisato
da sempre guardato con diffidenza o timore, perché sfuggente, o perché legato all’idea di
arretratezza sociale, mancanza di stimoli artistici e culturali, povertà. La periferia, invece, in
contrasto con la frenetica corsa alla modernità e al cambiamento, è una roccaforte del tempo lento,
del recupero della lentezza e della memoria, una sorta di viaggio a ritroso capace di rievocare un
immaginario infantile perduto nei labirinti delle metropoli. Il rifugio in un non-tempo, in cui quattro
bambini che corrono dietro ad un pallone rotto, in un polveroso campetto, sul ciglio della strada,
diventano simbolo di un’autenticità ormai perduta dietro a schermi di televisori o interminabili
traffici cittadini. Come scrive Mario Santagostini la periferia è «un’anima decentrata, una esteriorità
astratta e assoluta, una sorta di ‘fuori’ sempre più visibile».
Le fotografie diventano un modo per raccontare l’anima della periferia, cogliere attraverso le
immagini, l’intensa poesia insita in angoli remoti e dimenticati, in vicoli abbandonati, in una
fabbrica in disuso, in una strada semibuia. Fotografare le periferie urbane è un modo per spostare la
ricerca verso quei luoghi dove la bellezza non è ricercata né necessaria, dove la bellezza è tacita e
sotterranea.  Il paesaggista francese Gilles Clement conia il termine “terzo paesaggio”, per indicare
tutto quel frammentato spazio di risulta che nasce, e rimane fuori, dalla progettazione urbanistica.
La periferia, dunque non è altro che un terzo paesaggio urbano, posta in una sorta di montaliana
“condizione liminare”, in un limbo dantesco, ciò che è e non è, e può assumere la condizione umana
ed intima di periferia interiore.
Anche in letteratura il tema della perifericità ha ispirato poeti e narratori; si pensi alla letteratura
triestina di Saba e Svevo, o alle borgate romane raccontate da Pasolini, il quale fu tra i primi a
riconoscere la forza e l’intensa vitalità nascoste nell’altra faccia della città, come si legge in questi
pochi laceranti versi:
Nascono potenze e nobiltà,
feroci, nei mucchi di tuguri,
nei luoghi sconfinati dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti

e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti.
Ma, come abbiamo visto, la perifericità non è solo quella urbana, comprende tutto ciò che è al
margine rispetto ad un centro (propulsore di cultura, economia, industria ecc), come le piccole
comunità salentine in cui noi tutti trascorriamo la vita. Vittorio Bodini, rivendicava l’autenticità
della vita nascosta nelle pietre di calce e nelle pieghe dell’anima del suo popolo, nei famosissimi
versi:
Tu non conosci il Sud,
le case di calce, da cui uscivamo al sole
come numeri dalle facce d’un dado.
La “non organizzazione” del suburbio può essere, così, considerata come un principio vitale che si
lascia attraversare dai lampi della vita. La scelta del tema Suburban, rappresenta, dunque, il
tentativo di avviare una riflessione più ampia sul ruolo e sulla trasformazione del concetto di
perifericità, a mezzo di indagini fotografiche, superando l’idea consolidata entro il senso comune
che lega questo concetto a un senso di esclusione e decentramento. Immagini che decostruiscono il
sentire comune. Immagini che colgono la diversità, che si avvicinano alla diversità con stupore.
Immagini che descrivono, mute, l’urlo sotterraneo di questo luogo dell’incessante divenire, fragile e
incerto, per cercare, nel degrado, bagliori di vita e speranza.

Daniela Massafra



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Data e Ora
30/11/2017 / 19:00 - 23:00

Luogo
Andrano