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Joan Jonas

Il suo corpo è il centro del mondo perché è con il corpo che Joan Jonas misura lo spazio, lo percorre, lo frammenta, lo smaterializza o lo usa per interrogarsi sul mistero della natura, sulle contraddizioni urbane e sociali, fino a farne il fulcro di una parabolica e potente epifania creativa. Della pioneristica avventura della 78enne artista americana (New York 1936), anche professore emerito al MIT di Boston e prossima rappresentante degli Stati Uniti alla Biennale di Venezia 2015, la mostra milanese offre un’esaustiva campionatura in un percorso espositivo dal passo circolare che ne amplifica il senso. Riuscendo, peraltro, a dar conto di una cifra stilistica fatta di continui rimandi e di ritorni tematici, magnificati da uno spazio che aggrega e dissemina il complesso sistema di linguaggi fatto di film, video, teatro, musica e installazioni. Del resto, sin dagli anni Sessanta, Jonas intesse micro e macro, biografia e storie del mondo, figura umana e paesaggio, natura e cultura, in un vorticoso anelito verso la trascendenza. Ma, soprattutto, intreccia ogni tipo di ‘media’ in lucide anticipazioni di esperienze performative e minimaliste giocate in chiave onirica o gravate da complesse stratificazioni di significati e di immagini. In Italia, Jonas è apparsa in sporadiche occasioni a Roma, negli anni Settanta, poi, più recentemente, al Castello di Rivoli, a Trento, alla Biennale di Venezia del 2009 e, nel 2007, alla Fondazione Ratti di Como, per un ciclo di workshop didattici. Nell’itinerario espositivo, dal titolo “Light Time Tales” , a cura di Andrea Lissoni, (visitabile sino al 1° febbraio 2015), il rapporto con i tanti cuori pulsanti della sua produzione viene garantito da subito. Per esempio, con ‘Wind’, tra i primi film, di ammaliante rapimento iconico, ambientato su una spiaggia innevata in quel di Long Island a New York. Un gruppo di persone che si oppone alla forza del vento in una gestualità lenta e cadenzata che paga il suo tributo alla ritualità sospesa del teatro giapponese. Oppure quando esplicita il suo devoto omaggio a Aby Warburg, lo studioso tedesco che seppe mescolare storia dell’arte, miti e archetipi. Esemplare a riguardo ‘The Shape, the Scent, The feel of Things’, rievocazione del viaggio di Warburg tra i nativi americani che Jonas collega alle sue errabonde sortite, compiute sugli stessi luoghi, per imbastire una narrazione sincopata e suntuosa. La affida a sei proiezioni e a numerosi oggetti di scena, un coyote impagliato e a quanto serve per scompaginare l’ordinaria gerarchia tra cose, animali e esseri umani. Animata da un incedere sciamanico, l’artista americana espande il proprio sentire servendosi della tecnologia, inscenando danze rituali, attingendo a culture diverse, sepolte dal tempo o colpevolmente rimosse. In altre occasioni, si manifesta nella moltiplicazione distorta della propria immagine in frammenti di specchi che fendono lo spazio, alternandoli a coni giganteschi, come inquietanti trombe dell’Apocalisse, o disegnando forme pure come gli essenziali cerchi di gesso. Nelle sue prime performance, la incontriamo in quella New York dove gli artisti usavano la città al posto delle gallerie, e la ritroviamo, decenni dopo, con inalterata freschezza espressiva in uno spazio domestico, a salutare il pubblico ossessivamente, con reiterati Buongiorno e Buonanotte. Nel tempo di mezzo, ha percorso città, spazi deserti, ghiacci e sabbie, in Nuova Scozia, Islanda, Irlanda, Giappone, Egitto, Lapponia, scortata da animali, scimmie, volpi e conigli, ma, soprattutto, da un denso apparato di sollecitazioni archetipe. Come quelle che interagiscono nell’installazione Reanimation, isolata dalle altre con quattro schermi di elegante carta giapponese sui quali si muovono, animati da una forza cosmica, acqua, neve e ghiacci. Arrivano da una Norvegia mitica, immersa in rarefatti timbri di sonorità lapponi, con pesci di preistorica morfologia tra profusioni di cristalli, capaci di interagire con la luce in algide amplificazioni sensoriali.

Marilena Di Tursi

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