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Organic Pictures. Francesco Fossati

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Parte seconda

La tua ultima mostra si svolge in Romania, ma i tuoi lavori, correggimi se sbaglio, hanno tutti origine nei dintorni di casa. Viaggiano solo le tue opere, o piuttosto i viaggi, intesi come occasioni di conoscenza, sono importanti anche per te?

Lavorando elementi che costituisco il paesaggio il contesto è sempre molto importante, qualunque esso sia, perché le forme di vita vegetali si trovano in quasi tutti i contesti geografici. Le opere le realizzo con materiali che raccolgo tra la fine dell’estate e l’autunno, quindi tutto dipende dal dove mi trovi a lavorare in quel periodo. Generalmente sono nel mio studio a Lissone in Brianza, ma è capitato più volte di trovarmi altrove e di lavorare con il paesaggio locale. In particolare ci sono due cicli che ho fatto durante dei programmi di residenza che sono stati molto significativi. Il primo è stato fatto nel 2018 quando mi trovavo presso Casa A sull’Isola Comancina e ho utilizzato per realizzare le opere solo materiale che trovavo sulla piccola isola del lago di Como. Prima ho fatto un lavoro di mappatura di piante e erbe, è seguita la produzione delle tele in questa sorta di “autarchia” vegetale. Il secondo ciclo è stato realizzato in Salento presso il Porto Museo di Tricase, dove assieme a mia moglie Eloisa e ai nostri due figli abbiamo creato un’artoteca ecosostenibile per la comunità locale. Abbiamo creato le opere con la vegetazione del posto, montate su telai di medio e piccolo formato, così che i residenti potessero portarle a casa e poi sostituirle con altre nel tempo. 

In particolare, nella tua ultima mostra…

Nella mostra in corso da IAGA Contemporary Art a Cluj/Napoca con la curatrice Camilla Remondina abbiamo deciso di ripercorre le otto stagioni che dal 2016 sono state caratterizzate dalla produzione di opere di questa serie. Attraverso una selezione di pezzi di formati e modalità differenti, abbiamo studiando un allestimento che fosse in grado di far emergere l’organicità della serie e lo sviluppo avvenuto negli anni. È presente un pezzo del 2016 (il primo realizzato con una pianta infestante), altri realizzati nelle residenze di cui abbiamo parlato poco fa, la grande tela del 2019 che era stata inserita nella mostra Solstice: Create Art For Earth (Turner Curroll Gallery, Santa Fe, NM, 2020) curata da Judy Chicago, fino ad arrivare a un pezzo realizzato nel 2023 presso il Museo MA*GA di Gallarate all’interno del workshop prospettiva veganocentrica che ho co-condotto assieme alle curatrici Francesca Chiara e Lorena Giuranna.

Ci sono artisti cui guardi con particolare attenzione?

In questo periodo sono molto interessato al lavoro di Trevor Yeung, poi ci sono alcuni artisti che per me sono dei classici e fonte di continua ispirazione come Laib, Beuys, Denes, Chicago, Barucchello, ma in generale cerco di guardare con attenzione a tutta l’arte che riesco a vedere sia di persona, sia in digitale. 

Qual è il tuo rapporto con l’imprevisto e con l’errore?

Per me l’imprevisto e l’errore sono alla base di tutto, i pilastri portanti di ogni scoperta, di ogni innovazione e sono le cose che rendono interessante la vita. Sarebbe tremendo se non ci fossero imprevisti o errori. Nel mio lavoro li cerco continuamente anche se il più delle volte sono improduttivi.

Mentre l’industria alimentare persegue sempre più una destagionalizzazione dei prodotti, soprattutto di origine vegetale, tu punti piuttosto – lo ha scritto Camilla Remondina – ad una stagionalità dell’arte, rispettando e lasciandoti guidare dai cicli naturali. Non credi che un po’ di rotazione, di riposo seminativo gioverebbe anche al nostro sistema dell’arte, sovraffollato di stimoli e proposte?

Mi ricordo come, quando studiavo a Milano in Accademia, ogni sera, guidati da ArtShow, si andava a vedere la mostra che si inaugurava quel giorno; al massimo dovevi scegliere tra due gallerie. A un certo punto sono nati tantissimi nuovi spazi espositivi, le inaugurazioni e gli eventi si sono moltiplicati, è diventato impossibile seguire tutto quello che accadeva in città. Da una parte questa sovraesposizione, il non poter conoscere direttamente tutto quello che accade nemmeno in una singola città, mi dà un senso di inadeguatezza, dall’altra offre la possibilità di scegliere cosa vedere. Per tornare al paragone con il cibo noi possiamo scegliere di prendere un pomodoro a gennaio al supermercato, sarà bello e rosso ma avrà poco sapore, oppure possiamo andare dal fruttivendolo che fa arrivare i prodotti direttamente dalla Sicilia, spendendo qualcosa in più troveremo dei pomodorini saporiti quasi come quelli estivi, o ancora possiamo andare da un produttore locale e prendere invece del pomodoro una verdura di stagione; non è un pomodoro ma sicuramente è saporita e piena di sostanze che fanno bene al nostro corpo. Lo stesso vale per l’arte, la quantità non è quasi mai sinonimo di qualità, oggi più che mai bisogna fare delle scelte e ricercare il valore e la qualità. 

A cosa ti stai dedicando, a cosa ti dedicherai?  

Da un paio di anni ho iniziato a lavorare con i miceli e i funghi, quindi finita la stagione delle stampe vegetali, passo alla produzione di sculture in micelio. Ho iniziato da poco una serie di disegni, sono simili a delle vignette che con ironia raccontano la vita delle “erbacce” di città, che devono convivere con l’uomo e le sue abitudini. Non so ancora se ne uscirà un lavoro o se rimarrà uno dei tanti errori che portano a qualcos’altro.

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Roberto Sala

Art director della rivista Segno insegna Grafica editoriale all'Accademia di Belle Arti di Brera