Amor Fati, personale di Angela Regina, visitabile fino al 23 maggio, non è una mostra nel senso tradizionale del termine, ma un elemento percettivo in cui il destino dell’immagine coincide con la sua imprevedibilità. Il sentimento viene generato da scatti in Polaroid, la cui tecnica sovrasta il «vintage», diventando campo di tensione. Tra controllo e errore, tra progetto e accidente, tra corpo e sua dissoluzione.
Classe 1982, pugliese di formazione tra Bari e Lecce, laureata con lode in Decorazione all’Accademia di Belle Arti di Lecce, Angela Regina costruisce da anni una grammatica visiva in cui la fotografia istantanea diventa linguaggio privilegiato. La sua ricerca si muove tra performance, autoritratto e installazione, attraversando con coerenza una domanda centrale: cosa accade all’identità quando il corpo diventa superficie di trasformazione? Il titolo della mostra, «Amor Fati», richiama Nietzsche e la sua idea di accettazione radicale del destino. Ma per Regina il concetto si traduce in pratica visiva concreta, quasi fisica. «È sempre stato alla base della mia costruzione fotografica l’imprevedibilità – racconta l’artista -, impossibile catturare tutto a livello di pellicola, come nel formato digitale. In questo caso l’inaspettato è alla base. La Polaroid è uno scherzo del destino, io gioco sull’errore». Il fallibile, dunque, non come deviazione ma come materia prima. Le istantanee «non riuscite» vengono spesso rielaborate, dipinte, mascherate, ricucite in dittici o assemblaggi. Tale processo, l’artista stessa lo accosta al Kintsugi, la disciplina giapponese che valorizza le fratture invece di cancellarle. In questo gesto si riconosce una delle chiavi più profonde della sua poetica: l’accettazione dell’incompleto come forma di verità. Le immagini, spesso autoritratti, non cercano mai una definizione stabile. Il corpo di Regina entra in una scena di ridotte dimensioni (poco più di un quadrato, altezza 108 mm e larghezza 88 mm), si traveste, si sottrae, si moltiplica. «Attraverso lo spazio e vi trascino dentro il fruitore – spiega la creativa -, lasciandolo libero di interpretare. Non impongo mai qualcosa di comprensibile. Io stessa posso vivere ciò che voglio, prendendo nuove forme, interpretando persone diverse che sono io». L’identità, quindi, sviscerata dentro una fotografia in perenne evoluzione.




La dimensione performativa è centrale in Regina. Ogni scatto nasce da una preparazione quasi rituale, spesso in spazi domestici, con il corpo che diventa soglia tra gesto e immagine. Il lenzuolo bianco, ricorrente nelle sue opere, segna un perimetro simbolico. L’area sospesa richiama l’azione che si deposita sulla pellicola. «Devo essere velocissima e naturale – racconta ancora Regina -, produrre in quel momento ciò che provo». È qui che la Polaroid diventa più vicina a una performance che a una fotografia: un evento irripetibile più che un documento.
La genealogia artistica di Regina si intreccia con riferimenti dichiarati: Marina Abramović, Gina Pane, Ulay, Francesca Woodman, Robert Mapplethorpe. Da Woodman eredita la tensione verso la sparizione del corpo; da Mapplethorpe la costruzione formale dell’immagine; da Abramović l’idea del corpo come campo di resistenza e presenza totale. Anche la musica, in particolare gli Afterhours, ha segnato i primi lavori della fotografa-performer, quando le parole venivano impresse direttamente sui corpi, in una fusione tra testo e carne che già anticipava la sua attuale ricerca sul linguaggio ibrido. Per Regina, infatti, l’arte non conosce compartimenti. «Per me è a 360 gradi, non ho limiti. È come creare intrecci di linguaggi, una finestra tra codici diversi che possano dialogare». Fotografia, esternazione, cinema, installazione: ogni mezzo è attraversato come parte di un unico organismo espressivo.
Le opere in mostra a Taranto restituiscono questa complessità. Dittici, fotogrammi ricuciti, Polaroid manipolate diventano frammenti di un racconto non lineare, in cui il corpo si fa paesaggio e la fragilità si trasforma in struttura visiva. L’immagine non è mai chiusa, ma attraversabile. Alcune installazioni, come in precedenti esperienze espositive a Milano, sono pensate per essere fisicamente percorse dallo spettatore, che entra letteralmente nello spazio dell’opera. In questa prospettiva, «Amor Fati» è un metodo didattico. «Ci sono state una serie di coincidenze – racconta Regina – quasi un ancestrale Uroboro che si muove, il serpente che morde la coda». Il destino, allora, non è qualcosa da subire ma da abitare. Anche la nascita del progetto, sviluppato tra casualità e intuizioni maturate in un trullo nella scorsa estate, si inserisce in questa logica circolare.
La dimensione fisica dell’opera, oggi sempre più rara nell’epoca della riproduzione digitale, diventa per Regina un atto politico oltre che poetico. L’immagine analogica, con il suo formato piccolo e irripetibile, obbliga a un confronto diretto, quasi intimo. Che chiede presenza. In questo senso, la mostra tarantina segna una tappa significativa del percorso di Regina, perché è un ulteriore esperimento di contatto. Tra corpo e spettatore, tra errore e forma, tra destino e gesto. Perché in «Amor Fati», alla fine, non esiste immagine che non sia anche una dichiarazione di resa e insieme di libertà. Accettare ciò che accade significa, paradossalmente, continuare a creare.
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