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Cinque voci in tensione: Cuoghi e la scena emergente pugliese

Nel quadro della mostra di Roberto Cuoghi presso la Fondazione Pino Pascali, l’Ex Chiesetta assume un ruolo preciso e non accessorio in quanto diventa il luogo in cui il progetto si estende e si mette in discussione attraverso altre voci. È in questo dispositivo che si inserisce la scelta curatoriale dell’artista di invitare cinque giovani artisti pugliesi — Arianna Ladogana, Angelo Iodice, Donato Trovato, Michela Rondinone, Antonio Milano — chiamati a confrontarsi con un ambiente fortemente connotato e con una presenza, quella del vincitore del Premio, capace di agire come forza destabilizzante stimolando pratiche differenti che mettono in tensione materia, immagine e spazio.

Arianna Ladogana articola un ambiente installativo in cui la materia liquida, canalizzata e reiterata, assume una qualità quasi liturgica in quanto un sistema chiuso, autosufficiente, simula processi di trasformazione continua e insieme ne sospende l’esito. L’opera si presenta come organismo, ma anche come reliquiario tecnologico, dove il gesto minimo della goccia diviene unità di misura di un tempo circolare e non lineare.

Angelo Iodice radicalizza la dimensione metamorfica attraverso un immaginario ibrido, in cui elementi organici e artificiali convivono in una soglia instabile. Le sue forme, attraversate da fluidi cromaticamente innaturali, evocano un altrove non simbolico ma fisico, quasi tossico, nel quale la scultura si comporta come un corpo in mutazione e sottrazione, sottoposto a una pressione interna che ne altera continuamente l’identità.

Nel lavoro di Donato Trovato la scultura si disperde, perde centralità per farsi proliferazione caotica. L’unità non è più l’oggetto, e il segno che lo attraversa e lo moltiplica, secondo una logica alveolare che suggerisce crescita potenzialmente infinita, determina una struttura rizomatica. L’opera tende a colonizzare lo spazio, a coincidere con esso, trasformando l’ambiente in una superficie attiva, attraversabile e riscrivibile.

Michela Rondinone introduce una frattura più sottile, agendo sul piano della costruzione dell’immagine e della sua instabilità semantica. Il suo lavoro si espone a una continua ridefinizione, accettando il rischio dello slittamento interpretativo come parte integrante del processo. Ne deriva una pratica che lavora su zone di ambiguità in cui il senso resta sospeso e negoziabile. Apparentemente innocuo e innocente, instabile e perturbante nella lontananza.

Antonio Milano, con l’ultimo progetto in ordine temporale ad essere presentato, lavora sulla pittura come campo espanso, dove il dato materiale entra in relazione con condizioni ambientali specifiche che alterano l’esito finale. L’opera emerge da un equilibrio precario tra fattori interni ed esterni, configurandosi come esito di un’interazione piuttosto che come oggetto autonomo, sensibile alle variazioni minime del contesto. La scultura pittorica vive, trasfigurandosi in una pratica di abbandono alla sacralità della presenza.

Ciascun artista, attraversando il confronto con Cuoghi, ha intensificato le proprie tensioni interne, portando alla luce una serie di pratiche che condividono una stessa urgenza: interrogare la materia, destabilizzare l’immagine, mettere in crisi l’idea stessa di forma compiuta. Abbiamo fatto loro, a conclusione del progetto, delle brevi domande.

Arianna Ladogana

Nel confronto con lo spazio dell’Ex Chiesetta, come si è ridefinito il vostro modo di pensare l’opera?

Ho visto TidalPorous, and Fragmentary in diversi contesti: nel disordine dello studio, invasa da altre cose; in garage, smontata e poi installata in uno spazio molto grande in cui tra le vasche c’era abbastanza spazio per camminarci attraverso. Poi l’ho vista attivarsi nello spazio dell’Ex Chiesetta, disposta con un rigore e un ordine tali per cui ogni elemento sembrava incastrarsi con il resto e, una volta chiusa la porta, guardando l’opera oltre il vetro, ho avuto la stessa impressione che ricordo di aver provato la prima volta davanti a un’icona sacra. Ecco, penso che proprio quella sensazione di immobilità e sacralità, in quel momento, mi abbia fatto immaginare altri significati. Oltre le pareti c’era il mare e all’interno dello spazio le mani gocciolanti; c’era il colore verde; il suono delle pompe e per ogni goccia cadente che moriva c’era una nuova goccia che risalendo nasceva. Poi un passante, con un tono ironico e rigorosamente in dialetto, disse: «Ma cos’è una distilleria?» e senza saperlo mi aveva fatto un gran bel regalo. Aveva, in realtà, avuto la stessa intuizione di un caro amico che parlando del lavoro aggiunse: «Sembra una distilleria di acqua santa», un’espressione che subito annotai nel mio sketchbook.

Che tipo di relazione si è attivata tra le vostre pratiche e quella di Cuoghi all’interno della mostra?

Più che di pratica artistica, mi piacerebbe parlare di Roberto, informale e antiretorico come persona e, di conseguenza, come artista; questo è stato l’approccio, e il tipo di rapporto, che ha impostato con noi fin dal primo momento, con l’obiettivo di farci avvicinare, con sincerità, verso la nostra verità. In qualità di prima artista ad esporre in Ex Chiesetta ho avuto l’opportunità di lavorare e trascorrere del tempo con Cuoghi e con le sue collaboratrici Nicoletta e Alessandra durante l’allestimento della sua mostra in Fondazione e della mia in Ex Chiesetta. Sono tre professionisti e soprattutto tre persone premurose. Ci si spostava spesso insieme tra la Fondazione ed Ex Chiesetta, anche a piedi e con un gelato in mano. Roberto, in questo percorso fortemente stimolante e contro ogni forma di indottrinamento, ha avuto grande apertura al confronto e generosità nel condividere i suoi punti di vista anche quando, spesso, sono stati destabilizzanti, apparentemente ostili e poco rassicuranti. Per me è stato proprio questo il miglior modo per mandare in crisi le mie infrastrutture e per mettere in discussione le mie idee. Ne avevo bisogno e ne sono uscita cambiata, con meno paure, più libera e sicura di essere me stessa. 

Che ruolo ha per voi oggi il contesto pugliese nel vostro lavoro?

La Puglia è un mio modo di stare al mondo, la mia terra. Restare è per me una scelta poetica e politica di coraggio e resistenza soprattutto se consideriamo la sua natura periferica, anche nel contesto artistico. Citando Bell Hooks, periferia significa essere fuori dal centro di potere: fuori dalla norma bianca, maschile, borghese. Ma è anche un punto da cui si vede meglio, quindi luogo di apertura, di immaginazione. Quando sei al centro spesso non ti accorgi di esserci, in periferia invece devi capire il centro per sopravvivere; il potere del margine per Hooks risiede proprio in questo, nella possibilità di sviluppare uno sguardo critico e di non rischiare di perdere la radicalità. Il margine allora diventa luogo di resistenza non perché sia romantico essere esclusi, o perché sia un luogo di privazione, ma come possibilità radicale: è ai margini che si costruiscono comunità, si conservano memorie che il centro ignora, si elaborano linguaggi che non chiedono il permesso per manifestarsi. Il mio lavoro, influenzato da un female gaze e, ribaltando per definizione il tradizionale male gaze, si sviluppa e si concretizza in questa realtà periferica, quindi inevitabilmente ne parla e tende a valorizzare questo aspetto del margine, come una peculiarità da preservare e proteggere; come un modo per sovvertire le dinamiche di potere.

Angelo Iodice

Nel confronto con lo spazio dell’Ex Chiesetta, come si è ridefinito il vostro modo di pensare l’opera?

Ho sin da piccolo guardato con grande ammirazione l’Ex Chiesetta, quando ci passavo, mi affacciavo e sbirciavo al di là del vetro, guardavo la pietra al suo interno e le finestre che si tuffavano nel mare, lo vedevo come un contenitore magico in grado di interporsi tra il qui e il là. Poi la Fondazione Pino Pascali con il progetto del Premio, che mi ha dato la possibilità di poterci entrare e di presentare uno dei miei lavori sulla metamorfosi più maturi e forti, e di farlo accanto a Roberto Cuoghi, che del mutamento e della sfida ai limiti della materia, ne è maestro, permettendo così alla mia ricerca, di raggiungere un’acme direi, fondamentale.

Che tipo di relazione si è attivata tra le vostre pratiche e quella di Cuoghi all’interno della mostra?

La vicinanza con Roberto Cuoghi seppur di gran lunga mentale ed epistolare ha permesso che il mio lavoro prendesse una forma diversa e fosse in grado di relazionarsi con il mondo esterno, in un modo più maturo e a tratti per me anche nuovo ed innovativo. “Non è strano che si possa dormire mentre la luna attraversa il cielo?” due gambe caprine in bronzo che vengono irrorate da un liquido viola di trasformazione, che prepotenti aprono un varco verso una zona rarefatta e sulfurea, quella dell’anti luogo, non poteva trovare innesto migliore. Credo fermamente, alla luce di questa esperienza, che ci sia stata nel progetto presentato, una effettiva “sincronizzazione” come la definisce lui, con lo spettatore, permettendone una giusta amplificazione. La sua vicinanza mi ha aiutato non a cambiare il mio lavoro ma ad alzare il volume, ad avere il coraggio di pensare come azione prepotente, perché effettivamente così si è in grado di restituire all’opera il suo mistero e la sua forza d’urto. Questo è quello che mi porterò con me.

Che ruolo ha per voi oggi il contesto pugliese nel vostro lavoro?

Ancora non saprei, amo la Puglia, è la mia terra natale e in questo momento rappresenta in chiave esotica, il bello e il desiderabile, ma devo ancora capirne le dinamiche e se è in grado di accettare un lavoro come il mio, in modo incondizionato. Sicuramente ci riproverò sempre e di continuo, semmai da altri angoli.

Donato Trovato

Nel confronto con lo spazio dell’Ex Chiesetta, come si è ridefinito il vostro modo di pensare l’opera?

È una relazione temporanea fatta di influenze reciproche, e mi interessava capire come l’opera potesse dialogare con la struttura dell’Ex Chiesetta. Mente alveolare è un’opera ad organizzazione diffusa composta da 9 sculture in argilla e filo d’acciaio, in cui ogni pezzo è attraversato da tanti segni vicini tra loro. Però le sculture avrebbero potuto essere 90, 900, 9000, fino a ricoprire tutta l’Ex Chiesetta in maniera continua. Mi interessa l’idea di espansione, come se la scultura potesse diventare segno e lo spazio diventare supporto.

Che ruolo ha per voi oggi il contesto pugliese nel vostro lavoro?

Sta nei colori, nelle forme e nei segni dell’acqua e della terra, del tempo e delle vite che modellano questo territorio. È qualcosa che entra di nascosto nel lavoro, perché coincide con il mio modo di vivere e guardare le cose. Però non lo sento legato a un confine preciso: è un legame più ampio.

Michela Rondinone

Che tipo di relazione si è attivata tra le vostre pratiche e quella di Cuoghi all’interno della mostra?

La relazione con la pratica di Roberto Cuoghi si è sviluppata attraverso il suo ruolo curatoriale, ed è stata tutt’altro che immediata o semplice. Il suo sguardo sul mio lavoro mi ha portata a mettere in discussione diversi aspetti della mia ricerca, soprattutto nel modo in cui alcune immagini e materiali venivano letti e posizionati. Non sempre è stato un processo comodo: in alcuni momenti mi sono sentita spiazzata, perché la sua interpretazione spostava il mio lavoro verso territori meno controllabili e più ambigui rispetto a quelli in cui mi riconoscevo inizialmente. Allo stesso tempo, proprio questa difficoltà si è rivelata produttiva. Mi ha costretta a rivedere alcune scelte, a interrogarmi su ciò che stavo facendo in modo più radicale, e a prendere posizione rispetto alla mia pratica. La relazione, quindi, non è stata lineare né di semplice conferma, ma piuttosto un confronto reale che ha aperto delle fratture utili, rendendo il lavoro più consapevole e, in parte, trasformandolo.

Antonio Milano

Nel confronto con lo spazio dell’Ex Chiesetta, come si è ridefinito il vostro modo di pensare l’opera?

Lo spazio per me è stato un elemento di riflessione fondamentale per l’opera. Oltre al simbolismo che può evocare il luogo ex chiesetta, l’opera diventa tale solo quando inizia un processo relazionale fra il microclima del posto e i materiali utilizzati (che già dialogano fra loro).

Che tipo di relazione si è attivata tra le vostre pratiche e quella di Cuoghi all’interno della mostra?

Roberto Cuoghi si è dimostrato disponibile e generoso, proprio per questo è stato possibile un confronto e quindi un dialogo. La base di dialogo umano ci ha dato poi la possibilità di spaziare anche nelle nostre pratiche. Per me è stato incredibilmente stimolante perché i suoi consigli, sulla materia e sull’immagine, hanno attivato in me una ricerca differente, che mi hanno portato ad un altro punto di vista sulla pittura.

Che ruolo ha per voi oggi il contesto pugliese nel vostro lavoro?

Da poco tempo mi divido fra Urbino e la Puglia. Realtà completamente diverse. Il contesto in cui sono cresciuto  mi ha influenzato profondamente, sia come persona che nella ricerca artistica. L’umidità di questi luoghi, la persistenza di un sensum fidei che più che evangelico è sociale, la conseguente produzione di immagini di devozione, e ovviamente le esperienze di vita, sono tutte rintracciabili nei lavori.

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