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Con Alessandra Giovannoni la Scuola romana vive

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Lo stile sofisticato e disadorno di Alessandra Giovannoni fa pensare alla prosa di Natalia Ginzburg. Come capita nella scrittura della grande autrice: nulla che non alluda all’essenziale abita i dipinti di questa artista, che consegnano all’osservatore il regalo di un’esperienza unica. Una visione che accende lo spirito. Esorta a conoscere piuttosto che ri-conoscere: esperienza mentale e sentimentale prima ancora che retinica. Un invito alla sosta che ristora e all’ ozio, sempre più raro, che educa e arricchisce. L’importante antologica di questa artista, Pietre illuminate, ospitata in questi giorni (fino al 18 febbraio) nel mezzanino della Rocca Albornoz del Museo nazionale etrusco di Viterbo, per la cura di Francesca Bottari, è l’occasione da cogliere per conoscere il lavoro di una pittrice veramente unica nel suo genere.

La ricca selezione di sue opere è composta prevalentemente di vedute di Roma realizzate negli ultimi venti anni a cui si affiancano, come tributo alla città che ospita la mostra, due magnifiche tele dedicate alla città di Viterbo. Un insieme di dipinti, fra cui alcuni indiscutibili capolavori, come il trittico del 2010 con una veduta di Villa Borghese di rara bellezza, che come minimo due obiettivi raggiungono a pieno. Il primo, quasi ovvio, è quello di ridicolizzare quei falsi profeti post-contemporanei che gufano per l’imminente fine della pittura, in particolare di quella di figura. Il secondo è quello, meno ovvio,  che mi sta particolarmente a cuore, di dimostrare che la Scuola Romana ancora vive.

Ancora vive grazie proprio a figure come quella di Alessandra Giovannoni che fanno di Roma l’oggetto e il soggetto della propria ricerca. Una Roma che, infatti, viene presa a spunto dall’artista per l’esercizio quotidiano della sua indagine meticolosa non solo sulla città ma sulla vita; ma anche una Roma che fornisce alla pittrice gli strumenti, la storia e la tradizione che da più di cento anni consentono di parlare di una stagione pittorica che allude alle cosiddette “Scuole Romane”: la Scuola di via Cavour di Mafai, Raphael, Scipione e Mazzacurati; l’Ecole de Rome di Melli, Ziveri, Cavalli, Capogrossi e Cagli; la Scuola di Piazza del popolo di Schifano, Festa, Angeli, Rotella, Cloti Ricciardi, Giosetta Fioroni; la Scuola di San Lorenzo di Pizzi Cannella, Nunzio, Ceccobelli, Dessì, Tirelli e Gallo e quella che si espresse attraverso singole traiettorie di ricerca e di testimonianza come fu quella di Socrate, Trombadori, Bartoli Natinguerra, Stradone, Scialoia, Vespignani e tanti altri ancora. 

Ecco, io penso che Alessandra Giovannoni, ad ottimo diritto, possa essere inclusa nel novero dei migliori fra questi artisti. La sua ricerca personalissima, autonoma e irriducibile a un’appartenenza di gruppo, non può, infatti, essere compresa al di fuori dell’influenza che la città di Roma ha saputo esercitare su intere generazioni di grandi pittori, molti dei quali ho avuto l’onore di ricordare in una mia recente mostra dal titolo l’Osteria dei Pittori, ispirata al libro di Ugo Pirro. Ad uno di questi artisti di grande valore mi piace accostare il nome di Alessandra Giovannoni. Mi riferisco ad Amerigo Bartoli Natinguerra, in modo particolare alle sue vedute di Roma che nell’essenzialità antitrionfalistica, nella trattenuta eleganza e nella riflessiva mestizia evocata da una pittura colta, troppo presto dimenticata, ricorda la protagonista di questa mostra imperdibile.

Del resto, basti citare qualche titolo delle opere esposte: Ponte Cavour, Stazione di Trastevere, Pincio, Via Labicana, Piazza del Quirinale, Piazzale Flaminio, Stazione Termini per avere un’idea di quanto Roma, la sua storia, la sua cultura visiva, i suoi umori, le sue disgrazie e i suoi trionfi, la sua miseria e la sua gloria possano aver guidato la mano di un talento pittorico di prima grandezza che, certo, in questo matrimonio con la città eterna non ha sacrificato la sua personalità ma, casomai, l’ha esaltata portandola a raggiungere esiti di assoluta rilevanza. 

Della personalità di questa artista, appartata ma amatissima da chi si intende di pittura, sono fedeli testimoni una disinvoltura di tratto, una capacità di sintesi, un’attitudine antiretorica, un amore supremo per lo studio della luce prepotente quanto basta, silenziata a tratti da zone d’ombra costeggiando le quali, raramente, si aggirano personaggi evanescenti che sembrano portare in giro per le strade della città l’idea, il messaggio di una fragilità non rassegnata. Gli azzurri, i bianchi accecanti, le macchie di una pittura intensa e antigraziosa sono lì a testimoniare di un impegno giunto nel pieno di una maturità luminosa. Luminosa non meno dei suoi quadri.

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Roberto Sala

Art director della rivista Segno insegna Grafica editoriale all'Accademia di Belle Arti di Brera