Fabio Romano – “Nur nichts Laues!”

Fabio, partiamo da questa mostra alla Rizzuto Gallery di Düsseldorf. Il titolo “Nur nichts Laues!” (Nulla di tiepido!) suona come un manifesto programmatico. Come è nato questo progetto e in che modo questo titolo riflette la tua attuale ricerca di “densità e impegno”.

Il progetto Nur nicht Laues! nasce da un incontro e dalla volontà di concretezza. Ho incontrato Giovanni Rizzuto, cofondatore della galleria Rizzuto insieme ad Eva Oliveri, durante l’edizione 2025 della fiera Art-Düsseldorf. In seguito ci siamo incontrati nel mio atelier, in centro, a Düsseldorf, spazio che condivido con altri artisti del posto, la maggior parte dei quali proveniente dall’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf. In quest’ultima circostanza Giovanni si fermò a chiacchierare con me e a guardare le mie opere per quasi tutto il giorno. La conversazione fu molto intensa; intensa al punto che, nonostante avessi previsto di restare in studio a dipingere, dovetti andare a casa a riposare. L’indomani mattino Rizzuto mi chiamò al telefono per invitarmi a pranzo vicino alla sua Galleria, al Kleinod, una piccola locanda italiana gestita da quarant’anni da una coppia veneta originale almeno quanto la sua cucina senza menu fisso. Arrivati alla trattoria, la trovammo chiusa. Era un lunedì! Mentre Giovanni, da buongustaio palermitano, disperava all’idea di scovare un’alternativa al locale – lui è nuovo qui a Düsseldorf e resta il fatto che era di lunedì – io non mi scompongo più di tanto. In tutti questi anni trascorsi all’estero ho imparato ad essere di bocca buona, ovvero entrare nel primo locale a tiro! In mezzo a questa incertezza, sento emergere una grande convinzione: “basta”, dice Giovanni, “andiamo al sodo: vorrei esporti qui a Düsseldorf, in una personale”. Da questo impegno, a un anno di distanza, nasce il progetto di cui stiamo discutendo.

Sei un artista che vive una sorta di dualità geografica e culturale: le tue radici sono in Sicilia, ma la tua formazione è avvenuta tra Roma, Anversa e Düsseldorf. Credo che ciò sia particolarmente evidente nello spirito anticlassico e nella violenza espressiva — per non dire espressionistica — di tanti tuoi lavori. Come convivono queste due anime nel tuo processo creativo?

L’uomo, il cittadino è sempre venuto prima che l’artista. Così come in tutti gli ambiti della nostra società credo che questo concetto rappresenti le basi costruttive delle regole civili di convivenza e del nostro progredire, del nostro vivere. L’arte, in questo caso, è una conseguenza, come lo è l’espressione artistica a trecentosessanta gradi, ovvero concepita sia avendo a disposizione soli 20cmq, come nel mio periodo in Rue Popincourt a Parigi, sia avendo a disposizione 1mq, 10mq e così via. Rispondo alla pertinente domanda sulla storia di noi cittadini siciliani, le radici, come tu dici, citando Francesco Renda. In uno dei trattati più importanti della sua storia della Sicilia, L’emigrazione in Sicilia, 1652-1961, l’autore si sofferma con dovizia di cronache parlamentari sulle sorti di un popolo durante un periodo che avrebbe dovuto essere tra i più fertili in assoluto, ovvero quello in cui si gettavano le basi per il “miracolo italiano”: “Non vorrei – pronunciò l’on. D.C. Alessi nel 1949 – che voi pensiate ad una volata retorica, se affermo che io considero l’emigrazione come un cammino da chiarire, e da facilitare per meglio percorrerlo. Ulisse rappresenta la conoscenza e la conquista dell’ignoto per il suo lungo andare. La Sicilia conquista più fuori che dentro, perché genera uomini di ingegno e di ardimento che vanno nelle fabbriche di Milano, negli uffici di Roma e nella Sardegna stessa, a decine di migliaia”. 

“Chi esce riesce”, come suggeriva un vecchio adagio…

Ciò che dici è però, soprattutto, un effetto dell’andare. Proseguo con Renda: “Poco cambiata è, invece, la causa originaria che provoca il bisogno dell’emigrazione dall’isola: ieri come oggi, i siciliani vanno via soprattutto per mancanza di lavoro, per necessità elementari di vita e di progresso, per provata convinzione che la situazione isolana difficilmente potrà cambiare in un lasso di tempo ragionevole.  Emigra lo zolfaro licenziato dalla miniera dissestata oppure stanco di non ricevere il trattamento dovuto ad un lavoro così pesante e pericoloso. Emigra il bracciante, che si era mutato in manovale con la prospettiva di trovare un lavoro più retribuito nella costruzione della diga, della strada carrozzabile, delle opere pubbliche di bonifica, delle case popolari o degli edifici scolastici, ma al quale, completata l’opera per la cui realizzazione aveva lavorato alcuni mesi o pochi anni, non rimane altra prospettiva che tornare a fare il bracciante o andar via alla ricerca di un lavoro in città. Emigra il contadino… Emigra l’artigiano… Naturalmente emigrano anche individui delle più diverse condizioni: borghesi benestanti, operai qualificati cui non manca il lavoro… dipendenti statali desiderosi soltanto di cambiare vita o di trovarsi in una società più evoluta di quella isolana o più aperta alle possibilità di successo. Emigrano giovani e ragazze che non accettano più le restrizioni di un costume semifeudale, che aspirano a rapporti più liberi e moderni, trascinati anche dal miraggio dell’avventura. La casistica personale degli emigrati offre un caleidoscopio così complesso che, a volerlo esaminare nei particolari, si rischierebbe di finire in una specie di labirinto senza via d’uscita. Ogni migrante è un microcosmo con la sua storia che spesso è un dramma irripetibile. Né sempre il movente economico nella sua cruda elementarità si presenta come il fatto necessitante ed esclusivo. Chi va via per lo più non è chi sta peggio, ma spesso chi sta relativamente meglio e pensa di potere migliorare ancora di più la sua condizione personale. L’emigrante, più che un povero o un perseguitato dalla fortuna o un debole di volontà, lo si direbbe piuttosto un volitivo ed un combattente, che però non ha più fiducia circa l’esito o la bontà della sua lotta nel paese natale. Più che altro, dunque, è soprattutto uno sconfitto”.

Quando un cittadino è sconfitto, lo è tutto uno stato. 

Tornando allo stile…

Amo guardare l’arte in forma totale e trasversale! A partire per esempio dalle prime apparizioni nelle grotte di Lascaux, dove si evince la determinazione dell’uomo rispetto al progresso. Già in quelle opere appaiono animali che mettono in pericolo tutta la razza umana, la comunità presente, per indicarci (invitandoci con fiducia), la direzione da seguire. Allo stesso modo mi commuovo quando entro nel Museo archeologico di Palermo o di Salonicco, ammirando le forme in cui i greci riflettono una società unita nello spirito liberale. Le opere importanti sono il riflesso di un lavoro collettivo. Punti come questi sono alla base della mia ricerca. 

Eppure, nonostante questa tensione, nei tuoi quadri il culto della “bella pittura” e la ricerca di un ordine restano centrali. Citi spesso Goethe, affermando che “la tecnica alleata al cattivo gusto è la più temibile nemica dell’arte”. Come riesci a mantenere l’equilibrio tra l’urgenza del gesto e questo rigore quasi analitico?

Nel modo più concreto possibile e nel rispetto della mia storia personale; intanto mi guardo attorno. Nei miei ultimi lavori, dipingo solo dopo aver a lungo progettato! Ma a questo punto, quando mi trovo nel mio studio con il pennello in mano, potrebbe anche cambiare tutto. Solo quando l’immagine si fissa sulla tela mi rendo conto se funziona o meno. Se funziona, bene, si procede! Se qualcosa o addirittura tutto quanto non dovesse funzionare, cerco di trovare una soluzione adeguata. Tanto è determinante la mia volontà quanto lo è quella della pittura che ne viene fuori. Faccio un esempio: a volte, dopo ore, dopo giorni o mesi in cui sono fortemente concentrato su una stessa opera, entro in studio convintissimo di dare quei colpi decisivi che metteranno tutto a posto. È proprio allora che può succedere (e spesso succede) qualcosa di inatteso: un nuovo elemento s’impone con altrettanta decisione fermandomi, facendomi riflettere ancora. È la forza della pittura, quella forza che quando c’è può cambiare le cose, può cambiare ogni cosa. Guai a non riservarle un rispetto assoluto.

Chi sono i tuoi maestri, italiani, tedeschi o di qualsiasi altra nazione? 

Io mi ispiro fondamentalmente a me stesso. Guardandomi attorno vedo troppo spesso come l’arte venga pensata a priori per servire un gusto o una minestra già pronta. Se un artista si approccia all’opera con l’idea che questa debba essere funzionale al pubblico in modo tale che circoli meglio o abbia più probabilità di essere apprezzata, perde la sua forza guida. L’arte non è un attore per tutti i copioni. Un discorso molto ampio questo, nel senso che anche le proposte dei fruitori dell’arte denotano chiaramente come a monte ci sia la massima attenzione per ciò che viene richiesto al momento. Capisco come le regole del mercato possano in qualche modo influenzare il gusto o addirittura le scelte e ci può anche stare nella misura in cui qualsiasi fenomeno fa parte della società in cui viviamo, ma entro un certo limite! Attualmente è chiaro ed evidente che si sia oltrepassato di gran lunga ogni limite possibile ed immaginabile. Bisogna fare la propria proposta anziché dare al pubblico ciò che si aspetta, anche perché è molto offensivo servire il pubblico imboccandolo piuttosto che dandogli la possibilità di una scelta. 

A proposito di maestri, io sono entrato personalmente in “bottega” a dodici anni da Salvo Barone, un artista ed un professore dell’arte che opera tutt’ora in Sicilia. La regola numero uno fu la seguente: per un anno intero e senza sconto alcuno, avrei dovuto soltanto disegnare. Ogni sorta di mina, senza mai toccare il pennello fino alla fine dell’anno. Allora mi è costato, io volevo dipingere, ciononostante non ho mai pensato di farlo; nemmeno di nascosto o per conto mio prima del tempo stabilito. Molto tempo dopo ne ho capito l’importanza: la profondità in pittura è la cosa più difficile da tirare fuori. Spesso quando faccio un giro nelle accademie noto subito come all’interno delle opere pittoriche manchi l’aria, manchi la profondità, segno che l’approccio al lavoro parte quasi sempre da un’immagine da monitor, da qualcosa che è a sua volta la riproduzione di una riproduzione. Quando un’opera d’arte funziona ti da la sensazione che all’interno delle sue dinamiche tu possa ficcare le mani! Sono questioni che mi piacerebbe affrontare con quanti si cimentano con la pittura, soprattutto con i più giovani. Le basi del pensiero e dell’approccio manuale sono importanti e questo anche (e soprattutto) quando si pensa di partire da un monocromo alla Malevic. 

Presenti sono soprattutto i maestri che forgiano lo spirito civile e la mentalità di un artista. La Sicilia, per esempio, terra ricchissima dal punto di vista culturale, ha regalato maestri di altissimo spessore internazionale, universale, come Vitaliano Brancati, Giovanni Verga, Federico De Roberto, Simonetta Agnello Hornby. Di quest’ultima ammiro, oltre ai suoi libri, come La Mennulara, l’impegno civile. Simonetta ha fondato nel 1979 uno studio legale nel quartiere londinese di Brixton, che si occupa prevalentemente delle comunità immigrate musulmane e nere e che è stato il primo studio in Inghilterra a dedicare un dipartimento ai casi di violenza all’interno della famiglia: un esempio per tutti! 

(continua)

Leggi l’intero articolo su segnonline.it

Fabio Romano – “Nur nichts Laues!”

About The Author