Fotografia e riscatto del litorale domizio

Un velo candido si adagia sulla superficie lucida di una vettura da cerimonia, quasi a voler evocare la spuma di un mare antico, mentre lo sguardo si perde tra gli acquitrini dove eleganti fenicotteri stazionano in acque che custodiscono storie millenarie, e l’interno del Museo del Danno a Castel Volturno mostra una vecchia bambola consumata dal tempo, esposta con solennità quasi sacrale sotto una teca di plexiglass.

Si è inaugurata all’interno degli spazi storici delle sale dedicate a Maria Amalia e a Maria Carolina dell’Archivio di Stato di Caserta, ospitato nel complesso della Reggia, la mostra fotografica «Ri-conoscere il litorale domizio. Il riscatto di un territorio con un passato di confine. Trasformazione e sviluppo del litorale domizio dagli anni ’60 ad oggi». L’esposizione, curata da Mario Laporta e sostenuta dal programma Strategia Fotografia della Direzione generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura, raccoglie circa novanta immagini capaci di ridefinire l’identità di una striscia costiera lunga sessanta chilometri, estesa da Pozzuoli fino alla foce del Garigliano, un tempo definita come la California italiana.

Il percorso espositivo si sviluppa attraverso le ricerche visive di Gianni Fiorito, Giovanni Izzo e Salvatore Laporta, tre sguardi che si sono fusi per restituire la complessità antropica e ambientale di un territorio storicamente sospeso tra promesse di sviluppo e ferite profonde. La scelta scientifica e formale di articolare l’allestimento in dittici e polittici crea una fitta trama di corrispondenze georiferite e temporali, trasformando l’atto del vedere in uno strumento di archiviazione attiva. In questo modo, l’immagine dialoga direttamente con la memoria scritta conservata nei documenti archivistici: laddove i registri catastali e le planimetrie descrivono l’avanzata delle cubature e i mutamenti dei confini, la macchina fotografica cattura la densità psicologica di una mutazione epocale, misurando la distanza tra le passate utopie urbanistiche e la realtà vissuta dalle comunità locali.

L’indagine si fa profonda e si articola nei singoli linguaggi degli autori, capaci di parcellizzare e ricomporre questa complessa geografia costiera. Gianni Fiorito introduce una raffinata impronta compositiva che oscilla tra l’eleganza della natura e il radicamento animale; a lui appartiene l’immagine in cui la solitudine fiera e la dignità isolata di una bufala si stagliano su un prato verdeggiante, sullo sfondo nitido delle cime innevate del Matese. La narrazione ambientale è nello scatto di Giovanni Izzo con la grande rete da pesca quadrata, sospesa a mezz’aria come una vela trasparente o un’ala sottile tesa verso un cielo di nuvole, che si specchia nella superficie opaca del fiume Volturno. Salvatore Laporta adotta invece una rigorosa e potente attitudine fotogiornalistica ed espositiva, concentrata sulla testimonianza diretta della cura civile e ambientale; la sua lente si posa sulla sabbia scura del litorale posizionando in primissimo piano un imponente pneumatico usurato e arrugginito, che si trasforma in un perfetto cannocchiale ottico e concettuale, una cornice circolare dentro la quale si osserva un volontario impegnato nella raccolta dei rifiuti mentre trasporta un lungo tubo flessibile di colore rosso, mentre sullo sfondo, racchiusi in questa stessa lente di gomma e tempo, altri operatori lavorano tra i detriti e sacchi di plastica colmi, in un potente racconto visivo di risveglio collettivo.

Lungi dal concedersi alla cronaca sensazionalistica o all’estetica del degrado, l’obiettivo dei tre autori scava sotto la superficie dei palazzi incompiuti per rintracciare la vita autentica e silenziosa che abita questi luoghi. Emerge così la dimensione di un laboratorio sociale e antropologico spontaneo, animato dalla costanza dei volontari, dall’impegno civile delle associazioni e dal radicamento di nuove comunità straniere che hanno trovato in queste terre una possibilità di accoglienza. La tridimensionalità emotiva di questa costa, celebrata negli anni Sessanta e poi dimenticata, viene restituita attraverso una narrazione fluida che accosta la solitudine fiera della fauna autoctona alle architetture nate dall’impronta umana, offrendo un prezioso giacimento di memoria dinamica. Le opere esposte entreranno a far parte del patrimonio dell’ente, costituendo il nucleo originario di una sezione dedicata alla valorizzazione visiva del territorio, un lascito permanente aperto alla comprensione di una geografia in continua metamorfosi che oggi ambisce a farsi pienamente riconoscere.

L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al 30 settembre.

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