Fragilità. Visioni di una forza formativa

La fragilità nel pensiero di molti può essere associata alla debolezza. Nulla di più errato: ne è la dimostrazione Fragilità. Visioni di una forza formativa, esposizione presentata a Milano dalla galleria A arte Invernizzi.

Il progetto nasce da un dialogo fra il curatore della mostra Davide Mogetta e l’artista tedesco Günter Umberg a proposito della persistenza nella sua arte, a partire dagli anni Settanta, di un motivo insieme strettamente individuale e universale: l’incontro con la vulnerabilità.

Sin dagli esordi Umberg è consapevole della fragilità del medium da lui utilizzato – i pigmenti – e della necessità di maturare abilità tecniche per far sì che lo stesso aderisse al supporto lasciando però emergere i dettagli della materia nella condizione di maggiore purezza.

Da queste considerazioni scaturisce la volontà di indagare il tema della fragilità non con un approccio che pone l’accento sulla caducità o sulle problematicità in termini di conservazione, bensì come un aspetto fondativo e fondante dell’opera, quale tensione generativa e intrinseca, conditio sine qua non della sua essenza ed esistenza.

Il percorso espositivo pone in dialogo le poetiche di Dadamaino, François Morellet, Arcangelo Sassolino, Günter Umberg e Grazia Varisco – artisti internazionali appartenenti a diverse generazioni – affinché emergano analogie e differenze nel modus operandi di ciascuno senza venir meno alla comune volontà di generare nuove esperienze per chi osserva in relazione alla percezione di sé nello spazio.

Così i neon di François Morellet restituiscono, attraverso la loro articolazione sulla parete, un segno minimale che si estende oltre i limiti dell’opera e si realizza nell’attivazione dello spazio circostante; i “Cementi” e i “Vetri” di Arcangelo Sassolino esplicitano la materia e il processo esecutivo di trasformazione cui è stata sottoposta, evidenziando volutamente la contrapposizione tra ciò che ci si aspetta e ciò che è dato a vedere.

Al piano inferiore da un lato si trovano i “rotoli” di Dadamaino, dai cicli “Il movimento delle cose” e “Sein und Zeit” realizzati negli anni Novanta, volti a dar forma all’immateriale in cui pieni e vuoti, presenza e assenza, si alternano sulla superficie dell’opera; dall’altro le “Reticenze” (2024) di Grazia Varisco divengono motivo di esperienza percettiva in dialogo con lo spazio e il movimento di chi osserva. Infine Territorium 2026 (2026) di Günter Umberg, opera composta da sette elementi monocromi di colori e dimensioni differenti, dà vita ad uno spazio fisico all’interno del quale si è portati a ripensare a come situare sé stessi in relazione ad una nuova dimensione.

La mostra è un’occasione per ripensare il tema della fragilità – estremamente contemporaneo nel campo dell’arte quanto in relazione alla caducità dell’esistenza umana in conseguenza dei recenti sconvolgimenti politici, sociali e ambientali – assumendo un atteggiamento al contempo analitico e sinestetico: accettare con consapevolezza la propria natura e saper abitare lo spazio dell’esistenza.

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