La specie animale Homo sapiens ha tra i duecento e i trecentomila anni, il genere Homo al quale appartiene circa due milioni. Gli ominidi più antichi che siamo riusciti a rintracciare, come Australopithecus, quattro milioni di anni. Non è davvero molto al confronto dei dinosauri, apparsi duecentotrenta milioni di anni fa e ancora oggi presenti nella forma degli uccelli, che le classificazioni più recenti includono nel clado Dinosauria.
La durata dei dinosauri è tale che non solo la specie più famosa, Tyrannosaurus rex, è più contemporanea a Damien Hirst o a Taylor Swift che agli stegosauri, ma anche che mentre alcuni di loro vivevano, prosperavano e si evolvevano, già si erano formati i fossili di specie ed esemplari precedenti.
Vista in questa prospettiva, la fossilizzazione non è necessariamente un atto di archiviazione definitiva del passato, un sistema per liquidare l’esistenza e andare avanti con le prossime forme di vita o di coscienza. Potrebbe invece essere letta come una testimonianza in fieri, addirittura una sorta di performance, volontaria o involontaria: ancora vitali e prosperanti nel presente, gli esseri viventi attraversano una metamorfosi che costruisce e modifica via via la loro identità mobile, permanentemente plasmanda.

Forse è anche questo che Stefano Canto ci mette davanti agli occhi in Sogno di Pietra, la mostra in corso fino al 30 aprile da Matèria, a San Lorenzo a Roma. Buste di cemento per costruzioni sono impilate su blocchi di pietra a loro volta disposti in bell’ordine su bancali di legno. Periodicamente una testa umana scolpita in ghiaccio che contiene pigmenti ossidi viene adagiata su una delle buste. Sciogliendosi lentamente, la scultura scava nel cemento bagnato l’impronta di un volto o di un cranio, colorata a seconda del pigmento, e quando il materiale si solidificherà nuovamente l’immagine vi resterà intrappolata per sempre: un sempre il cui carattere relativo è essenziale nella struttura dell’opera, perché nulla esiste di meno definitivo che la pietra, in un pianeta in permanente trasformazione.
L’effimero dell’esistenza è dunque tema centrale della mostra di Stefano Canto, che riflette sul tema dei temi della nostra cultura, almeno dal Novecento a oggi, dalla Recherche di Proust passando per la Relatività generale per giungere ai racconti e film di fantascienza e alle più estreme teorie quantistiche: il tempo, che se da un lato ci sfugge e ci obbliga all’inseguimento, dall’altro insiste con un invisibile moto circolare e ci provoca, insinuandoci la speranza di un possibile ritorno, che a sua volta, inevitabilmente frustrata, genera desiderio, nostalgia, rimpianto.




La litificazione o addirittura la premessa a un metaforico processo di fossilizzazione congelano in un istante dato i lineamenti di un individuo, reale o ideale, eppure aprono la strada a una successiva trasformazione. L’elemento liquido, insito nel suo stato solido, ovvero il ghiaccio, prevale con la sua proteiforme caratteristica di sfuggire a una descrizione unica, mutando morfologia in continuazione, e capricciosamente inietta questa sua mobilità nel più fermo, all’apparenza, dei materiali, il cemento da costruzione.
Delicati acquarelli e disegni su carta da lucido – retaggio della formazione da architetto dell’artista – accompagnano alle pareti le installazioni, che sanno di scultura e di performance. Sono, quei quadretti, un elemento da non trascurare e che anzi invito a osservare con attenzione: quasi smarriti nell’ampiezza delle pareti, dominate dalle maschere in negativo dei volti cementificati montati su sbarre di metallo, rappresentano invece la testimonianza di una specie, quella umana, che aspira alla memoria e ad essere raffigurata e rappresentata nonostante gli eventi artificiali e naturali non facciano altro che travolgerla e trascinarla via verso l’oblio e l’entropia.
Ma ci sarà sempre, anche in un futuro lontano, un paleontologo, appartenente chissà a quale nuova specie, che dai residui alluvionali recupererà e riscatterà il calco di una perduta presenza.
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