Il giardino del tempo

Si è da poco conclusa a Firenze una mostra sul Beato Angelico, che ho avuto il piacere di visitare l’ultimo giorno di apertura insieme ad alcuni amici fiorentini. Tra le tante opere dell’artista, quella che desideravo a tutti i costi rivedere è l’Annunciazione in capo alle scale del Convento di San Marco. In quell’affresco, Maria è davvero, come suggerisce il Cantico dei Cantici, “giardino chiuso, fonte sigillata”: una donna-giardino che, all’interno di un chiostro cinto da un verziere, accoglie l’annuncio dell’Angelo, lo custodisce e lo fa crescere in sé. Quell’annuncio, parola viva, è il nuovo Adamo che avrebbe redento il peccato del vecchio, trasformando il giardino da luogo irraggiungibile a, se così si può dire, spazio condiviso. L’antico giardino, quello dei progenitori, è forse il verde che si intravede dalla finestra sullo sfondo; il nuovo, si distende innanzi al portico che accoglie la Vergine e Gabriele, allargandosi sino a comprendere il mondo. Un giardino eterno, universale, ma che non può prescindere dai giardini fiorentini del tempo dell’Angelico, tra cui il giardino di San Marco (da non confondere col chiostro dell’attuale convento) in cui il Magnifico raccoglierà la sua imponente collezione di scultura.

A pochi passi da quella mitica sede, ormai scomparsa, presso la Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi si inaugura la mostra Il Giardino del Tempo, personale dell’artista cinese Gulistan. Come sottolinea il curatore Claudio Rocca, “il giardino, qui, non è semplice ornamento, ma dispositivo culturale: una camera all’aperto in cui natura e architettura si equilibrano, dando forma a un microcosmo ordinato, specchio dell’armonia civile e della razionalità rinascimentale. È proprio a partire da questa tradizione che il tema del giardino assume, nel Giardino di Gulistan, una densità tutt’altro che decorativa. Se nel modello rinascimentale il giardino è spazio regolato, misurato, luogo della rappresentazione sociale e della costruzione dell’identità pubblica, nel Giardino di Gulistan esso si configura come luogo intimo, quasi una topografia dell’interiorità. Il Giardino di Gulistan si radica in una precisa genealogia culturale che intreccia la tradizione pittorica cinese con la memoria simbolica del giardino occidentale. Se nella cultura europea il giardino rinascimentale rappresenta l’aspirazione a una Natura regolata secondo proporzione e misura – paradigma visibile nella cultura medicea – nella tradizione cinese il giardino è piuttosto un microcosmo, uno spazio di condensazione poetica dove l’infinito si rende esperibile attraverso il frammento”. “Sono i colori di Gulistan, che per primi accolgono e catturano l’osservatore – nota Cristina Acidini, Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno – prima ancora che riesca a leggere il titolo di un singolo quadro. Colori decisi, stesi in campi pieni senza sfumature: il rosso ‘coccinella’, il rosso ‘ciliegia’, il blu ‘Key largo’ dall’intonazione notturna spenta, il ‘lapislazzuli’ dal blu profondo e prezioso… e potremmo continuare con i gialli dorati, i verdi smaglianti, le sobrie campiture neutre che fanno risaltare le stesure più brillanti e i contrasti più audaci”. Sospeso tra segno e colore, tra la visione taoista del mondo – espressione di uno dei tratti più radicati dell’anima culturale cinese, quello contemplativo – e la tradizione occidentale, nel giardino di Gulistan gli opposti si compenetrano e ogni fiore è una vittoria sullo scorrere del tempo. L’Annunciazione – la possibilità di redimerci dagli orrori della storia – non è avvenuta per pochi: il Rinascimento è possibile, il Rinascimento è il presente.

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