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Ilya e Emilia Kabakov. Tate Modern Londra

Ilya Kabakov è l’artista di installazioni per antonomasia, il teorico dell’”installazione totale”, esperienza immersiva ripetuta in molte opere di grande formato dalla metà degli anni Ottanta, e dal 1988 in collaborazione con la moglie Emilia. Eppure la retrospettiva di Londra Not Everyone Will Be Taken into the Future non è stata la tanto attesa opportunità  di godere dei  mondi  malinconici e  utopici dei due artisti dell’ex Unione Sovietica, che invece  sono stati  riproposti come semplici pittori, e neanche troppo buoni. Nei fatti, la mostra ci ha detto più dell’attuale stato della Tate Modern che della singolarità e dei contenuti con cui i Kabakov hanno contribuito all’arte delle installazioni.

Le prime mostre furono una rivelazione.  Si sa che le installazioni di Ilya Kabakov si sono sviluppate dal suo lavoro come illustratore di libri per bambini; meno noti, e forse più interessanti, sono i primi dipinti concettuali dell’artista. Negli anni Sessanta infatti Kabakov abbandonò la maniera cèzanniana per passare ad esperimenti di pittura  per così dire “proto-postmoderna”, creando opere che sfidano  ostinatamente ogni concetto di pura rappresentazione. Il più delle volte questa strategia è portata avanti abbinando oggetti alla superficie bidimensionale e intervenendo sul piano pittorico per contrastare l’astrazione e la profondità illusoria allo stesso tempo. Cubes, del 1962, sconvolge l’astrazione geometrica con due raffigurazioni di un villaggio, mentre in  Hand and Ruisdael’s Reproduction, del 1965, un braccio di cartapesta rosso sotto un classico paesaggio olandese  è una sorta di protesi ad uso dello spettatore che si avvicina per guardare meglio. 

Poi dagli anni Settanta la pittura di Kabakov cominciò a proporre personaggi immaginari. In The Answers of an Experimental Group, 1970-71 vediamo una grande griglia con fitte scritte in cirillico: sono le parole di spettatori scelti trasversalmente nella società sovietica, molti dei quali suonano come artisti d’avanguardia alquanto noiosi. L’umorismo, qui ironico e autocritico, è più apertamente politico in By December 25 in Our District . . . , 1983, un dipinto realista di grande formato dove sull’immagine di un cantiere fangoso, che sembra abbandonato,  si legge una ricca lista di progetti edilizi – ospedali, piscine, cinema, stadi, abitazioni – che si prevedono  completati entro la data del titolo:  si sottintende, ovviamente, che ciò non avverrà mai, perché tale  trionfante piano sarà sempre impantanato nel fango, nei  ritardi e nelle promesse vane.

E veniamo alla misera offerta di installazioni totali scelte per la mostra. The Man Who Flew into Space from His Apartment, del 1985, è qui l’unica opera della serie Ten Characters;  è con questa,  esposta nel 1988 al Ronald Feldman Fine Arts di New York, che  l’artista  arrivò alla notorietà dopo aver lasciato l’Unione Sovietica. È la quintessenza di Kabakov:  la miseria opprimente dell’appartamento comunale, un racconto che si muove per spazi poligonali e  sinuosi, una stanza assiepata di oggetti descritti meticolosamente, nel dettaglio, e una idea di fuga che allo stesso tempo aggiorna e disinnesca la ricca tradizione della fantascienza sovietica, che pure era un modo di immaginare altri mondi.  Altre installazioni degne di nota sono  Three Nights, 1989, Labyrinth (My Mother’s Album),  del 1990 e di proprietà della stessa Tate, e Not Everyone Will Be Taken into the Future, 2001. L’ultima, una sorta di stazione ferroviaria  in cui sono accatastate  opere di artisti dimenticati, è la  più toccante, perché è una commistione  di  grandeur, malinconia e affetto per gli sfavoriti della storia. Come si sa, quasi tutte le installazioni totali appartengono a collezioni di musei pubblici, poiché questo tipo di lavoro incontra ancora la “ferma ostilità dei collezionisti (privati, N.d.T.) che non hanno un posto dove metterlo”,  come osservò Kabakov  già nel 1995.

Dopo i grandi lavori, e con l’eccezione di alcune maquettes,  la mostra prende una brutta piega. Siamo proiettati negli anni Dieci del Duemila con alcune opere veramente improponibili. Volendo proporre un paragone, gli pseudocollages  di Jeff Koons, orrendi e fuori scala, quantomeno per la pomposità giustificavano i loro costi; ma di Koons qui non ci sono nemmeno gli effetti pornografici di photoshop, perché  tutto si riduce a immagini socialiste-realiste che si frammentano in strati di trompe l’oeil.  Queste sarebbero state inopportune anche se dipinte nel 1982, dunque oggi non ci sono scuse.

L’ultima sezione della mostra ospita una selezione di opere a tema angelico, realizzate tra il 1972 e il 2014, che imprimono di sentimentalismo il leitmotiv della fuga tipico di Kabakov  (l’uomo che vola nello spazio dal suo appartamento, il treno che parte per il futuro) e interpretano cristianamente il concetto di utopia.

Leggendo le didascalie delle opere in mostra ho notato che non solo nessuno dei collages appartiene a un museo pubblico ma che tutti i quadri più “deboli” sono prestiti di collezioni private. Le grandi disponibilità finanziarie dei prestatori possono dunque spiegare la distorsione interpretativa della mostra, che trasforma Kabakov,  rilevante artista di installazioni di spessore, in un pittore per così dire senza contenuti. E ciò è vergognoso e criminale, soprattutto perché a suo tempo la Tate Modern è stata in grado di allestire splendide mostre con grandi installazioni, come quella del 2000 con cui si inaugurò questo stesso spazio, e in cui vennero presentati pezzi di proprietà del museo stesso. La retrospettiva dell’artista brasiliano Cildo Meireles  del 2008 aveva in seguito dimostrato come installazioni di grande formato possono essere esposte  anche  una dietro l’altra con un effetto sbalorditivo.

La mostra ci ha detto più dell’attuale stato della Tate Modern che della singolarità e dei contenuti con cui i Kabakov hanno contribuito all’arte delle installazioni.

In un’epoca in cui un museo dopo l’altro si modella sul  concetto di espansione del suo spazio costruito,  il concetto di installazione totale poteva essere ideale per riempire questo spazio: e chi può realizzarla meglio dei Kabakov? E invece no: l’imperativo espansionista si rivela essere un circolo vizioso neoliberista, che costringe i musei pubblici a relazioni sempre più strette con il denaro privato e li piega ai gusti superficiali  dei collezionisti. I Kabakov e il pubblico meritano di meglio.

Ilya and Emilia Kabakov: Not Everyone Will Be Taken into the Future  verrà presentata  a San  Pietroburgo, State Hermitage Museum, dal 20 aprile al 29 luglio 2018; e a Mosca, State Tretyakov Gallery, dal 6 settembre 2018 al 13 gennaio 2019.

Articolo originale di Claire Bishop pubblicato da Artforum, traduzione di Cristina Rosati

Claire Bishop insegna al livello Ph.D. di storia dell’arte presso la CUNY Graduate Center, New York.

© Artforum, March 2018, “Ilya and Emilia Kabakov,” by Claire Bishop.