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La forza incrinata del visibile. Roberto Gramiccia e la fragilità come destino dell’arte

In un tempo che ha fatto della prestazione, della compattezza e dell’efficienza i propri idoli più pervasivi, un libro come Teoria della fragilità. Alla ricerca di un potere nascosto di Roberto Gramiccia (Santarcangelo di Romagna, Diarkos, 2025) arriva con il merito raro di sottrarsi tanto alla moda dell’enfasi quanto a quella, non meno insidiosa, della lamentazione. Non indulge, cioè, né alla celebrazione sentimentale della debolezza né alla sua riduzione sociologica. Fa qualcosa di più difficile. Restituisce alla fragilità uno statuto alto, originario, quasi sorgivo, mostrandola non come accidente marginale dell’esperienza umana ma come sua sostanza costitutiva, come creta stessa dell’esistere. È questo, in fondo, il punto da cui occorre muovere per comprendere la portata del lavoro svolto dall’Autore: qui la fragilità non è una lesione dell’essere, ma una delle sue forme più profonde di verità.

Il pregio del volume sta innanzitutto nell’ampiezza del suo respiro. Gramiccia non si limita a trattare la fragilità come categoria psicologica o morale, ma la attraversa filosoficamente, storicamente, politicamente, antropologicamente. Eppure il libro non smarrisce mai un centro riconoscibile. Quel centro è l’uomo esposto al limite. L’uomo segnato dalla caducità, dalla malattia, dal dolore, dalla finitudine. Non a caso l’Autore, forte della sua lunga esperienza medica, richiama un’antica verità di sapore classico: il medico, quando è davvero all’altezza del suo compito, non può non essere anche filosofo. Da qui nasce una delle più riuscite tensioni del saggio: quella tra sapere clinico e interrogazione metafisica, tra il corpo ferito e la necessità di pensarlo.

Jacopo Benci, Fragile?, 2026
immagine digitale, 25 x 25 cm

È però nel capitolo dedicato al mondo greco che il libro raggiunge, a mio giudizio, una delle sue altezze più persuasive. L’Autore torna infatti a quella parola decisiva che è thauma, restituendole tutta la sua gravità originaria. Non la meraviglia svagata o l’elegante curiosità con cui troppo spesso la modernità addomestica il lessico dei Greci, ma lo stupore intriso di sgomento, il sussulto dinanzi all’enigma dell’essere, il tremore che accompagna l’uomo quando si scopre finito, vulnerabile, esposto alla morte. In questo senso il richiamo ad Aristotele è perfettamente messo a fuoco: la filosofia nasce sì dal thauma, ma da un thauma che porta in sé anche l’ombra del terrore. La conoscenza non scaturisce da una serenità pacificata. Nasce, piuttosto, da una ferita. E proprio qui la fragilità smette di essere un difetto da occultare e diventa il varco attraverso cui il pensiero prende forma.

Si comprende allora perché questo libro parli così da vicino anche all’arte, e soprattutto all’arte contemporanea. Da tempo, infatti, le esperienze artistiche più vive hanno abbandonato la pretesa di rappresentare un mondo integro, ordinato, conciliato con se stesso. L’arte del nostro tempo, quando non è addomesticata dal mercato o ridotta a pura certificazione di sistema, lavora sulle faglie, sugli scarti, sulle ferite, sui residui. È precisamente qui che il libro intercetta un nodo cruciale: la fragilità non è soltanto un tema dell’arte contemporanea, ma una sua condizione di possibilità. L’opera nasce spesso da una incrinatura, da un’inquietudine, da un’asimmetria interiore che cerca forma senza mai davvero pacificarsi. Non sorprende che, nel capitolo “Arte, medicina e fragilità”, l’Autore faccia convergere queste due grandi avventure dell’umano proprio sotto il segno comune della caducità e dello sgomento aristotelico, arrivando a definire l’artista un “magnifico pescatore di perle”. Formula bellissima, questa, perché allude a una discesa nel fondo, a un’immersione nel dolore e nell’opaco dalla quale soltanto può emergere qualcosa che meriti il nome di forma.

Pierluigi Isola, L’incertezza dei sogni, 2026
olio su tavola, 25 x 25 cm

Da questo punto di vista il libro possiede anche un merito ulteriore, meno evidente ma non secondario. In un’epoca nella quale, come Gramicciaosserva con lucidità, il sistema dell’arte rischia di scambiare l’“artistizzazione” per l’arte stessa, il volume riapre la domanda essenziale sul fondamento dell’esperienza estetica. Se tutto può essere detto arte, l’arte finisce per congedarsi da noi. Occorre allora ritrovare una soglia di verità. E questa soglia, nel libro, coincide con la capacità dell’opera di misurarsi con il limite, con l’angoscia della morte, con il peso irriducibile della condizione umana. Non c’è nulla di passatista in questa posizione. Al contrario, c’è qualcosa di profondamente inattuale e perciò necessario. C’è il rifiuto di una contemporaneità che troppo spesso si compiace della superficie e dell’evento, smarrendo il rapporto con il tragico.

Molto riuscita, in questa prospettiva, è anche la seconda parte del volume, quella dedicata ai “fragili eroi”. Qui l’argomentazione teorica si fa carne, biografia, destino. Figure diversissime – da Spartaco a Ipazia, da Kafka a Rosa Luxemburg, da Virginia Woolf a Alda Merini, fino a Mario Schifano – vengono rilette non come monumenti intatti, ma come esistenze attraversate da una ferita che non ne diminuisce la statura, bensì la rende più umana e, in certi casi, più grande. Particolarmente significativo, per chi guardi al rapporto tra fragilità e arte contemporanea, è il ritratto di Schifano: l’Autore ne mostra con finezza l’inquietudine costitutiva, il nesso inestricabile tra febbre creativa e vulnerabilità esistenziale, sottraendolo insieme alla banalità del mito e alla caricatura dell’artista maledetto. È un passaggio importante, perché dimostra come la fragilità, lungi dal ridursi a un dato ornamentale o biografico, possa diventare la chiave stessa di una lettura storico-artistica non convenzionale.

Il punto, in definitiva, è che Gramiccia ha scritto un libro controcorrente nel significato più nobile dell’espressione. Non perché insegua il gusto facile del paradosso, ma perché osa riportare al centro ciò che il nostro tempo preferisce rimuovere: il limite, la dipendenza, il dolore, la precarietà, l’incompiutezza. E nel farlo suggerisce una tesi che riguarda da vicino anche il destino dell’arte contemporanea: soltanto chi non fugge la fragilità può ancora produrre forme capaci di interrogare davvero il reale. Il thauma da cui nasce la filosofia, allora, non è lontano da quello da cui nasce l’arte. In entrambi i casi vi è una ferita originaria, uno stupore che trema, un sapere che prende avvio non dalla padronanza ma dall’esposizione.

Per questo Teoria della fragilità è un libro da salutare con favore. Perché restituisce dignità speculativa a una parola troppo spesso impoverita. E perché ricorda, a chi ancora consideri l’arte qualcosa di diverso da un bene di consumo simbolico, che le opere più necessarie non sono quelle che dissimulano la crepa, ma quelle che la abitano fino in fondo, trasformandola in conoscenza, forma e destino.

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