home Addii, Anticipazioni, Architettura, Arte e Committenza, Brevissime, Editoriali, Fiere, Fiere, Grandi mostre, Recensioni, Rivista Le stagioni di Persefone: la mostra di Maria Grazia Tolino a Lamina Studio

Le stagioni di Persefone: la mostra di Maria Grazia Tolino a Lamina Studio

Visitare la mostra Le stagioni di Persefone significa farsi un giro all’interno dell’universo di Maria Grazia Tolino, significa accettare di perdersi in questo intreccio: tra mito e contemporaneità, tra segno e significato. È un viaggio che non si limita a raccontare, ma che trasforma — lentamente, come fanno le stagioni — lo sguardo di chi osserva.

Percorrere le sale della mostra, equivale ad avere contezza della vita artistica di Maria Grazia Tolino, pittrice e tatuatrice, come se ogni opera fosse una soglia, un passaggio, una mutazione. È un attraversamento silenzioso che ripercorre la storia, la interroga e la rimette in discussione, cambiandone gli angoli di visione e aprendo nuove porte sul futuro. La mostra rende omaggio a figure inserite in narrazioni controverse, che l’artista campana rielabora per restituire loro una dimensione più autentica, generando così un cortocircuito tra memoria, reinterpretazione e sguardo contemporaneo. In questo spazio temporale sospeso, la mostra diventa una sorta di viaggio interiore tra Oriente e Occidente, un universo in cui simboli, memorie e linguaggi differenti si incontrano e si rispecchiano.
Tra muri in pietra e luci calde, con tavoli disseminati di immagini, la mostra si apre con una serie di pannelli numerati. Su queste superfici, in alcuni casi incise con una vera e propria macchina per tatuaggi, si ripete una stessa frase rielaborata in gradazioni cromatiche precise, secondo un ordine binario: nosce te ipsum, la locuzione latina che rimanda al celebre “conosci te stesso”. Ne emerge un alfabeto che vibra e si stratifica, come se custodisse insieme qualcosa di arcaico e di profondamente contemporaneo. È qui che si innesta la figura di Feminoe, a cui viene attribuita l’origine del motto greco inciso sul tempio di Delfi. La sua presenza, quasi archetipica, dialoga con quella di Persefone: entrambe sospese tra mondi diversi, tra sopra e sotto, tra luce e oscurità, in una continua metamorfosi di soglie e identità.

Rielaborando la versione di Dante Gabriel Rossetti del 1874, l’artista campana ne scardina la lettura originaria e la riattiva in chiave contemporanea, restituendole una nuova tensione vitale. Ne emerge una Persefone attuale, che si erge fiera e sostiene lo sguardo dello spettatore senza arretrare, come se rivendicasse la propria presenza al di qua e al di là del mito. L’inganno del melograno si apre e lascia colare il suo succo scuro, denso come sangue, che bagna il corpo di un maiale calpestato dalla figura. L’animale, carico di stratificazioni simboliche, richiama alla memoria La fattoria degli animali di Orwell, dove il maiale diventa emblema di corruzione, menzogna e deriva egocentrica del potere. Il gesto del calpestare assume così un valore netto: è lo schiacciamento di quei difetti di fabbrica, la possibilità di una rottura e di un superamento. La condanna agli inferi, il rapimento e il conseguente ciclo delle stagioni diventano allora la condizione stessa del suo esistere duplice: Persefone è qui e altrove, luce e oscurità che coesistono. Nel suo percorso viene guidata da un gufo reale, presenza notturna che vede nell’invisibile, mentre dall’altro lato si orienta verso la luce a cui tende il girasole, lo stesso Sole a cui protende la nuova Persefone. Ne nasce un’immagine fitta di rimandi e stratificazioni simboliche, che non si concede immediatamente, ma richiede di essere attraversata con attenzione, come un sistema di segni in cui ogni dettaglio trattiene un significato latente, in attesa di essere svelato.

La mostra continua e i simboli si moltiplicano — fiori, animali, figure ibride — dando forma a una narrazione visiva che sfugge a ogni presa definitiva, chiedendo piuttosto di essere attraversata, più che decifrata. Ma in questo attraversamento non si è mai soli. Si viene accompagnati da animali guida albini, creature liminali in cui la fragilità della vista si trasforma paradossalmente in un potere assoluto: la capacità di sostenere lo sguardo del male senza esitazione, senza arretrare. Sono presenze eteree che orientano, proteggono e affiancano l’umano nel suo cammino di trasformazione, come bussole spirituali in una geografia interiore in continuo mutamento.  

In questa costellazione simbolica riemerge anche il riferimento al Ver Sacrum, non solo come antico rito di rinascita e separazione, ma anche come esperienza di rivoluzione estetica e culturale nella Vienna della Secessione, che trovò espressione e diffusione nelle pagine della rivista omonima. Nella stessa sala, il discorso si espande ulteriormente con due riviste fittizie, concepite come omaggi personali e simbolici a figure e presenze fondamentali per l’artista. La prima è dedicata a un amico e collega tatuatore di Milano, specializzato nel tatuaggio giapponese. In copertina lo si vede mentre sta realizzando un Daruma, figura tradizionale legata alla perseveranza e alla realizzazione dei desideri: si colora un occhio quando si formula un’intenzione, e si completa l’altro al suo compimento. Il gesto del tatuare diventa così un atto rituale, una scrittura sul corpo che non è solo estetica ma promessa. La seconda rivista immaginaria è invece dedicata agli insegnanti, figure qui trasfigurate in una dimensione quasi mitica: come kamikaze del sapere che si offrono completamente al gesto del trasmettere. Sulla copertina compaiono fiori rosa e aerei che spargono semi: immagini di un sapere che non si impone, ma si dissemina, affidato al vento e al tempo. Gli insegnanti diventano così seminatori di futuro, presenze che si esauriscono per far germogliare altro, lasciando che la conoscenza si sposti oltre di loro e continui a vivere in chi verrà dopo. In questa visione si inserisce anche un augurio, quasi un mantra di lunga durata: Banzai, inteso come “diecimila anni”, come desiderio di continuità e prosperità, di vita lunga al pensiero che si trasmette e si rigenera. Questa idea di attraversamento e rinascita trova un’eco anche in riferimenti storici e culturali più ampi, che ampliano ulteriormente il campo simbolico della mostra. Tutto, nel suo manifestarsi, converge e si lascia attraversare da un ritmo musicale che ne guida il senso e la percezione. La musica diventa così una presenza costante, una trama invisibile che accompagna e orienta ogni passaggio dello sguardo. È una musa silenziosa ma imprescindibile, indissolubilmente legata all’intero percorso artistico di Maria Grazia Tolino, come sua origine e suo respiro profondo. 

Poi, improvvisamente, il ritmo cambia. Sul grande tavolo centrale si dispiegano corpi e frammenti: fotografie di tatuaggi floreali, dettagli epidermici che raccontano storie intime. Qui la pratica artistica di Tolino si intreccia con la sua esperienza di tatuatrice, specializzata nel ricoprire cicatrici. Non è solo un gesto estetico, ma un atto quasi rituale: trasformare la ferita in ornamento, la memoria in superficie visibile. Le stagioni, in questo senso, non sono solo naturali ma incarnate: cicli di dolore e rinascita impressi sulla pelle. E così, ciò che all’inizio appariva come un viaggio tra mito e simbolo si rivela, alla fine, come un attraversamento profondamente umano.

La mostra di Maria Grazia Tolino si configura come un percorso stratificato in cui l’artista costruisce uno spazio di trasformazione in cui non offre risposte definitive, ma invita a sostare nell’ambiguità, accettando la complessità come condizione necessaria per ogni autentica metamorfosi.

Leggi l’intero articolo su segnonline.it

Le stagioni di Persefone: la mostra di Maria Grazia Tolino a Lamina Studio

About The Author