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L’io come territorio instabile: “Io è un altro” da Finestreria

C’è una differenza sostanziale tra una mostra che assume un tema come cornice e una che riesce a trasformarlo in dispositivo di lettura. Io è un altro, collettiva ospitata da Art Gallery Finestreria e curata da Cecilia Severini, appartiene alla seconda categoria. Prendendo in prestito la celebre formula di Arthur Rimbaud, l’esposizione evita di ridurre il concetto di identità a un argomento generazionale o psicologico e lo affronta invece come una condizione percettiva, relazionale e pittorica.

L’elemento che accomuna i quattro artisti – Giulia Apice, Nico Crisanti, Giuseppe Gallace e Arianna Pessina – non è infatti uno stile condiviso, né un immaginario uniforme. È piuttosto la consapevolezza che il corpo, oggi, non possa più essere rappresentato come un’entità stabile. Ogni figura appare attraversata da processi di trasformazione, dissoluzione, sovrapposizione o emersione, come se la pittura stessa fosse chiamata a registrare la precarietà dell’esperienza contemporanea.

La mostra costruisce così un percorso coerente senza ricorrere a facili simmetrie. Le opere dialogano attraverso analogie sottili, facendo emergere una pluralità di approcci che si rafforzano reciprocamente. Nelle lenzuola dipinte di Giulia Apice il supporto diventa parte integrante dell’immagine: il tessuto assorbe il colore, lo disperde, lo lascia colare fino a trasformare il corpo in una presenza incerta, sospesa tra memoria e apparizione. È una pittura che rinuncia alla fissità dell’immagine per affidarsi alla sua continua possibilità di mutare.

Diversa ma complementare è la ricerca di Giuseppe Gallace, dove la figura umana sembra progressivamente confondersi con l’ambiente naturale. La vegetazione invade lo spazio della tela senza assumere un valore simbolico univoco, ma come organismo vivo capace di inglobare la presenza umana. Il silenzio che attraversa i suoi dipinti non coincide con l’assenza: è piuttosto una forma di tensione trattenuta, in cui la distanza tra uomo e natura diventa il luogo stesso dell’immagine.

Con Arianna Pessina il processo si fa ancora più rarefatto. Il carboncino lavora per sottrazione, lasciando affiorare figure che sembrano provenire dall’oscurità della memoria più che dalla rappresentazione del reale. La luce non definisce, ma suggerisce. Ogni volto appare sul punto di svanire, restituendo allo spettatore un’esperienza percettiva lenta, quasi meditativa, che trova nella fragilità della visione il proprio centro.

Se gli altri artisti lavorano sull’evanescenza, Nico Crisanti introduce invece la dimensione del contatto. Le sue anatomie si intrecciano, si deformano reciprocamente, perdono i propri confini individuali senza dissolversi completamente. La pittura diventa qui il luogo in cui l’identità emerge come costruzione collettiva, frutto di attriti, vicinanze e continue negoziazioni con l’altro. È forse la posizione più esplicitamente relazionale dell’intero progetto, capace di trasformare la deformazione in linguaggio sociale.

Ciò che rende convincente Io è un altro è soprattutto l’equilibrio tra il progetto curatoriale e le singole pratiche artistiche. Il rischio, quando si affrontano temi ampi come l’identità o la memoria, è quello di affidarsi a categorie ormai consolidate. Severini evita questa trappola scegliendo invece di costruire il dialogo a partire dalla materialità delle opere, lasciando che siano le differenti modalità della pittura – e del disegno – a far emergere il senso della mostra.

In un momento in cui molta giovane pittura italiana sembra oscillare tra il recupero della figurazione e la fascinazione per l’immagine digitale, Io è un altro sceglie una strada diversa. Qui il corpo non è mai semplicemente rappresentato: è continuamente messo in crisi. La figura diventa il luogo in cui si depositano memoria, vulnerabilità, relazioni e trasformazioni, restituendo un’immagine dell’identità come processo aperto, mai definitivamente compiuto.

La collettiva di Finestreria non pretende di offrire risposte, né di definire un manifesto generazionale. Piuttosto invita a sostare in quella zona di instabilità dove ogni riconoscimento rimane provvisorio. Ed è proprio questa sospensione, più che il tema dichiarato, a costituire il vero punto di forza della mostra.

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