Poetiche sono le opere di Maria Lai. Poetici sono i suoi titoli. È poesia che si fa visione. È poesia che si fa materia. Attraverso le sue opere si può sfiorare la sua anima: una fibra lieve, impalpabile che, come una piuma, sa sollevarsi, lasciarsi cullare dal vento, attraversare il tempo senza perdere il proprio respiro. Maria Lai aveva bisogno delle mani. Di affidarsi alla loro antica sapienza, alla memoria custodita nei polpastrelli. Aveva bisogno di toccare il mondo prima ancora di raccontarlo, di sentirne il peso, la consistenza, il calore. Gregorio Botta, nel saggio a lei dedicato, lo racconta con lucidità: per lei le mani erano un luogo di conoscenza. Era nelle dita che la materia prendeva parola. Così ha lasciato alle spalle il disegno e la pittura, la superficie piana dell’immagine, per inoltrarsi in un sentiero che apparteneva soltanto a lei. Ha raccolto le cose più umili, quelle che abitano il quotidiano, e le ha trasformate in una lingua nuova. Non cercava la rappresentazione, ma la presenza. Non l’illusione dell’opera, ma la sua incarnazione. Le sue mani hanno imparato la grammatica del telaio, il respiro dei fili, la pazienza del cotone e della lana, la ruvida sincerità dello spago, la carezza della seta. Hanno abitato le pieghe delle lenzuola e delle federe, hanno accarezzato la pietra, impastato la farina, modellato la creta. Materie semplici, antiche, domestiche, che nelle sue mani tornano a vibrare come se custodissero ancora il battito originario del mondo. Maria Lai affonda le mani nelle proprie radici come si affondano le mani nella terra. Vi cerca la memoria della bambina che è stata, le storie della sua gente, i gesti tramandati di generazione in generazione. E da quella profondità riemerge con un linguaggio nuovo. Le tradizioni non vengono conservate come reliquie: rifioriscono. Si trasformano. Diventano contemporanee senza smarrire la loro anima.



La mostra riunisce opere realizzate tra il 1978 e il 2011, attraversando alcuni dei linguaggi più significativi della ricerca di Maria Lai: dal telaio al libro cucito, dalla ceramica al lenzuolo ricamato. Un percorso che racconta l’evoluzione del suo pensiero senza mai interrompere il filo che lega tutta la sua opera: quello della memoria, della relazione e del racconto.
Tra i lavori esposti, Tenendo per mano l’ombra (1987) è una delle opere più intense. Si presenta come una fiaba cucita: pagine unite da fili, collage di tessuti tinti e ricamati, frammenti di stoffa e altri materiali danno forma a una narrazione che parla dell’ombra, di ciò che intimorisce e sfugge. Ma quell’ombra non è un nemico da combattere. È una presenza da accogliere, una parte imprescindibile di sé. Solo prendendola per mano è possibile riconoscersi interamente. Come spesso accade nell’universo di Maria Lai, la fiaba si trasforma così in una riflessione profonda sulla condizione umana.
È lo stesso invito che risuona in Tessere la notte (2009), l’opera da cui la mostra prende il titolo. Qui un telaio smontato accoglie una delle sue celebri pecore, realizzate insieme alle donne sarde con cui l’artista lavorava, in un gesto che faceva della creazione un’esperienza condivisa. La notte non è più soltanto il luogo del buio e dell’ignoto: è una materia da intrecciare, un tempo da abitare, un mistero da trasformare in trama. I toni profondi e scuri dell’opera sembrano custodire quel silenzio fertile in cui la paura lascia spazio all’immaginazione e alla possibilità.
Tra le opere più intime vi è Lenzuolo (1992). Se il libro custodisce una storia, il lenzuolo custodisce una vita. È il luogo della vicinanza, del riposo, dell’amore, della nascita e dell’assenza. Un tessuto che conserva tracce invisibili di chi lo ha abitato. Nella tradizione sarda, come in molta cultura mediterranea, il lenzuolo appartiene al corredo preparato con pazienza per il matrimonio, simbolo di cura, attesa e continuità familiare. Maria Lai raccoglie questa memoria domestica e la trasfigura in opera d’arte, trasformando un oggetto quotidiano in una superficie di racconto, dove ogni ricamo diventa una parola non detta e ogni filo una memoria che continua a vivere.


Tra i protagonisti dell’esposizione ritornano anche i suoi Libri cuciti, forse le opere che più di ogni altra raccontano la poetica di Maria Lai. Quattro esemplari sono in mostra: alcuni del 1993, come Vento sui vetri, altri più recenti, come Senza titolo del 2004. Nei suoi “libri illeggibili”, le parole sembrano essersi ritirate, sostituite da fili, cuciture, pieghe e segni. Eppure, continuano a parlare. Attraggono lo sguardo come un amuleto o una calamita, invitando ciascuno a scrivere dentro di sé il proprio racconto. Ogni libro diventa uno specchio silenzioso, capace di restituire non un significato univoco, ma l’eco dell’esperienza di chi lo osserva. Perché ogni filo è una frase incompiuta, ogni nodo una pausa, ogni cucitura un invito a ricomporre il proprio racconto. Tra le opere in mostra, ritroviamo anche A Gramsci 3 (2004-2008) dove la superficie si dissemina di segni grafici, frammenti di una scrittura che sfugge alla lettura, proprio come accade nei Libri cuciti. Il riferimento è ai Quaderni del carcere: un pensiero che procede per appunti, rimandi e connessioni, più che per certezze. Si ha l’impressione di trovarsi davanti a una pagina che non chiede di essere decifrata, ma abitata. Non è un ritratto di Gramsci, né una celebrazione, ma un dialogo con la sua idea di cultura come pratica viva, capace di intrecciare memoria ed esperienza. Per Maria Lai il pensiero non segue mai una linea retta: è un filo che unisce, una trama che si compone lentamente. Ed è forse proprio in questa arte del tessere che risiede il suo omaggio più autentico a Gramsci.
In Maria Lai ogni filo è una storia, ogni nodo una memoria, ogni cucitura un gesto di fiducia nel futuro. Tessere la notte ci ricorda che l’arte, prima ancora di essere un’opera da osservare, è un legame da abitare.
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Maria Lai allo Studio Trisorio: il filo che ricuce memoria e poesia