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Nuove trasgressioni e nuove catene interpretative

Apertura e partecipazione contro i guasti della Globalizzazione

May You Live in Interesting Times, a prima vista potrebbe sembrare, ancora una volta, il prodotto di una strategia oramai consolidata: l’ennesimo studioso e/o curatore di rilievo internazionale (rigorosamente non italiano) trova il modo di proporci una selezione di artisti con tutte le carte in regola per essere immessi nel trend culturale (e di mercato) cui egli afferisce, e lo fa sia evitando l’anacronistico obbligo di dare, in qualche modo, un indirizzo tematico ai vari padiglioni nazionali, sia schivando, senza frustrarle del tutto, le ancor più anacronistiche attese di chi dalla Biennale continua ad attendersi lumi sul futuro della ricerca artistica. Il tutto coronato da un titolo elegantemente elusivo che lascia intravedere un retroterra teorico che nessuno andrà mai a sondare più di tanto.

Debbo essere sincero: visitando la mostra non mi ci è voluto molto per ricredermi. Già alla fine della mia passeggiata alle Corderie, comprensiva di una attenta lettura sia delle didascalie che dei pannelli esplicativi, mi sono accorto che avevo progressivamente messo a fuoco, dentro di me, una qualche forma di inattesa sod- disfazione psicologica per la autonoma riquadratura su se stessi degli spazi dedicati ad ogni singolo autore, una riquadratura da intendersi non come qualità dell’allestimento, ma come coerente autosufficienza sia motivazionale che comunicativa del lavoro esposto. Fòrnice dopo fòrnice, capriata dopo capriata, i 79 espositori, in altre parole, avevano infilato l’uno dopo l’altro i grani di una immaginaria collana non solo priva di enfatiche forzature e di ripetizioni inerziali, ma anche aperta al confronto rispettoso sia delle somiglianze che delle incompatibilità. Il tutto scandito dall’apparire regolare di una sentinella discreta ed assorta, dolce ed inquisitiva ad un tempo, come poteva essere solo l’immagine fotografica ingrandita di Zanele Muholi a suo modo “incoronata” dai diversi bizzarri copricapi via via nobilitati dalla sua ineffabile dignità.

Un compiacimento il mio che ha sùbito trovato riscontro nella esposizione messa su presso il Padiglione Centrale, per il quale le metafore più pregnanti potrebbero essere quella del puzzle con diverse soluzioni tutte egualmente plausibili o quella del Luna Park in cui le attrazioni non sono più quelle degli stand oramai usurati e privi di sorprese che lungi dal divertirti non fanno altro che confermare i tuoi limiti performativi.

Capire cosa c’è dietro non è stato difficile in quanto il saggio in catalogo dello stesso Rugoff, sia pure attenendosi alla pratica di fornire chiarimenti nell’atto stesso di presentare gli artisti prescelti, le dovute indicazioni teoriche e di metodo le da. E sono indicazioni di tutto rispetto che si rifanno con chiarezza sia alla storia dell’estetica che a quella della critica d’arte incentrandosi su un filone di osservazioni e asserzioni che, attraverso passaggi a dir poco prestigiosi sono confluite, a tempo debito, nell’inqua- dramento semiologico non solo del problema del succedersi dei linguaggi artistici, ma anche di quello di una possibile definizione dell’arte stessa incentrata non più su una qualche forma di inef- fabilità, ma sulla partecipazione del fruitore alle trasgressioni via via proposte dagli autori più propensi all’innovazione.

In quest’ottica Rugoff riparte dagli anni ’60 del secolo scorso allorché diversi studiosi, tra cui primeggia il nostro Umberto Eco, si chiesero se, partendo dal presupposto che ogni opera d’arte sia comunque un testo, non fosse possibile individuare il meccanismo base che ci consente di riconoscere la qualità estetica di un messaggio. La risposta è oggi oramai acquisita e chiunque sia un minimo addentro nelle cose dell’arte, bene o male la conosce. Si tratta di una proposta di mutamento dei codici linguistici in uso che l’artista ti fa intravedere generando in te una eccitante oscillazione tra diverse catene interpretative possibili, una sola delle quali conduce a quelle aperture conoscitive e comportamentali che il mutare dei tempi sembra richiedere imperiosamente. Ma dove sta la novità proposta dal nostro curatore? E in che cosa si differenzia da tanta critica che, dai tempi dell’informale in poi, si è provata, spesso maldestramente, a maneggiare simili strumenti? Sta in un azzardo teorico sul quale si potrebbe discutere a lungo ma che nell’immediato sembra reimpostare in modo diretto ed originale molti problemi e molte tensioni proprie della cosiddetta era della globalizzazione. Un azzardo che, ripartendo dalla constatazione che fin qui si è sempre pensato ottusamente a due culture opposte che restano comunque riferite ad una medesima società, identificata con l’intera umanità, e a due catene interpretative che comunque ad essa e ai presunti valori universali di cui sarebbe portatrice, si rifanno, propone, invece, di prendere in esame anche tutte le altre forme di fibrillazione interpretativa che qualcun altro, ovunque egli si trovi e a qualunque tipo di compagine sociale appartenga, sta provando o può provare, al presente, ad istituire, ottenendo adesioni da parte di un qualche tipo di fruitore non necessariamente marginale, costruendo messaggi ed adesioni tutte ancora da valutare, ma non per questo da non far ricadere sotto il concetto di arte.

Le obiezioni naturalmente possono essere moltissime, ma se ci si riflette molte di esse non fanno che ricondurci al paradig- ma di una umanità stabilizzata e capace di autocorreggersi, in quanto detentrice dei mezzi che gli possono sempre consentire di risolvere i propri problemi in funzione della razionalità tecnico scientifica della propria cultura. Tutte cose che la Storia si sta incaricando puntualmente e puntigliosamente di smentire in ogni settore di attività, da quello economico a quello politico, da quello delle infrastrutture a quello della produzione di beni, da quello del costume a quello della ricerca scientifica e non da ultimo a quello della comunicazione in cui tutto può essere non solo travisato, falsificato o distorto, ma, quel che è peggio, simulato, ricostruito e rivenduto come realtà tangibile.

Ciò detto come d’abitudine dovrei parlare dell’autore che più mi è piaciuto, che altri non è che l’unica artista fin qui nominata. Ag- giungo per completare il discorso il nome dell’artista che più mi ha inquietato Jon Rafman, creatore di opere video in cui nessun mostro è più mostro dell’altro e nessuna crudeltà non può essere superata da un’altra subito pronta a succedergli, il tutto costruito con mezzi tecnologici di cui in fin dei conti chiunque potrebbe dotarsi.