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Quando il muro diventa habitat: Maria Thereza Alves e la polis del vivente

Ogni muro contiene una teoria del mondo. Stabilisce un dentro e un fuori, definisce un limite, organizza lo spazio attraverso una logica di appartenenza e di esclusione. La storia delle città è anche una storia di muri: architetture della protezione, del controllo e della separazione.

Con Pluriversal Recapturings (Riconquiste pluriversali), Maria Thereza Alves assume questo elemento archetipico dello spazio umano e ne modifica radicalmente il significato. Nel paesaggio di Canelli, all’interno dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato riconosciuti dall’UNESCO, l’artista brasiliana trasforma il muro da dispositivo di separazione in infrastruttura ecologica: una superficie porosa capace di generare condizioni di coabitazione.

Realizzata in occasione del decennale dell’iscrizione UNESCO attraverso la collaborazione tra il Comune di Canelli, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e l’Associazione per i Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, l’opera introduce una riflessione sul concetto stesso di patrimonio. Il paesaggio appare come un sistema dinamico di relazioni, attraversato da temporalità diverse, presenze e processi in trasformazione.

Da oltre trent’anni Maria Thereza Alves indaga le connessioni tra ecologia, storia coloniale e trasformazione dei territori. La circolazione di semi, piante, specie animali e persone diventa nella sua pratica un archivio dei processi politici e culturali che hanno modellato gli ecosistemi contemporanei. A Canelli questa ricerca si concentra sulla struttura stessa dell’abitare: il muro, associato storicamente al limite, diventa luogo di scambio.

La parola “pluriversale” contenuta nel titolo apre una prospettiva nella quale il mondo coincide con una molteplicità di presenze interdipendenti. Esseri umani, animali, vegetazione e materia partecipano alla costruzione dell’ambiente, mettendo in discussione la separazione moderna tra natura e cultura.

La dimensione politica dell’opera nasce dall’espansione del campo del vivente. Il territorio umano appare come una trama composta da presenze visibili e invisibili, nella quale ogni modalità di abitazione modifica gli equilibri circostanti.

La struttura realizzata a La Moncalvina, composta da mattoni, pietra da cantoni e inserti di differenti materiali, conserva la memoria formale dell’architettura muraria trasformandone la funzione. Il muro diventa una soglia abitabile, una superficie capace di ospitare organismi normalmente esclusi dalla progettazione dello spazio urbano.

«Gli insetti entrano a far parte del nostro abitato», afferma Alves. «I ragni hanno trovato una casa.»

In questa frase si concentra la radicalità del progetto: l’abitare si estende oltre la dimensione umana e lo spazio costruito diventa ambiente condiviso.

Come osserva Francesco Manacorda, la porosità delle pietre trasforma la materia muraria in un possibile rifugio per piccoli organismi. Anche il progressivo distacco dell’intonaco assume una funzione inattesa: il deterioramento della superficie genera nuove cavità abitabili. Il tempo biologico entra così nella struttura dell’architettura e ne modifica il divenire.

La porosità diventa il principio attraverso cui il muro supera il proprio significato storico di confine. La disposizione dei mattoni, come osserva Manacorda, traduce inoltre in forma architettonica il movimento del volo di una farfalla: un gesto effimero della natura diventa una traccia costruita. La presenza delle farfalle assume il valore di indicatore della biodiversità del luogo, rivelando la capacità dell’opera di favorire nuovi equilibri ecologici.

Il giardino sviluppato con ecoLogicStudio segue la stessa logica. Pensato come un’opera vivente affidata ai processi naturali, assume il cambiamento come principio generativo. I vettori gialli evocano il movimento circolare della trasformazione e registrano nel tempo le dinamiche dello spazio, lasciando aperta la configurazione del giardino alle condizioni climatiche e alle possibilità impreviste della vita.

Come sottolinea Manacorda, la ricerca di Alves ha esteso progressivamente la dimensione sociale e politica dell’arte fino a comprendere il sistema ecologico nel suo insieme. La sua pratica amplia il concetto di comunità alle presenze non umane, aprendo una riflessione sulle condizioni di una possibile democrazia ecologica.

In questa prospettiva Pluriversal Recapturings amplia il significato del patrimonio UNESCO. La permanenza di un paesaggio risiede nella capacità di mantenere attive le relazioni che lo costituiscono.

L’opera di Maria Thereza Alves agisce come un dispositivo di ripensamento territoriale. Il suo valore risiede nella possibilità di modificare lo sguardo: il paesaggio appare come una comunità di viventi, uno spazio condiviso nel quale ogni presenza contribuisce alla definizione del comune.

A Canelli il muro supera la funzione del limite e diventa una soglia ecologica. La sua superficie porosa mette in relazione differenti forme di vita.

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