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Quando l’arte si legge 

Michael Petry, artista e saggista, è texano ma vive a Londra dall’inizio degli anni Ottanta. È l’autore di The Word is Art(Thames and Hudson, 2018), un volume che in quasi trecento pagine mette insieme quanto si è prodotto in questi ultimi anni nello strano territorio in cui il testo scritto diventa arte visuale. Petry conosce bene questo territorio, perché integra parola e immagine da almeno tre decenni. Ha già al suo attivo diverse pubblicazioni con T&H, interviene nel dibattito artistico sull’Huffington Post USA, è lecturer presso il Royal College of Art e alla Royal Academy Schools; come artista multimediale è presente nelle collezioni di musei americani, del Regno Unito, Germania e altri paesi europei, dove ha esposto in diverse mostre in anni di attività ininterrotta. 

Affrontare il tema della parola dentro l’arte non era impresa facile, ma Petry, con pragmatismo tutto americano, è riuscito a confezionare uno strumento utile ed esaustivo, in cui all’interno di uno schema chiaro (direi quasi didattico), e con argomentazioni efficaci, il lettore viene informato su tutto quanto c’è da sapere sull’argomento. 

Il libro apre con un excursus storico sul posto che la parola scritta ha occupato nelle arti e sui protagonisti che l’hanno chiamata in causa. Le avanguardie storiche sono convocate con una carrellata di esempi calzanti, ben collocata è la figura di Duchamp e ben argomentata la parte sull’arte concettuale. Twombly, Rauschenberg e Johns sono raccontati con efficacia ed affetto: con pochi passaggi Petry ci porta nel loro mondo, tanta è la sua conoscenza di questi giganti del Novecento.

Una presentazione didattica apre ogni singola sezione tematica e ognuna di queste prende in esame una serie di esempi di opere prodotte nel mondo, per la maggior parte all’inizio degli anni dieci del Duemila, vero oggetto d’indagine del libro. Ogni opera è accuratamente identificata come in una scheda di catalogo, e all’interno di questo impianto, schematico, tipico di un libro di consultazione, la narrazione è così fluida ed efficace che la curiosità si alimenta col leggere: si scoprono luoghi, artisti, pensieri e soluzioni tutte nuove, e quello che sembrava essere un oggetto a metà tra un catalogo e un manuale diventa un libro che racconta una storia. Utile l’indice dei nomi e delle cose notevoli in fondo, parte che spesso autori ed editori si compiacciono di omettere. 

Leggendo si arriva presto a una conclusione: profonde e inestricabili sono le risonanze tra idea, parola e immagine. Ma come avviene questo incontro? Quando un concetto o un’idea si traducono in parola scritta e poi entrano nell’area delle arti visive, quella traduzione è nesso tra due cose differenti, è promessa di spiegare l’inspiegabile. Dunque la parola non sostituisce l’immagine perché più efficace – anzi niente è più efficace dell’immagine – però carica l’idea di potenza ultimativa, se si identifica con essa. Certo l’immagine non dà scampo al pensiero, ma la parola ritorna sempre, si impone, e gli artisti lo sanno: la tirannia della parola accomuna chi produce e chi guarda e sta alla base dell’incontro tra spettatore e artista all’interno dei musei.

The Word is Art, Michael Petry
Thames and Hudson, 2018

Sul prossimo numero della rivista Segno, in uscita ad aprile, un’intervista a Michael Petry e Roberto Ekholm – artista e cocuratore del progetto – di Cristina Rosati con alcune immagini delle opere proposte nel libro The Word is Art.