Riscrivere l’antico tra visioni e silicio

Le pietre antiche non restano mai mute se interrogate dal soffio della contemporaneità. Si schiudono come scrigni di memoria, offrendo schegge di un tempo che non vuole farsi cenere, ma farsi luce attraverso nuovi sguardi. È un viaggio dove l’archeologia dell’anima incontra la tecnologia e la materia, trasformando il reperto in una possibilità infinita di narrazione. In questo dialogo silenzioso ma profondo, il passato smette di essere un’eredità immobile per farsi sostanza duttile, un archivio vivo che attende solo di essere riscritto da mani capaci di vedere oltre il velo dei secoli.

Nello scenario storico di Palazzo Calabritto a Napoli, lo Jus Museum accoglie la mostra «Dal frammento alla visione. Il passato come possibilità», che vede protagonisti Annalaura di Luggo, Giorgio Tentolini e Nicolò Tomaini. Il titolo racchiude l’essenza di un’operazione intellettuale che rifiuta la nostalgia per abbracciare la rigenerazione. Il frammento non è qui inteso come un residuo malinconico o una testimonianza monca di ciò che è stato, ma come la cellula staminale di un nuovo corpo estetico. La visione, di contro, rappresenta l’atto di completamento intellettuale e artistico: è la capacità di proiettare sul resto antico una nuova interezza che non nega la ferita del tempo, ma la trasforma in un’apertura verso il futuro. Il passato non è un peso, bensì una possibilità ancora inespressa, un territorio aperto a infinite esplorazioni semantiche.

Curato da Alberto Mattia Martini e inserito nel programma «Visioni contemporanee» del Comune di Napoli, il progetto è stato ideato e organizzato da 3xTe, in collaborazione con Galleria Melesi di Lecco e Colossi Arte Contemporanea di Brescia. La mostra si configura come un laboratorio di riflessione sul destino dell’immagine. Il frammento torna a essere visione totale, dimostrando che l’antico è una porta sempre aperta, una fonte inesauribile di senso che attende solo di essere riattivata.

Annalaura di Luggo opera una vera e propria epifania dello sguardo. In lavori come Intro-spectio (Gemini) o Riflesso d’ali, la fissità della scultura antica viene infranta dall’inserimento di occhi umani, fotografati con precisione macroscopica. La superficie in dibond viene perforata e stratificata con il plexiglas, creando un gioco di trasparenze dove l’iride umana sembra pulsare all’interno del mito. Questa fusione tra la pelle metallica e la vitalità dell’occhio trasforma il busto marmoreo in un’entità senziente, annullando la distanza temporale tra il modello ideale e la realtà biologica.

Giorgio Tentolini persegue una ricerca basata sulla rarefazione e la pazienza costruttiva. Le sue opere, come «Aglaia» o l’«Antinoo capitolino», sono costituite da meticolose sovrapposizioni di rete metallica. L’immagine emerge non per via di colore, ma per accumulo di strati e variazioni di luce. Sono presenze diafane che sembrano sul punto di materializzarsi nello spazio, evocando la stabilità del marmo attraverso la leggerezza industriale delle trame. La memoria, qui, è una struttura sottile ma d’acciaio, capace di resistere al logorio del tempo.

Nicolò Tomaini affronta il passato attraverso il filtro della trasformazione tecnologica e della critica sociale. Intervenendo su figure settecentesche, Tomaini seziona la pittura antica per innestarvi smalti e inchiostri che richiamano l’estetica dell’errore digitale. In «Silicio: ritratto di donna», la nobiltà del ritratto a olio viene messa in crisi da inserti che evocano circuiti informatici, quasi a voler denunciare l’archiviazione forzata della bellezza nei database del presente. L’opera diventa un campo di battaglia visivo dove la tradizione pittorica viene processata e riscritta nel linguaggio del silicio.

Per l’occasione Annalaura di Luggo ha realizzato il video multiscreen «Visioni dalla storia» proiettato nel Pluribus, il cubo immersivo installato nello Jus Museum. Tutto diventa fluido, le immagini scorrono come una corrente sotterranea che lega i dettagli dei volti alle texture delle opere, evidenziando come ogni frammento visivo sia parte di un unico organismo mnemonico. La narrazione filmica sottolinea la gestualità e la fisicità dei materiali, rendendo tangibile il passaggio dalla materia inerte alla visione artistica.

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