Dire che non abbiamo più bisogno di politiche di genere è una menzogna. Dire che il genere femminile ha raggiunto la parità è una menzogna. Dire che siamo uscite dal patriarcato è una menzogna. E questo Silvia Giambrone lo sa bene, artista romana tra le voci più note dell’agency femminista italiana che ha inaugurato la sua prima personale alla Saltoun Gallery di Roma con la curatela di Paola Ugolini, da sempre impegnata nella rivendicazione del cosiddetto “soggetto imprevisto” nell’arte contemporanea. I Lie, io mento, nel momento in cui da donna affermo di stare bene in una società come la nostra, dove si stima che 6,4 milioni di donne italiane abbiano o stiano subendo violenza nel corso della vita (Dati Istat 25 novembre 2025). Io mento, afferma Giambrone nell’insegna al neon in mostra, nel momento in cui faccio finta di non accorgermi delle dinamiche di potere che muovono il reale, che si esprimono nei dibattiti politici, che si annidano nelle famiglie, che si nascondono nel quotidiano di una società intrisa di violenza e subordinazione in base al genere. La menzogna di Giambrone vive nelle case finto borghesi dove i mobili sono testimoni silenziosi e ogni oggetto intorno, dagli specchi alle foto di famiglia appese alle pareti, riverbera gli echi della sopraffazione e del dolore. Con le sue installazioni la galleria si trasforma nelle stanze di una casa muta dove la violenza è trattenuta fin dentro alle pareti, dove ogni cosa sembra, nella terribile ripetizione del sopruso, immobile ed eterna. Ogni donna mente a sé stessa quando finge di non vedere gli sguardi predatori che non si fermano all’orlo della gonna, quando finge di non sentire il catcalling la sera mentre sta tornando a casa, quando si convince di essere al sicuro in un mondo ideato e costruito a dimensione maschile, dove la violenza è così radicata che si ripete, ce lo spiega bene Giambrone, di madre in figlia, di famiglia in famiglia, tramandandosi come il corredo lungo l’albero genealogico. Ritroviamo dell’artista alcune tra le sue opere più note, come le sculture incentrate sulla violenza domestica e realizzate con rovi e spine (Senza titolo con spine, 2017), nonché la carta da parati con i motivi ‘a lametta’, concepita nel 2008 fin dalla sua prima personale (Speaking your language I learnt how to hate you alla Galleria NextDoor di Roma). Da allora Giambrone ha sviluppato una ricerca sulle dinamiche di potere, sull’assoggettamento e sulle forme più invisibili della violenza contemporanea, attraverso performance, scultura, installazione e video e mettendo in relazione linguaggio, dinamiche di controllo e dimensione corporea.



Nello spazio della Richard Saltoun Gallery prende forma un ambiente che richiama la quotidianità domestica, popolato da utensili e oggetti familiari ma reinterpretati come presenze cariche di inquietudine e tensione, come i famosi specchi di Giambrone (Mirrors, 2026), esposti alla reggia di Versailles per la Maison Dior nel 2021, e le cornici (Frame n. 33, 2024) che, invece di rimandare le immagini più care, esibiscono il dolore e la sopraffazione che spesso si nasconde lì dove perdiamo ogni possibile forma di difesa, nella nostra casa. Il mobilio di Giambrone rende visibile l’inquietudine della violenza protratta, che si deposita sulle cose di ogni giorno rendendole pericolose ed acuminate, tanto da lasciarne affiorare la secondaria funzione di colpire, offendere e fare male (Vertigo, 2015). Persino le stelle non sono più astri celesti ma armi contundenti che richiamano le torture medievali (Cielo Stellato 1, 2026) e le suppellettili più delicate, come un vaso di fiori o un vassoio di pregio, si trasformano anch’esse in vittime richiuse in gabbie di ferro (Cage #2, 2025, per cortesia della galleria Stefania Miscetti per la mostra Sub Rosa a Palazzo Doria Pamphilj; Cage #3, 2026) e dalla tappezzeria emergono sotto forma di crepe il senso di distruzione e fallimento (Faglia n. 3, 2023). Ma è di fronte al certificato di autenticità di un orgasmo che la menzogna si palesa in tutta la sua chiarezza e l’artista ci rivela il paradosso dell’assenza e della perdita di fiducia (Authenticity certificate, 2026), lì dove anche la legge tradisce senza farsi scoprire (Dura lex sed lex, Le Tavole della Legge del Tradimento, 2026). Corpo e parola perdono attinenza, l’amore diventa sospetto e verifica e la casa confine e addomesticamento.
Se ciò che è noto si manifesta improvvisamente come estraneo e minaccioso, l’ammissione della menzogna insita nel titolo è al tempo stesso monito e richiesta di aiuto: Giambrone ci dimostra che la presa di coscienza è il primo passo per sottrarci all’abitudine della violenza insita nella società contemporanea e a riconoscere quelle forme di controllo che sono quanto più pervasive quanto meno visibili.





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