La mostra Sometimes I get goosebumps di Anouk Chambaz (Renens, 1993) presenta tre opere video (Vegetation Walk, 2016; Marica, 2022; Di notte, 2025), riunite in una raccolta corale che attraversa diversi momenti della ricerca creativa dell’artista.
Il percorso si articola attorno al tema della prossimità e indaga lo spazio di contatto tra natura e artificio. Le opere gravitano intorno a un nucleo narrativo comune che si espande e si frammenta, moltiplicando le possibilità di lettura della dimensione relazionale di cui l’essere umano è inevitabile soggetto, attraversata da un diffuso senso di disorientamento.
La prossimità del corpo rispetto agli spazi, all’altro, all’estraneo e allo sguardo esterno emerge come asse centrale del racconto. Tuttavia, Chambaz non insiste sulla problematizzazione, quanto piuttosto su una forma di sottrazione: le opere restituiscono configurazioni coerenti e sensibili, attraversate da una grazia sottile che lascia affiorare una latente drammaticità.
Il dramma è percepito ma mai esplicitato; nasce dalle crepe di uno “spazio di attrito” prodotte dal rapporto tumultuoso con l’ambiente in cui la persona è immersa: una soglia intesa come spazio di contatto tra categorie diverse, un luogo di frizione capace di suscitare sensazioni non immediatamente riconoscibili ma potenti, sovrastanti. La raccolta presenta un’esplorazione delle diverse modalità in cui questa frizione si dà nel vissuto, articolandosi su più piani esperienziali.

Vegetation Walk (2016) racconta l’immersione dell’uomo in un ambiente naturale da cui rimane estraneo: due figure interagiscono in un paesaggio naturale isolate da tute protettive che impediscono il contatto epidermico. La scena è osservata dall’alto da un drone, a cui è attribuita una sorta di umanità frustrata: dispositivo impossibilitato a partecipare, può solo registrare. L’eventuale accesso all’esperienza implicherebbe un atto distruttivo, lo schianto, rivelando l’impossibilità di una reale compenetrazione. L’opera si costruisce così come un dispositivo di alterità stratificata.


Marica (2022) condensa invece un racconto biografico attraverso l’uso di una lente macro grandangolare che intensifica il grado di prossimità. Qui il soggetto è protagonista di una simbiosi tra uomo e natura e viene raccontato attraverso un vasto grado di avvicinamento. L’occhio non è più distante ma incredibilmente vicino, quasi invasivo, incombente: un occhio metaforico che ricerca la fissità di un momento brevissimo e guarda a una storia più ampia.
La protagonista, ex apicoltrice, racconta la distruzione delle proprie arnie da parte di farfalle parassite, successivamente allevate in un gesto che trasforma il dramma in affezione. Qui la prossimità si declina come estrema coesistenza tra elementi opposti, mentre il dispositivo visivo tenta di trattenere un istante per sua natura sfuggente.

In Di notte (2025), Chambaz costruisce una videonarrazione intima, sospesa tra un primissimo piano malinconico e un paesaggio crepuscolare. La scena si svolge all’interno dell’abitacolo di un’automobile guidata da nessuno, di cui lo spettatore occupa la posizione del passeggero mentre una ninna nanna suona in sottofondo.
Di notte è l’opera più recente e intimista di Chambaz, prodotto finale di una ricerca documentaria svolta tra persone che hanno vissuto la guerra dei Balcani, sui loro ricordi d’infanzia e in particolare sul ricordo delle melodie della ninna nanna, per indagare il senso di abbandono che si prova tra sonno e veglia.
L’artista fa emergere la sofferenza di un ricordo collettivo, il trauma del reale che si riversa nel sogno. Lo spazio di attrito è, in quest’opera, il passaggio tra il reale e l’onirico, uno spazio difficile da abbandonare perché richiede una resa complessa.
Cadere nel sonno è lasciare la categoria del pensiero.
Un senso di morbido straniamento pervade l’opera: non si sa chi guidi l’automobile, non si conosce il luogo dal quale si viene né quello verso il quale si sta andando, il volto ci guarda ma non si riconosce, tutto è ovattato dalla melodia di una ninna nanna.
Sometimes I get goosebumps è una raccolta che invita alla prossimità e all’abbandono delle resistenze per creare una simpatia, un “sentire insieme” evocato dalla risonanza delle diversità che si incontrano, per sentire i punti di contatto e avvertire sulla pelle il brivido sottile del lasciar andare.
Sometimes I get goosebumps è presentata all’interno della Fondazione Recontemporary e, a cura di Ghëddo, nel secondo appuntamento della quarta edizione del programma TO.BE dal titolo INTRACORE, un programma dedicato alla crescita professionale di artiste e artisti emergenti e pensato per la condivisione di una rete emancipata dagli spazi istituzionali.
La mostra è realizzata con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Venesio e con il patrocinio di Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e Città di Torino.
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“Sometime I get goosebumps”: lo spazio della prossimità, l’attrito della vicinanza.