Divenuto un acclamato autore mainstream soprattutto con The Nickel Boys, Premio Pulitzer tradotto in un film candidato nel 2025 a Oscar e Golden Globe, lo scrittore americano Colson Whitehead aveva esordito nel 2000-2001 con due romanzi di nicchia, The Intuitionist e John Henry Days. Nel successivo The Underground Railroad del 2017, che per me resta il suo capolavoro, Whitehead riprendeva un fatto storico, ovvero l’esistenza di una fitta rete segreta che nel XIX Secolo aiutava gli schiavi fuggiaschi a raggiungere dagli Stati del Sud quelli abolizionisti del Nord, ma con una geniale intuizione creativa lo trasformava in una linea ferroviaria in carne e ossa, per così dire, che avrebbe attraversato il sottosuolo nordamericano come un’abnorme metropolitana ante litteram, punteggiata di stazioni clandestine da raggiungere attraverso scale e cunicoli.
Non potevo non ripensarci mentre scendevo nell’ipogeo romano che si apre nel sottosuolo dello storico locale pasoliniano Necci, nel quartiere romano del Pigneto. Aperto verosimilmente nel I secolo a.C. come cava di pozzolana e abbandonato per quasi duemila anni, lo spazio era stato riscoperto nel XIX secolo e trasformato in cantina, per poi divenire negli anni Quaranta ricovero antiaerei durante le incursioni alleate su Roma.
Già di per sé buio e umido e tuttavia non eccessivamente angusto, il sotterraneo dà luogo a metà circa del suo percorso, attraverso una finestra interna, a un vero e proprio pozzo verticale, profondo più di tre metri e con un diametro di poco più di uno. Qui siamo davvero nel regno della claustrofobia e delle allucinazioni auditive, e l’impressione che in lontananza sferragli un vagone clandestino a tratti sembra palpabile.
È lì che lampeggia a intervalli regolari una luce bianca: è un codice Morse, un linguaggio dimenticato, che a sua volta sembra risorgere da un passato sepolto e che nello spazio di sette minuti compone, punto e linea dopo punto e linea, l’aforisma centoquarantasei da Al di là del bene e del male di Nietzsche:
Chi lotta con i mostri dovrebbe stare attento a non diventare a sua volta un mostro. E se guardi a lungo in un abisso, anche l’abisso guarderà in te.
La scrittura muta, tracciata dal fascio di fotoni, è un’installazione di Iginio De Luca dall’inevitabile titolo nietzschiano Chi lotta dentro di te, con la curatela intelligente di Donatella Giordano e Agathe Jaubourg,(Lo confesso: mi sono sporto a guardare l’abisso. A ogni colpo di luce le pareti del pozzo hanno mostrato la propria superficie di tufo rossastro costellato di concrezioni verdi, a tratti luccicanti – zeoliti o ignimbriti o altri minerali di origine vulcanica. Prima rivelazione: è il linguaggio – in questo caso fatto di luce – a mettere a nudo la superficie delle cose. Seconda: se è solo con gli occhi che si precipita nell’abisso forse non saranno i mostri evocati da Nietzsche ad attenderci nel fondo, ma il nostro riflesso, autentico o ingannevole, come ingannevole può essere il brillare dei cristalli sul tufo. Affrontare la sensazione di allarme evocata dal buio e dallo spazio claustrofobico ci obbliga a cercare l’altro da noi che portiamo come un peso nel petto, sbocciando in un atto liberatorio).
L’opera muta di De Luca non galleggia nel silenzio assoluto ma è avvolta da un’interferenza sonora realizzata nel 2022 da Liliana Moro e che reca il tiolo di Rumore bianco. Ancora un rimando alla letteratura contemporanea, questa volta all’omonimo romanzo di Don DeLillo del 1985. Il libro era il potente racconto delle nostre paure individuali e collettive, dell’esposizione dell’uomo contemporaneo all’idea di un potenziale dolore e della morte, al punto da finire per avvertirsi intrappolati nell’ossessione quotidiana di un complotto che ci accompagna in permanenza.
Donatella Giordano e Agathe Jaubourg combinano il sonoro di Liliana Moro e la frase luminosa di Iginio De Luca in un luogo abitato ottant’anni fa dal timore di un nemico invisibile che può raggiungerti dal cielo e cancellarti senza divenire nemmeno presenza riconoscibile, e costruiscono così la seconda tappa di un ciclo di mostre – Sottoforma – non a caso dominato dalla poetica dell’invisibile.



Un precedente duplice intervento aveva visto protagonisti Eva Marisaldi, Enrico Serotti e Luca Vitone, i primi con una traccia sonora che trasformava lo scantinato romano in cassa di risonanza, l’ultimo con una scultura olfattiva, Il gladiolo fulminato. Omaggio a Filippo De Pisis, che replicava il profumo del fiore nell’atto del suo disfacimento. La fine, suggeriva l’opera di Vitone, non avrà forma né immagine, sarà il ricordo di un odore. L’olfatto, il senso primordiale, il più animale e il meno umano dei cinque, sarà forse l’ultimo ad abbandonarci all’estremità dell’esistenza.
L’ultima tappa, che si aprirà il 12 maggio e durerà solo tre giorni, vedrà protagonisti José Angelino ed Elena Bellantoni con due interventi sonori, Mosquitos e Lucciole, quest’ultimo dall’evidente richiamo pasoliniano e dunque legato al luogo scelto dalle curatrici.
We are such stuff as dreams are made on, dice Prospero nella Tempesta di Shakespeare, e proprio questa leggerezza di sogno, fatta di sottrazione di materia, edifica nell’ipogeo Necci una costruzione invisibile il cui significato ultimo è un allarme a noi rivolto, sonoro o luminoso, affinché non cediamo alla tentazione di identificarci nel mostro nietzschiano e invece, nello sporgerci sull’abisso, recuperiamo le urgenze del sentirci umani.
Didascalie delle immagini:
- Sottoforma, a cura di Donatella Giordano e Agathe Jaubourg, foto di Giovanni De Angelis.
- Sottoforma, a cura di Donatella Giordano e Agathe Jaubourg, foto di Giovanni De Angelis.
- Sottoforma, a cura di Donatella Giordano e Agathe Jaubourg, foto di Giovanni De Angelis.
- Iginio De Luca, Chi lotta dentro di te, Installazione luminosa, foto di Giovanni De Angelis.
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