Umani Troppo Umani (oggi) – Museo di Roma

Se per un attimo lasciassimo in disparte ogni dibattito inerente i modelli evoluzionistici, produttivi, e tecnologici, imperanti in questo 21.mo secolo, tornerebbe necessaria una riflessione sulla soggettività e condizione umana. “Quale valore attribuiamo oggi alla vita umana nel contesto storico e sociale contemporaneo?” È questa la domanda su cui si sono interrogati gli studenti del Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia di Belle Arti di Roma per la mostra Umani Troppo Umani (Oggi), coordinati dalla Prof.ssa Anna Maiorano, curatrice, con l’obiettivo di porre nuovamente al centro una riflessione sull’essere umano quale luogo di fragilità e contraddizione. Non è però una visione nichilista quella degli artisti in mostra. Trattasi piuttosto, sottolinea Livia Romano, autrice dei testi in catalogo, di un ritorno al sacro, ovvero della necessità di riflettere di quella dimensione sovraumana che guida il vivere individuale in relazione al sociale. In altri termini, tornare al sacro significa assumere un posizionamento nei confronti del sé e dell’altro interrogandosi sull’identità, sul corpo, e sulla dignità umana per creare nuovi valori, e gli artisti di Umani Troppo Umani (Oggi), intendono presentare uno spaccato tanto realistico quanto radicale su questi processi e condizioni nel dibattito contemporaneo. 

Un posizionamento esistenzialista contraddistingue una prima sezione della mostra, riflettendo dell’essere nei suoi fondamenti più profondi per mezzo di tecniche e linguaggi ibridi. In particolare, una riflessione sulla soggettività femminile, è motivo costante di approfondimento per gli artisti presenti in mostra, soggettività che viene affrontata tra modelli arcaici e nuove percezioni anche in relazione ad un’etica della vita e dell’alterità. Rifiutando le cifre della rappresentazione, tra impronte e tracce, le sculture in fil di ferro di Federica Bonomi in Corpi effimeri,2026, figurano il paradosso della condizione umana indirizzando una riflessione su quei soggetti altri della contemporaneità come la donna, il bambino, e il migrante tra fragilità e forza. Come silhouette plasticamente solo abbozzate, le sculture di Bonomi risultano tanto scarnificate quanto evanescenti, proiettando intorno un virtuosismo di luci e ombre in relazione allo spazio tra presenza e assenza. La questione della soggettività femminile è trattata in maniera intima da Gabriella Pitarresi inVoto Muto, 2026,installazione tessile che risulta dalla rielaborazione dell’abito da sposa dell’artista stessa in cui si fondono tecniche sartoriali tradizionali ed interventi dell’artista che presto assumono una funzione tanto metaforica quanto decorativa quando il personale si rende politico. 

Mito e sacralità si impongono quindi come dimensione necessaria e valoriale nel contemporaneo. Lo si percepisce bene nella serie di fotografie in bianche e nero di 

Giulia Battista, Tracce dell’essere, 2026, in cui si susseguono una serie di ritratti femminili appartenenti a diverse etnie su cui volti l’artista imprime un segno grafico con inchiostro rosso, un riferimento alla spiritualità del bindu della cultura indiana e al contempo segno di riconoscimento tra identità ed eterogeneità. Il sacro è al centro al centro delle riflessioni della video-performance di Sabino De Nichilo, Amaltea, 2025, in cui l’artista reinterpreta il mito greco di Amaltea, la capra o ninfa nutrice di Zeus, legata simbolicamente al nutrimento e alla nascita terrena e cosmologica, inscenando un evento dadaista e legato al teatro dell’assurdo, interrogandosi sulla linea sottile che separa la vita dalla morte. 

Nella seconda sala, la riflessione degli artisti si afferma quale strumento di riflessione critica, incontrando diverse scuole di pensiero e proiettandosi in termini etico-culturali e sociopolitici. Riferimenti ad una nuova figurazione si percepiscono nella ricerca pittorica di Valerio Pilotti che inFigura femminile sul fronte di una lapide, 2026, in cui si staglia una figura umana dai tratti androgini in posa ieratica sullo sfondo di un paesaggio metafisico. Se significativi sono i riferimenti allo studio dell’anatomia e alla tradizione pittorica classica, l’opera consente una riflessione sull’idea di presenza in maniera atemporale. 

L’opera penna e inchiostro su carta di Yanran Liu, Subconscio, 2026, figura un paesaggio interiore che è metafora del sentire umano. È visione onirica, nelle parole dell’artista, in cui la condizione umana si cela di fronte all’immensità del mare e delle montagne, un paesaggio attraversato solo dal movimento delle onde che riflettono della luce fioca di una luna pallida sullo sfondo, connotandosi di un forte simbolismo che fonde citazioni classiche occidentali con una spiritualità cosmica orientale nell’immagine. Segnico è anche il contributo di Letizia Paoletti con l’operaCells, 2026, che parte da un disegno per renderlo stampa su tessuto in cui l’artista presenta uno studio di forme originarie e organiche, focalizzandosi sul disegno di una forma embrionale sferica in analogia con le rotondità del ventre materno, simbolo di nuove morfologie e metamorfosi. Questi approcci si radicano con il complesso scultoreo in terracotta, argilla, cemento, e gesso di Sara Marcelletti, Madre, 2025, un complesso di sfere polimateriche che ripetono simbolicamente le superfici del ventre e del seno materne, generando forme convesse e concave sospese tra memorie personali e risonanza metamorfica. 

Il metodo psicanalitico è al centro delle riflessioni dell’installazione di Lisa di Pietro, ŭtĕr,2026, disegno su carta, legno, specchio, che attiva un percorso di riconoscimento del sé, innescando un cortocircuito segnico, in cui l’immagine dello spettatore si riflettere tra passato e presente per messo delle parole “ERO”, “ERI”, e si incornicia dal disegno di fiori blu tra vanitas e memoria. Introspettivo è anche l’approccio di Andrea Rupolo, inParire, 2026, collografia, opera ispirata alla canzone Sparite tutti di Andrea Laszlo De Simone, in cui l’artista realizza una personale radiografia del soggetto umano visualizzando nuove morfologie organiche. In dialogo, il video Onde di memoria, 2026, di Alessia Pagano, presenta una stratigrafia di immagini in movimento in cui in cui immagini onde marine, lacrime, e gocce di pioggia si focalizzano intorno a sguardi accennati che si aprono al mondo per raccogliersi intimamente, in un fluire continuo tra uomo e paesaggio. Con la stessa intensità, Giulio Martelotti, con l’operaAutoritratto 23, 2025, coniuga linguaggio performativo e fotografico, riflettendo dei processi di trasfigurazione del corpo e del volto in termini plastici ed espressivi. 

Ma la soggettività umana, suggerisce la mostra, non ha valore se non si proietta esternamente, ed ecco che le opere degli artisti in mostra riflettono dei modi e delle tecnologie di costruzione del sé tra sapere ed agency. Emanuele Zaccari, con il dipinto Pagina 232, 2026, isola un frammento di un testo affiancandolo ad un’immagine figurativa intenta a cucinare, per trattare dei modi di interpretare il testo secondo un relativismo epistemico che è proprio del contemporaneo. Sacralità e sapere sono al centro dell’installazione di Giuseppe Antonio Lo Presti, in Afasia di un Battito, 2026, opere in cui l’artista interviene su tre volumi appartenenti alle tradizioni scritturali delle religioni abramitiche – il Vangelo, il Sacro Corano e la Torah – per mezzo di cancellature, custodendo la potenza del logos e del verbo e allo stesso tempo riflettendo dell’impossibilità di univa verità. Oltre ai saperi, la ricerca di Michelangelo Torretti riflette della funzione sociopolitica dell’arte con l’opera di Città sottili, 2026, stampe su carta applicate su cazzuole, oggetti scultorei che si impongono come strumenti per la costruzione/ricostruzione di un futuro utopico. Con riferimenti mai rappresentativi alla guerra in Gaza, le opere di Torretti, affiancano immagini e mappature globali prima e dopo il conflitto, per riflettere delle possibilitàdell’abitare in senso etico e civico. 

A coronare il percorso, ritorna una riflessione sul corpo femminile con la performance Il Cuscino della Sposa, 2026, opera che nasce dall’opera di Paola Ricci accompagnata da un testo di Elisabetta Sbiro, per parlare della condizione femminile tra convenzioni sociali passate e presenti e il desiderio e il sogno, culminando in un messaggio di libertà e pace con cui la mostra si congeda.

Tra essere e corporeità, soggettività e alterità, azione, pensiero, e linguaggio, la mostra Umani Troppo Umani (Oggi) riflette delle differenti sfacciature della condizione umana tra eredità culturale e contemporaneità. Forse, come sostiene Livia Romano, “In questa mostra non si distribuiscono facili risposte, ma si rilanciano domande radicali sull’essere umano e sul suo rapporto con il sacro e la sacralità della vita. L’essere umano, questo essere capace di stragi e di poesia.”

Umani troppo umani (oggi)
Mostra degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma
A cura di Anna Maiorano; testi critici di Livia Romano 
Museo di Roma a Palazzo Braschi 
Roma 17-30 giugno 2026

Leggi l’intero articolo su segnonline.it

Umani Troppo Umani (oggi) – Museo di Roma

About The Author