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Zaelia Bishop da AlbumArte a Roma: mappature titaniche sull’orlo di una frattura

Nuovo, propizio corso per la ricerca artistica di Zaelia Bishop. L’artista romano, da tempo assente dalla Capitale con una mostra, ha presentato dal 3 al 16 maggio negli spazi espositivi di AlbumArte di Cristina Dinello Cobianchi la personale “Uranio, cemento e grafite” a cura di Silvano Manganaro che raccoglie undici inediti, opere al limite tra sculture e assemblaggi materici, soluzioni chimeriche che superano la necessità del genere e della definizione per tentare una mappatura di territori di un transito stupito, sempre sull’orlo di una faglia, che assomiglia all’esplorazione di un altrove familiare e ciononostante ostile. Un lavoro che tende alla bellezza e alla compostezza delle forme pur nell’evidenza della fratture, degli strappi, degli scompaginamenti, del risultato catastrofico di movimenti tellurici che sembrano avere raggiunto una tregua, una quiete temporanea nella foggia di un’orografia vertiginosa, figlia di un punto di osservazione partecipante, secondo la quale un battito di ciglia può equivalere a un’eternità.

Il tempo con cui Zaelia Bishop da sempre misura il respiro del suo lavoro non è l’oggi esperito dai consueti strumenti di misurazione, ma è un tempo diverso, interiore e meditativo. È proprio quello temporale uno dei fattori principali che condizionano il lavoro dell’artista. Se nella produzione precedente (dalle elaborazioni digitali, agli assemblage polimaterici, alle installazioni con cui finora l’abbiamo conosciuto) albergava la nostalgia per un passato fossile, letterario, evocato nell’incontro bello e terribile di vecchi ritratti fotografici cercati sui banchi dei mercati delle pulci, piante secche, conchiglie, spine, infiorescenze di cartigli, strumenti scientifici smembrati, stampe ingiallite, teatrini senza redenzione, nelle opere più recenti possiamo dire che il tempo diventa cosmico, come se un diluvio avesse dilavato ogni orpello e un sole alieno avesse asciugato la narrazione; misura ere geologiche smisurate, assume una dimensione siderale, dilata l’esperienza o la procrastina a partire dalla constatazione che qualcosa si è rotto, si è spezzato irreparabilmente. Il sentimento di un tempo diverso si fa spazio proprio a partire dall’elaborazione di questa rottura, negli enunciati solidi di un discorso che si spopola di figure umane, non evocate neppure per sottrazione, e di ogni simulacro di presenza che abbia valore di allegoria o di testimonianza, affidandosi interamente alla volumetria di uno spazio che per sua natura consta di vuoti e di pieni. Il qui-e-ora dell’esperienza di fruizione che il visitatore della mostra si trova a fare principia da un confine tracciato, da un qui-e-oltre, che supera il passato per volgersi a un futuro da orientare stendendo cartografie di dubbio e pazienza.

L’abbandono dei materiali e della dimensione narrativa del decennio precedente consente a Zaelia Bishop di compiere un salto di qualità, tendendo alla rarefazione. Restano le emozioni sottese al lavoro, ma cambia lo stile narrativo. Quella che era una stratificazione di fregi e una frammentazione di simboli si è ora cementata, concretizzata, cristallizata e fatta cretto in una serie di solidi poligonali. L’immaginario poetico dell’artista si è rappreso, come se il passaggio attraverso un’ulteriore glaciazione del cuore l’avesse prima compresso e poi fratturato. E la frattura è l’elemento saliente. Il crollo e lo spacco riscrivono il confine dell’abitabilità e dell’umano e, in virtù del loro fare e farsi spazio, dettano un orizzonte di ricerca formale in continua riconfigurazione. La narrazione che resta si fa atomica, tutta interna ai materiali, e procede per enunciati fratti; ma a questi strappi non bisogna attribuire un valore didascalico. Fuori dalla tentazione di ogni metafora, Zaelia Bishop pone l’osservatore di fronte all’evidenza di quello che si trova a osservare: superfici pericolose, taglienti, ostili che a volte vedono esacerbato il loro limite nell’addizione, da parte dell’artista, di pigmenti e colori.

L’esercizio dell’immaginazione si può spingere a tentare un gioco di scale e proporzioni, quasi che le prove di assemblaggio – pervase dalla sensazione di un gigantismo contenuto – potessero essere dei plastici in scala, dei modellini, delle ricostruzioni o delle simulazioni di scenari possibili e impraticabili, che se fossero alti decine di metri sarebbero insormontabili o inamovibili o inarrestabili una volta crollati. Proprio l’idea del crollo detta la scelta dei materiali, che portano ben impresso il segno del loro limite e della loro caduta. Materiali di risulta, travertino e marmi di scarto presi dalle cave ci parlano dell’esistenza di un taglio buono, di lastre usate per costruire, per portare avanti dei progetti e rendere abitabili e accoglienti gli edifici, ma altro non sono che seconde scelte, rimanenze dimenticate, scarti inutili e non commercializzabili, come dimostra la compresenza tra le varie sfaccettature dei poligoni di superfici levigate e parti grezze. Altri materiali vengono presi invece da case diroccate che dovevano essere rase al suolo e invece per decenni sono rimaste lì, in attesa. Solo in un caso è l’artista stesso a rompere dei larghi fogli di ardesia sottoponendoli a un passaggio violento dal calore al freddo. È l’elogio del trauma, significante originale, che si dà come condizione di esistenza e di esperienza di questo lavoro scultoreo.

Il titolo della mostra nomina tre materiali concreti e in questa elencazione sembra alludere a una formula alchemica, esprimendo nell’accostamento forzato dei nomi le energie profonde che il progetto rende visibili. Zaelia Bishop lascia intuire che nella profondità delle formule chimiche possano essere rintracciati usi apotropaici dei segni, scaturiti da meccanismi di opposizioni e similitudini. Il titolo dunque potrebbe essere letto come una summa della materia che ci fonda e suggerisce il tracciato di un orizzonte universale, tra un cielo etimologico, un intento costruttivo che inevitabilmente si frantuma e un pungolo che si traduce in scrittura.

Scrittura, per una mappatura titanica. Il discorso sulla ricerca di un’identità – che è anche una domanda politica sullo spazio da abitare – assimila le fratture delle opere di Zaelia Bishop alle linee frastagliate che disegnano i confini di continenti, nazioni, regioni, mari o corsi d’acqua osservati con infantile sentimento di meraviglia, una vertigine del possibile mescolata all’eco di un dolore. In questo senso, il colore che lambisce le faglie è il segno grafico che evoca senza pudore le grammatiche di una cartografia sospesa tra memoria e astrazione. Per provare, forse, a riordinare tra le pagine ancora da scrivere le storie di una possibile cittadinanza, il desiderio di poter essere a casa che lo spacco mostra nella sua fragilità.

 

Zaelia Bishop | Uranio Cemento e Grafite  

cura di Silvano Manganaro

Mostra chiusa e visitata il 16 maggio 2018

AlbumArte

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Orario di apertura delle mostre: dal martedì al sabato 15:00-19:00 (o su appuntamento).
Orario di apertura estivo delle mostre: dal lunedì al venerdì 15:00-19:00 (o su appuntamento)