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A chi piace guardare la Biennale

È stato divertente seguire gli sviluppi dell’articolo intitolato “Oral, Anal, Biennal…” (consultabile qui), dedicato a quel barcone azzurrino approdato all’Arsensale di Venezia; il quale, da quanto ho capito, più che operazione artistica di un singolo Büchel qualsiasi, è stata il frutto di un’azione collettiva, cioè il frutto di una lunga serie di influenti firme di uomini, donne e istituzioni che, a vario titolo, hanno contribuito all’esposizione.

Molto divertente; lo ammetto. Non quanto il ricercato abbigliamento di Milovan Farronato, certo; diamo a Milovan quel che è di Milovan: opera nelle opere del padiglione Italia, che per poco le annebbia. Tuttavia, come spesso capita in questi casi, l’articolo, che ha raggiunto numeri di lettura paragonabili a un fortunato filmato di Pornhub, anche dei più schifosi, è riuscito a smascherare una diffusa miseria emotiva e intellettuale.

Cosa intendo dire? Alcuni, appellandomi ipocrita, volgare, con falsa coscienza e uomo dalla mentalità chiusa, hanno pensato che con l’associazione della barca alla pornografia volessi screditare ciò che Pornhub ogni giorno ci offre gratuitamente. Affatto! Io, da perfetto volgare e libero ipocrita, non volevo comportarmi come la vecchia di Bocca di Rosa che, mai stata moglie, senza figli, senza voglie, si prende la briga e il gusto di dare a tutte il consiglio giusto. Io volevo solo ingannare, sia perché questo è il compito dell’ipocrita sia perché stimo la pornografia, ritenendola un fenomeno antropologico molto interessante, infecondo ovviamente, ma dai tratti terapeutici, che può a volte alleviare i mali della malinconia, rendendo la vita più malinconica. Il mio inganno, incastrato più in una performance letteraria che in un articolo, è nascosto in questa citazione, al cui autore da anni sono grato:

«L’allegoria, che nel migliore dei casi è un genere d’arte sgradevole, è un’inversione del normale processo creativo. Tipicamente una relazione astratta, ad esempio tra verità e giustizia, viene prima concepita in termini razionali; poi viene tradotta in metafora e agghindata per farla apparire il prodotto di un processo primario. Le astrazioni sono personificate e vengono fatte partecipare a uno pseudo-mito, e così via. Gran parte dell’arte pubblicitaria è allegorica, nel senso, appunto, che il processo creativo è invertito». (G. Bateson, Ecologia della mente).

Rebus sic stantibus, prima di sollevare aristocratiche critiche intellettualoidi, e opinioni snob, sarebbe necessario scendere ai miei livelli selvaggi, villani, ipocriti e pornofili, e informarsi un po’, magari evitando di leggere nella vita soltanto stronzate di arte, e magari studiando anche qualcosa che vada oltre l’arte. Rebus sic stantibus, la barca è là; agghindata metaforicamente come una pornostar; e non me ne può importare più di tanto, proprio perché, reputandola moralmente inutile, come lo è la pornografia o la politica, non riesce a smuovermi la coscienza (non la odio; ripeto: è semplicemente uno pseudo-mito valido per pochi scopofili). Rebus sic stantibus, gli unici a cui la barca ha inciso qualcosa sono i critici burocrati, o come mi piace chiamarli i burocritici, e i leghisti, che, paradossalmente, hanno entrambi avvertito la forza dissimulatrice dell’installazione. In che modo?

I primi manifestando; e qui eviterei di continuare, poiché, adesso sì, mi esprimerei con una monelleria che le tue orecchie mai hanno udito. I secondi, invece, per chissà quali oscure ragioni, si sono sentiti in dovere di procedere, due minuti dopo la lettura dell’articolo in questione, compilando rassegne burocratiche in cui evidenziavano i sudati “passaggi” che hanno permesso all’installazione di raggiungere Venezia; poi di spiegare con tutte le parole del vocabolario che “Barca nostra” è un simbolo di questo e di quest’altro, ricordandomi così un interessante romanzo di Gombrowicz, che a mio avviso è sintesi romanzesca dell’installazione; e infine hanno proposto arringhe in favore di Büchel, il quale, puntuale ogni stagione con la sua retorica, io credo dovrebbe essere abituato a fare l’avvocato di sé stesso.

Insieme a Bateson, e parafrasando Deleuze che in “Bacon. Logica della sensazione” scrive: «È un errore credere che il pittore si trovi dinanzi a una superficie bianca», aggiungerei che «è un errore credere che il fruitore d’arte, visitando mostre in gallerie, nei musei, alla Coop o in farmacia, si trovi dinanzi a una superficie bianca». Ed è compito della critica, se è ancora tale, scrivere. Ma non per servigio.

Adrian Searle, in un articolo per il The Guardian, lo ha sottolineato: «At least nobody died in the making of Stańczak’s sculpture, unlike Christoph Büchel’s Barca Nostra, a shipwrecked fishing boat that sank in the Mediterranean in 2015, drowning hundreds of migrants who were being trafficked to Europe. The Italian navy raised the craft from its resting place between Libya and the Italian island of Lampedusa. It was then ferried to the Arsenale dockside, at enormous expense, where this supposed “monument and memorial to contemporary migration” now stands as both death trap and coffin. I have also heard it spoken of as a readymade, as if it had something to do with Marcel Duchamp, who would have seen the pornography, let alone the vulgarity, of the gesture. It has also been described as a Trojan horse, symbolising the human right to free mobility. I found Buchel’s appropriation of the boat in which so many migrants lost their lives a vile and mawkish spectacle in the context of the biennale». Ogni tanto, oltre ai quotidiani “patriottici”, leggiamola ‘sta stampa estera, che non conoscendo il reticolato dell’italietta da gossip ha una buona e fredda visione dall’esterno, utile ad aver coscienza della commedia dell’arte della Penisola più pazza (ed è un eufemismo) del mondo.

Il vero Büchel nell’acqua (la battuta è orrenda, lo so; ma ipocritamente e volgarmente non sono riuscito a trattenermi) l’ha fatta dunque la critica italiana. Un’altra volta. E non solo per il barcone, le cui relative recensioni avrebbero dovuto essere accolte da riviste più nobili e adatte a contenerle rispetto a quelle d’arte, tipo Novella2000 o Chi, bensì per tutto il resto.

Ho letto per esempio i commenti rivolti al padiglione Italia. Il reale “labirinto”, al quale il curatore si è riferito, è soltanto quello concettuale, considerabile una sorta di contraddittorio manicheismo relativista che, rileggendo (malino) Calvino, propone un’apparente soluzione, inconsistente, senza paradigma. Lo stesso paradigma vuoto che ha avvolto e sostenuto l’Occidente fino a oggi, portandolo a non essere consapevole di ciò che avrebbe dovuto coltivare. La mia domanda: è il momento di relativismi contraddittori, specialmente se ironicamente “i tempi sono interessanti”?

Ricordo a proposito di labirinti, improvvisamente, quel Ts’ui Pên di Borges, in “Finzioni”. A tutti diceva «Mi ritiro a scrivere un libro», oppure «Mi ritiro a costruire un labirinto». Chi lo ascoltava, pensava che l’uomo si dedicasse a due opere distinte, non che libro e labirinto fossero una cosa sola. Dopo che Ts’ui Pên morì, nessuno trovò il labirinto. Ecco, questo fa l’Occidente: non pensa che cose diverse tra loro, come l’arte, la burocrazia, la pornografia, e addirittura l’ambiente (oggi trattato male pure dagli ecologisti), condividano la stessa unità esistenziale e siano argomento di affetti, e non di affari. Ma ancora è presto. Tanto presto che in Occidente ci si eccita, moralmente o sessualmente, guardando. È lì che siamo fermi.

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Dario Orphée La Mendola

Nato ad Agrigento. Maturità scientifica. Laurea magistrale in filosofia. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione presso l'Accademia di Belle Arti di Agrigento e Progettazione delle professionalità presso l'Accademia di Belle Arti di Catania. Critico e curatore indipendente. Collabora con numerose riviste, scrivendo di arte, estetica, filosofia della natura e filosofia dell'agricoltura. Si sta occupando dello studio del sentimento, di gnoseologia dell'arte, estetica della natura e scienze naturali.