C’è un’idea semplice e antichissima al centro di Dialoghi visivi del contemporaneo, la mostra curata da Teresa Marasca al Museo Arturo Ghergo di Montefano, visitabile fino al 12 luglio 2026: nessuno si conosce da solo. L’identità nasce nello sguardo dell’altro, nel riflesso che ci restituisce, nella distanza che ci separa e insieme ci mette in relazione. È un pensiero che attraversa la filosofia, da Platone in avanti, e che qui diventa materia visiva, immagine, installazione, fotografia, scultura.
La mostra riunisce sei giovani artisti — Iulia Jurca, Michele Tobaldi, Stefano Scalella, Filippo Sbrancia, Ado Brandimarte e Simone Doria — chiamati a misurarsi con una domanda tutt’altro che astratta: che cosa significa oggi entrare in relazione? Con un volto, con un corpo, con un luogo, con una memoria privata, con una materia che conserva tracce e ferite. Il risultato non è una rassegna generazionale in senso stretto, né una semplice successione di opere. È piuttosto un percorso sullo sguardo, sulle sue fragilità, sulle sue possibilità di riconoscimento.
Il Museo Ghergo, dedicato alla memoria del grande fotografo Arturo Ghergo, si conferma in questa occasione un luogo sensibile alle ricerche più giovani, capace di accogliere linguaggi diversi senza ridurli a un’unica formula. Fotografia, pittura, scultura, oggetto, installazione e intervento sulla materia convivono in un equilibrio volutamente instabile. Ogni artista conserva il proprio passo, ma tutti sembrano interrogare la stessa zona d’ombra: ciò che dell’esperienza umana sfugge alla visibilità immediata.

Nel lavoro di Iulia Jurca, originaria della Romania e formatasi anche presso l’Università di Arte e Design di Cluj-Napoca, la fotografia diventa uno spazio di ascolto. Il progetto Tra noi indaga la distanza invisibile che si crea fra due persone, quel confine fragile in cui l’“io” e il “tu” non si oppongono più rigidamente, ma si attraversano. Le sue immagini non cercano la registrazione neutra del reale; piuttosto tentano di rendere percepibile una soglia emotiva, un campo di risonanza nel quale la presenza dell’altro modifica la nostra.
Michele Tobaldi lavora invece sulla deformazione dello sguardo. In Retina Emotiva la fotografia non è più documento, ma superficie inquieta, attraversata da disegno, pittura e interventi manuali. Da qui una visione fondata non sull’opposizione, ma sulla contaminazione tra realtà e immaginazione: il paesaggio esterno come paesaggio interiore, la figura visibile come traccia di un turbamento più profondo.
La ricerca di Stefano Scalella assume i toni di un viaggio simbolico. Nell’opera Eco dell’Altro la natura non è sfondo, ma luogo di prova. Il corpo attraversa lo spazio, incontra il limite, si espone alla perdita e alla metamorfosi. Il cammino diventa così esperienza conoscitiva: non evasione, ma confronto con la vulnerabilità. In questo paesaggio, l’altro non appare come minaccia; è piuttosto la possibilità di una rinascita, di un riconoscimento che passa attraverso la fragilità.
Con Filippo Sbrancia il discorso si sposta sulla materia organica e sul tempo. La sua opera Senza titolo (Flut) nasce da materiali naturali, raccolte, trasformazioni, processi lenti. In un presente dominato dalla rapidità del consumo e dalla sostituzione continua delle immagini, Sbrancia lavora su ciò che deperisce, muta, si consuma. La materia, nelle sue mani, non è mai inerte: trattiene energie, residui, memorie minime. Ci ricorda che anche ciò che sembra destinato a scomparire può diventare forma, permanenza, possibilità di senso.
Ado Brandimarte, scultore e curatore, affronta invece il rapporto fra tecnica, memoria e produzione dell’immagine. Le sue opere, realizzate con gesso, alabastrino, bronzo, patine e foglia similoro, interrogano il destino del fare manuale nell’epoca della riproducibilità digitale e della stampa tridimensionale. La sua scultura non oppone nostalgia e tecnologia, ma pone una questione decisiva: quale valore conserva il gesto dell’artista quando ogni processo sembra potersi velocizzare, replicare, semplificare? La risposta non è nella difesa retorica dell’artigianalità, ma nella persistenza di un tempo diverso: quello della mano, dell’errore, dell’attesa, della forma che nasce per sedimentazione.
Fra le presenze più significative del percorso vi sono anche i [Calchi delle] Pozzanghere nere di Simone Doria, installazioni che spezzano la simmetria degli ambienti e introducono nella sala una sorta di instabilità fisica. La pozzanghera è, per definizione, una forma provvisoria: appare dopo la pioggia, riflette il cielo, si sporca, evapora, scompare. Doria la sottrae alla dispersione e la trasforma in calco, in traccia plastica, in memoria materiale. Ciò che appartiene all’accidente e al passaggio diventa scultura. L’opera non monumentalizza il reale, ma ne salva un frammento fragile, quasi insignificante, restituendogli dignità.
La stessa attenzione alla traccia e all’anonimato ritorna in Lorenzo chi guarda?, fotografia analogica del 2026 da autore anonimo. Qui Doria costruisce un raffinato cortocircuito fra memoria familiare e storia dell’arte. L’opera mette in relazione il Ritratto di giovane di Lorenzo Lotto, dipinto nel 1505, con Giovane che guarda Lorenzo Lotto di Giulio Paolini, del 1967. Ma al centro, questa volta, c’è una fotografia ritrovata dello zio Lorenzo, scattata negli anni Ottanta da un autore ignoto.
Il gioco degli sguardi, già centrale nell’opera di Paolini, si carica così di una diversa intensità. Il nome Lorenzo crea una risonanza inattesa con Lotto; l’anonimato dell’autore e quello del soggetto fotografato aprono una meditazione sulle vite marginali, sulle biografie ferite, su coloro che raramente entrano nella storia ufficiale. Il ritratto non è più soltanto immagine di un individuo, ma dispositivo di relazione: mette in contatto epoche, autori, assenze, ritorni. Chi guarda chi? Il soggetto osserva lo spettatore, l’opera osserva la storia dell’arte, l’artista guarda la propria memoria. La fotografia non documenta soltanto un’esistenza: la sottrae all’oblio.
La forza di Dialoghi visivi del contemporaneo sta nella capacità di accostare linguaggi diversi senza ricondurli a una tesi unica. La mostra non cerca l’omogeneità; costruisce, piuttosto, un campo di risonanze, nel quale le opere si richiamano per somiglianza, contrasto o distanza. Ne nasce una visione fondata non sull’opposizione, ma sulla contaminazione: tra realtà e immaginazione, paesaggio esterno e paesaggio interiore, figura visibile e inquietudine profonda.
Questi artisti scelgono ciò che non si consuma subito: l’invisibile, la memoria, il residuo, il margine, il tempo lento della materia, la domanda che resta dopo lo sguardo. Qui la mostra trova la sua necessità: non nella pretesa di spiegare il contemporaneo, ma nella capacità di mostrarne una condizione profonda. Siamo fatti di ciò che incontriamo, di ciò che perdiamo, di ciò che l’altro ci restituisce. Guardare, allora, non significa soltanto vedere. Significa riconoscersi.
Leggi l’intero articolo su segnonline.it
https://segnonline.it/al-museo-ghergo-di-montefano-larte-contemporanea-cerca-lidentita-nello-sguardo-dellaltro/