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Alighiero e Boetti Tra sé e sé, abbracciare il mondo

A vent’anni dalla sua scomparsa, la Galleria Christian Stein dedica una eccezionale mostra ad Alighiero Boetti, in un percorso di opere storiche, alcune delle quali non più esposte da anni, per riscoprirne le diverse fasi di ricerca concettuale, poetica e umana. Realizzata in collaborazione con la Fondazione Alighiero e Boetti e curata da Sergio Risaliti e Francesca Franco, la mostra propone circa sessanta opere e si articola nelle due sedi della Galleria, quella storica nel cuore di Milano, dove sono presentate le opere d’inizio carriera e, gli ampi spazi di quella a Pero, dove hanno trovato spazio i lavori di grandi dimensioni. Dopo avere abbandonato gli studi di Economia, Alighiero Boetti, si avvicina a molteplici discipline, dalla musica alla matematica, dalla geografia alla filosofia e all’esoterismo, dalle culture africane a quelle del Medio ed Estremo Oriente. I suoi lunghi soggiorni in Afghanistan, i viaggi in Europa, in Africa, negli Stati Uniti e in Giappone hanno poi reso il suo lavoro molto profondo e complesso. Nel suo operare, Boetti, ha sempre privilegiato l’aspetto concettuale delle opere, ha analizzato temi come la serialità e la ripetitività delle pratiche, l’alternanza e il doppio nell’identità dell’uomo – arrivando anche ad adottare il suo nome sdoppiato: Alighiero & Boetti. Accumulare, raccogliere, riflettere, sono stati gli elementi di una ricerca ispirata dalla libertà d’espressione e caratterizzata da una costante sperimentazione.

Il percorso espositivo parte dalle sue prime opere in mostre personali, tra il 1967 e il 1968 a Torino, proprio nella Galleria Christian Stein. In questi lavori un ruolo fondamentale è giocato dai materiali, l’assemblaggio di oggetti d’uso comune e di materie non tradizionalmente artistici ma derivanti da lavorazioni industriali come l’eternit, il ferro, il legno, le vernici a smalto, che conferiscono a queste opere un carattere fortemente concettuale, che va oltre i riferenti simbolici e culturali tradizionali. Troviamo, tra le altre, Mancorrente, Tavelle, Pavimento, Parallelepipedo luminoso, Eternit e Mazzo di tubi.

Nel secondo spazio a Pero invece, è ripercorso lo sviluppo della successiva ricerca di Boetti, con una selezione di circa 40 opere. Il percorso si sviluppa seguendo differenti temi, dal corpo, all’identità, alla scoperta dell’altro. Sondando il mondo sia nei sui aspetti materiali, sia in quelli immateriali come il tempo, l’accumulo, l’ordine e il disordine, il quotidiano e la cronaca, la storia e il mito. Lungo le pareti si trovano autoritratti realizzati con diverse tecniche, la fotografia, la fotocopia, eseguiti sia a biro sia a ricamo. Tra questi, Io che prendo il sole a Torino il 19 Gennaio 1969, una sagoma sdraiata a terra, la duplicazione del corpo dell’artista, realizzata da tante sfere di cemento a presa rapida e plasmate con la forma delle proprie mani, gli danno volume, peso, una misura. È un lavoro che parla dell’uomo, della sua pelle e del suo rapporto con lo spazio e l’ambiente che lo circonda. Un po’ nascosta allo sguardo c’è una piccola farfalla che con la sua delicatezza e fragilità si contrappone alla ruvidità della materia. Raccolte e accumulo sono invece alla base del racconto attraverso le copertine delle riviste di Anno 1990, composto da 12 pannelli, come lo sono i mesi dell’anno e su ogni pannello sono rappresentate a matita, ricalcandole, 12 copertine di riviste internazionali che si riferiscono a ciascun mese. Il disegno in bianco e nero annullando il colore rende l’opera più riflessiva, meno effimera e fugace. Nelle Mappe – vere e proprie immagini del mondo contemporaneo, geografie, terre perse e conquistate – il disegno non parte dall’immaginazione dell’artista ma da scelte fatte da altri. Le nazioni sono indicate e realizzate con i colori delle rispettive bandiere e variano, negli anni, al variare delle situazioni politiche. Le Mappe, queste raffigurazioni del mondo attraverso le bandiere dei popoli, sono il modo che ha Boetti di accompagnarci oltre oceano, sui libri di scuola, negli atlanti. Realizzate da ricamatrici afgane, queste opere hanno la potenza delle idee, del pensiero, dell’invenzione; carte geografiche, mappamondi piani lavorati con estrema fantasia e impegno, non raccontano dell’abilità dell’artista di realizzarle, tecnicamente ma piuttosto, quello di creare una nuova (o diversa) chiave di lettura che permette a un oggetto, a una forma, ad un disegno di diventare qualcosa di altro da sé. Le 51 Poesie con il sufi Berang, composta, appunto, da 51 arazzi quadrati, dove prende forma la libertà giocosa del colore pur rimanendo all’interno di una rigida griglia. Esposti per la prima volta al Centre Pompidou di Parigi, i 51 arazzi alternano frasi di Boetti in alfabeto latino con poesie in farsi, appositamente realizzate dall’afghano Sufi Berang, conosciuto e frequentato durante i soggiorni a Peshawar. Alighiero Boetti viaggiò molto: per piacere, per lavoro, così anche nelle sue opere ci fa continuamente cambiare città, nazione, popolo e lingua. Œuvre Postale – della serie dei lavori postali – è caratterizzato da innumerevoli combinazioni di buste, francobolli, colori. Quale sia il contenuto di questa corrispondenza, a prevalere è la segreta bellezza dei fogli inviati in queste buste, è il senso poetico, sono le emozioni, la geometria delle relazioni e degli incontri. E poi l’Autoritratto, una fusione in bronzo della figura, in dimensioni reali, dell’artista che simbolicamente rappresenta i quattro elementi aria, acqua, terra e fuoco. Opere ma allo stesso tempo processi, occasioni di riflessione sulla natura e lo stato delle cose. Fanno venire in mente la cura e la consistenza delle esperienze che viviamo.

Le fotografie sono di Agostino Osio

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